Venerdì 26 Novembre 2010 11:02

Terrorismo Nucleare

Scritto da salvatorei

di Giorgio Prinzi

Se si chiedesse ad un talebano ecoambientalista cosa sia un becquerel (simbolo Bq), l’eventualità più probabile, qualora non lo prendesse come un insulto, sarebbe quella di un “alloccamento” muto e silenzioso, cercando un appiglio nel tentativo di capire a cosa alluda la dizione.
Esagerazioni? Qualcosa del genere è già avvenuto a Genova in un confronto tra noi fautori della ripartenza del nucleare e “i meglio e i più” della controparte. Un allora rampante dirigente nazionale, ora scomparso di scena, di uno di questi sodalizi, dopo un imbarazzato, ma aggressivo «Ma cosa dice professore» rivolto al professore Marino Mazzini che lo gelò con un compassionevole sguardo più dissuasivo di qualsiasi argomentazione, tentò una strumentale disquisizione sui rischi di proliferazione. Visto il suo atteggiamento irrispettoso, fui io ad interromperlo dopo poche battute chiedendogli «Mi scusi una domanda. Sa la differenza tra il 239 e il 241» e Mazzini che mi sedeva accanto «Aggiungici anche il 240». Non davamo i numeri nel senso corrente del termine, ma ci riferivamo ai numeri di massa di tre diversi isotopi del plutonio, “denaturato”, nel senso che fanno brillare l’ordigno tra le mani di chi lo confeziona, sotto il profilo dell’impiego militare dalla presenza degli isotopi a numero di massa più elevato. Il plutonio “military grade” viene prodotto in macchine finalizzate, quali ad esempio il reattore disastrato a Chernobyl; i comuni reattori commerciali, producendo plutonio “denaturato” non costituiscono un rischio ai fini della proliferazione. Il malcapitato, che non sapeva neppure cosa fosse un isotopo, rimase poi muto per il resto del dibattito.
Che c’entra questo con il “becquerel”, l’unità di misura del sistema internazionale dell’attività dei radionuclidi definita come quella di “un decadimento al secondo”? C’entra, perché la “cultura” ecotalebana che pervade le istituzioni, compresi gli enti normatori, ha prodotto spassosissime “perle” quale quella illustrata al convegno “Nucleare: sicurezza e informazione” dall’ingegner Ugo Spezia, Segretario generale dell’Associazione Italiana Nucleare, che si è divertito a fare due conticini facili facili.
La radioattività è un fenomeno naturale. Anche il corpo umano ha la sua dose di radioattività, con in media 12.000 (dodicimila) disintegrazioni al secondo, cioè 12 kBq (chilo becquerel), suddivisi in 4.000 Bq dovuti al potassio-40, 4.000 Bq dovuti al carbonio-14, 4.000 Bq dovuti all’idrogeno-3, il trizio divenuto famoso per recenti trasmissioni televisive Rai condotte da ideologizzati e pericolosi incompetenti.
L’ingegnere Ugo Spezia ha fatto un’operazione matematica, che ci rendiamo conto non è alla portata di tutti, dividendo il valor medio di 12 kBq per gli 80 chilogrammi del peso medio di un uomo. Risultato la radioattività media di un individuo è 1,5 Bq/kg (becquerel al chilogrammo) tondi, tondi.
Emergenza, emergenza! Se prendiamo le norme, vediamo che in un impianto nucleare devono venire considerati rifiuti radioattivi, e come tali trattati, tutti i liquidi che presentino una radioattività superiore a 1 (uno) Bq/l (becquerel al litro) e i solidi che presentino una radioattività superiore a 1 Bq/kg. Siamo tutti “fuori norma”, una volta e mezza più radioattivi dei rifiuti di una centrale nucleare.
L’esposizione dell’ingegner Spezia è corredata da tabelle “orripilanti” che non pubblichiamo per non indurre ingiusto danno commerciale. Talune acque minerali nazionali superano le decine e le migliaia di becquerel al litro con una punta di 67.438 (quasi sessantasette mila e cinquecento) becquerel litro.
Chi lo va ora a raccontare a Milena Gabanelli e a Riccardo Iacona che eventuali sversamenti di liquidi radioattivi di centrale in certe acque minerali avrebbero solo l’effetto di ridurre la “pericolosità” di queste ultime, diluendo la loro radioattività naturale intrinseca?
Nel corso dello stesso convegno l’ingegner Massimo Sepielli, che ha parlato in rappresentanza del Commissario Enea Giovanni Lelli, ha affermato che il suo ente ha intenzione di istituire dei corsi destinati ai giornalisti che si occupano di questione energetiche.
Ottima iniziativa se non ci trovassimo di fronte ad una categoria ideologizzata e partigiana. Nella scorsa consiliatura ho fatto presente almeno due volte, come è possibile verificare dalle registrazioni delle sedute, che Milena Gabanelli, contestata punto per punto con richiesta di rettifica da un dossier pubblicato anche sulla rivista “21mo Secolo, Scienza e Tecnologia”, ha al contrario replicato la contestata puntata sul nucleare. Uno di questi due interventi è servito solo a bloccare la richiesta di una iniziativa avverso Bruno Vespa, reo di non essere schierato contro “il tiranno” anticomunista.
Questa nuova consiliatura dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ancora più ideologizzata ed epurata da voci dissenzienti, ha invece ritenuto colpevole Vittorio Feltri, laddove la stessa Carte dei Doveri del Giornalista, da noi citata in un articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 19 novembre, prevede l’eventualità dell’errore, scagionando chi vi incorra con il precedere la pronta rettifica. Vittorio Feltri ha dato pronta ed esauriente notizia, una volta rilevato l’errore di classificazione di un documento reale ed esistente, informando i lettori che quanto da lui riportato era da riferirsi ad una informativa e non ad un allegato ad atti processuali, che comunque gli era stato impedito di consultare e, pertanto, di verificare come era sua intenzione fare.
Il problema non è quindi quello della “radiazione” dal nostro Ordinamento dell’Ordine dei Giornalisti, per la cui sostanziale riforma nella mia passata veste di Consigliere Nazionale ho preso più volte aperta e pubblica posizione, ma quello di una ridefinizione, con moderna ed appropriata legislazione, dell’intero settore dell’informazione e della comunicazione, ormai degenerato e fuori controllo.

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