di Diana Giannunzio
Proseguendo il discorso aperto sulla gestione della “sanità”, non possiamo non porre risalto a quanto una visione unilaterale sia da parte di chi opera in sanità che da parte di chi deve fruire dei servizi sanitari, possa dar luogo a modalità organizzative o faccia percepire bisogni che invece con una visione integrata fra queste due parti potrebbero essere costruiti/percepiti in modo diverso. La domanda è: la visione del singolo o della organizzazione è sempre corrispondente alla realtà o è influenzata da fattori che con il reale bisogno hanno poco a che fare?
Per fare alcune riflessioni partirò da un fatto personale.
Mia madre 84 anni è caduta in casa, purtroppo non era la prima volta, mio padre, 86 anni, disperato mi ha chiamato.
I miei sono una bella coppia, ancora attivi e desiderosi di non mollare rispetto alla vita. L’episodio occorso naturalmente ha rotto questa tranquilla, ma soddisfacente routine. Ma torniamo a noi, ho chiamato i soccorsi, sono arrivati per tempo e hanno portato mia madre in un noto ospedale romano. Nel frattempo io mi sono recata in ospedale, ci ho messo un po’ perché vivo lontano.
Arrivata, ho trovato mio padre smarrito nella sala d’attesa in piedi di fronte allo sportello del triage, in fila, educatamente come solo un uomo d’altri tempi come lui sa fare.
L’infermiere al di la del vetro era al telefono celiando con l’ignoto, per noi, interlocutore. Le persone in fila prima di noi si lamentavano disperate perché non avevano notizie dei loro cari. Arrivato il nostro turno, mi qualifico, sono un medico , chiedo di parlare con i sanitari che hanno, almeno spero, visitato mia madre. Dopo un po’ e come se mi facessero un favore, mi fanno entrare. Tralasciamo che trovo mia madre in un corridoio, da sola su una lettiga.
Riesco a parlare con il collega, insomma dopo tre ore arriviamo ad una semi conclusione, sospetta frattura di femore. Mia madre ha già due protesi d’anca, ed è già stata operata bilateralmente, - non è il caso di rioperare-, mi dice il collega, -solo doccia gessata e a letto per almeno 45 giorni-.
-Posti per ricoverarla non ce ne sono-, mi dice, -la possiamo mettere in corridoio-. Non mi piace, decido di portarla a casa.
Qui comincia il problema.
Deve essere assistita, le cooperative di infermieri prestano servizio solo per turni di almeno sei ore. E costano. Tanto.
Ci sono gli operatori sanitari formati dalla Regione, loro vengono per minimo 3 ore e costano. Abbastanza.
E poi loro fanno solo igiene personale, ma mia madre è ingessata, come si può movimentarla?
A casa le è venuta la febbre, è normale? Ecc. ecc. ecc., potrei continuare all’infinito con i dubbi e le domande e io sono un medico!
Perché ho raccontato questa storia? Per focalizzare l’attenzione sulla questione che mi pare nodale, i punti di vista.
Comincio dal principio.
L’approccio alla istituzione sanitaria: nel mio caso è l’ospedale, ma nel caso di altri può essere il centro di assistenza domiciliare, la ASL ecc. Una corretta e sollecita comunicazione e maggiore umanità, mi avrebbero fatto percepire il servizio come migliore? L’ansia per una persona cara ammalata sarebbe inferiore?
Io dico si.
Vedere un infermiere solerte ed empatico dietro uno sportello di vetro che già solo per il fatto di dover comunicare attraverso un foro risulta ostile, non sarebbe meglio?
Io dico si, cosa basterebbe?
Magari un microfono incorporato nel vetro, come al cinema, in modo di essere certi di essere stati ascoltati e capiti e aggiungo un etica nello svolgere il proprio lavoro da parte dell’operatore sanitario. Perché non ce l’ha? Magari ha fatto turni massacranti, magari non esiste un sistema premiante che lo distingua da chi e non sono pochi non fa il suo lavoro come dovrebbe, magari non ha un dirigente di riferimento che lo indirizzi, lo gratifichi quando serve e altrettanto lo riprenda quando sbaglia. Servirebbe anche mettere in piedi un organizzazione che comprenda quanto la presenza di un familiare allevi il dolore e magari possa far sopportare di buon grado anche il fatto di essere parcheggiati in un corridoio senza sapere cosa si ha.
Andiamo avanti, la diagnosi: il percorso è stato lento e a volte incerto, ma logicamente ci vuole tempo per fare gli esami, i servizi diagnostici di supporto sono intasati, lo specialista disponibile non è avvezzo a molte patologie per cui ha difficoltà a definire una diagnosi. E’ strano?
No io dico è umano è nella norma.
Cosa mi sarebbe piaciuto? Che mia madre fosse stata portata in un ospedale specializzato, che magari è all’avanguardia per quelle specifiche patologie perché ne vede tante e poi tante nell’anno che i suoi operatori ormai le riconoscono ad occhi chiusi.
E se per questo fossi dovuta andare dall’altra parte della città, lontano da casa sua?
Va bene dico io, mi piace comunque.
Ma il collega che si trova catapultato nel pronto soccorso e magari di fratture ne ha viste dieci, come sta?
Penso avrà timore, magari sarà frustrato, perché ha preso la specializzazione da poco e lavora in un reparto che non fa nulla per farlo crescere, in reparto il primario che non è il dottor House non fa le riunioni sui casi, anche perché la sua idea di conduzione è quella di gestire la routine, o magari lavora in un piccolo ospedale decentrato e di quelle cose ne ha vista una due anni fa.
Veniamo al dopo, il ritorno a casa: la diagnosi bene o male è fatta, la terapia pure ( il gesso), per l’ospedale il compito è terminato.
E il dopo? Chi lo gestisce? La ASL? In quanto tempo? Io penso che un passaggio di consegne non guasterebbe.
Ammettiamo che la ASL intervenga in 48 ore, gli operatori che cosa dovranno fare? Lo dirà lo specialista che viene a casa, sulla base di che? Vede solo un gesso. E le lastre? Sono nel computer dell’ospedale. E se ne avessi bisogno che so per una consulenza?
Faccio domanda.
E quanto ci vuole?
Minimo venti giorni, quaranta se si tratta della cartella clinica.
E poi dove vado? Ho bisogno di ausili a chi li chiedo?
Insomma anche in questo caso le domande e le cose da fare/avere sono tante, ma soprattutto non servirebbe una rete?
Io dico si.
Un sistema che metta in comunicazione l’ospedale ed il territorio.
Dati i fatti, il mio pensiero è che se c’era posto, mia madre l’avrei lasciata in ospedale.
A quale costo?
Enorme, sia dal punto di vista economico per la società, che dal punto di vista emozionale per mia madre, ma siccome il posto in ospedale non c’era, che avrei pensato?
Ci vogliono più posti letto e più ospedali, per poter assistere tutti coloro che ne hanno bisogno. E’ giusto? E’ vero?
Io dico di no.
E gli operatori che la ASL invia a casa delle persone, come si sentono? Hanno un indirizzo operativo? Si sentono parte di un sistema che lavora in modo sinergico e integrato?
Quando ci rivolgiamo ad uno sportello/ servizio della ASL, chi ci riceve ha la consapevolezza di far parte di una organizzazione? Oppure pensa che il suo mondo lavorativo finisca al suo servizio di appartenenza o ancora più in particolare, alla sua funzione?
Potrei continuare con le domande all’infinito esplorando ogni piega dell’organizzazione e ogni percezione di bisogno, ma l’esperienza vissuta, mi rafforza la convinzione che per far funzionare la “macchina” sanità, prima di pensare a più ospedali, più servizi, più personale e potrei continuare, serve: organizzazione, cooperazione, sinergia, semplificazione, capacità di gestione, occhio all’economia, comunicazione con la gente, umanità e in ultimo perché non guasta, amore per il proprio lavoro e per il prossimo.








