di Salvatore Giuliano Franco
Spero, con queste mie riflessioni, di suscitare molti consensi e tanto scandalo.
Consensi da chi, accettando le mie riflessioni per quello che sono e cioè solo liberi pensieri non rappresentativi di un qualsiasi indirizzo politico, cerca con me di spaziare con la mente nel tempo futuro.
Scandalo invece tra i progressisti vetero-comunisti o anarco-cattolici, ultime ombre flegree tra puzzolenti brume solforose.
Prima di inoltrarmi nelle mie fantasie è opportuno meditare qualche istante sulla tabella che segue:
Anno 1750 1800 1850 1900 1950 2000
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Mondo 790 980 1260 1650 2520 5980
Europa 160 200 280 410 550 730
Nord Am. 2 7 25 80 170 310
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In essa sono indicati, con qualche piccola approssimazione, il numero degli umani che, in anni diversi, hanno affollato l’intero globo terrestre, ma questo costituirà motivo di riflessione solo tra qualche paragrafo.
C’è un saggio famoso, scritto nel 1764, da un certo Cesare Beccaria, “Dei delitti e delle pene”, a cui oggi ancora ci si riferisce. In particolare, in lui, i soliti benpensanti indicano lo strenuo difensore del singolo contro Stato e del reo contro la pena di morte.
E’ vero che la prosa del Beccaria non è di piana e immediata comprensione, come è anche vero che quelle sue affermazioni andrebbero però considerate nell’intero contesto delle sue lunghe e complesse argomentazioni.
Non starò qui a riportare integralmente i suoi ragionamenti con la difficile traslazione, in italiano moderno, del loro reale significato, cosa in cui mi sto già parzialmente dilettando, ma cercherò di darne, brevissimamente, la mia personale interpretazione.
Quando il Beccaria si fa paladino dell’individuo contro lo Stato e del reo ne esalta il diritto alla vita, contro la pena di morte e l’ergastolo, lo fa sempre avverso uno Stato che ha smesso di essere tale.
Uno Stato che, a causa di una Giustizia ingiusta, troppo lenta e pletorica, dai mille codicilli, che ha rinunciato a comminare pene rapide e adeguate al crimine, non è più uno Stato di diritto, ma solo una forma anomala di dittatura avverso i cittadini, che hanno il diritto di reagire e combattere per il ripristino di uno Stato dove la Giustizia sia rapida ed efficace.
E’ solo contro uno Stato non più tale che il Beccaria avversa la pena di morte e difende il reo, dando più valore a lui quale individuo che non all’intero complesso sociale organizzato in una parvenza di Stato non più legittimo.
Ma, aldilà del vero significato delle asserzioni del Beccaria, che pure tuona contro i cattivi giudici e le leggi fumose, c’è una considerazione di fondo che mi sembra consentita ancorché necessaria.
Le sue riflessioni scaturivano anche dall’esame di ciò che avveniva nel suo mondo e nel suo tempo, e dal desiderio di ordine e di vera giustizia.
Tutta l’umanità, sparsa sull’intera Terra, non raggiungeva, allora, gli 800 milioni di individui: nell’Europa se ne contavano solo 160 milioni, e appena 2 milioni in tutto il Nord America.
Eppure leggi, giudici, tribunali e carceri nemmeno allora sembravano adeguati.
Oggi quei numeri si sono orribilmente moltiplicati, e ancor più cresceranno negli anni futuri.
Perché dico orribilmente? Solo perché la crescita ed il miglioramento dei sistemi tutti per ben governare una tale massa, già pressoché ingovernabile, non sono nemmeno lontanamente all’altezza della situazione.
In un mondo ove imperano il male e la corruzione, o si dovrebbe far ricorso ai dettami della legge islamica o, e questo va riconosciuto, la debolezza dello Stato e la conseguente crescita della criminalità, procederanno su strade inversamente proporzionali.
Per crescita della criminalità non si intende solo quella crescita che, un coacervo di leggi, che per necessità, ignavia o buonismo, sono sempre più permissive, colpisce i rei con i suoi inadeguati provvedimenti, ma anche la graduale perdita di ogni principio morale che fa, di ogni cittadino, un lupo tra i lupi, un corrotto tra i corrotti, un essere senza futuro che vive solo per il presente, sdegnando il passato.
Non sono più solo i rapporti tra cittadino e Stato ad essere oggi in crisi, ma anche quelli all’interno della famiglia o in ogni organo che accomuni un qualunque numero di individui.
Il degrado generale è tale che solo una radicale trasformazione del concetto di Stato potrebbe, forse, porvi rimedio.
Platone, nell’VIII° libro de “La Repubblica”, dimostrava che la democrazia è una pessima forma di governo, perché sarebbe valida solo tra cittadini capaci già di governare se stessi, mentre, nella realtà, è solo generatrice di una serie di crazie, quali plutocrazia, olicrazia (oligarchia), timocrazia che nasce dall’aristocrazia, partitocrazia, anzi, la stessa democrazia è figlia dell’oligarchia.
La democrazia, in breve, è un governo in cui ciascuno può fare ciò che vuole e, poiché essa definisce come suo specifico bene la libertà, è proprio l’insaziabilità a questa connaturata che porta alla tirannide; le tre categorie che la democrazia genera, violenti, ricchi, poveri, condurrà questi ultimi, i più numerosi, a eleggersi un protettore che, presto, si trasformerà in tiranno: eppure, per Platone, è proprio la tirannide illuminata ad essere una buona forma di governo.
Ma, tornando a questo inizio di terzo millennio, è facile constatare come sia solo la ricchezza a dare forza e potere a chi l’abbia, e che tutte le forme di governo soggiacciono alla sua potestà.
Ora, onestamente, chi potrà mai combattere una tale forma di crazia?
Nell’Italia del dopoguerra lo strapotere di un Agnelli ha generato un terzo dell’intero passivo del bilancio statale; lo stesso sindacato di sinistra si è arricchito grazie alla non tassabilità di certi proventi o sfruttando i propri dipendenti in barba alla carta dei lavoratori; governanti e giudici, legati da un deprecabile patto, hanno incrementato le proprie retribuzioni oltre ogni decenza, in nome della libertà della funzione; professori universitari e primari ospedalieri esplicano le loro attività spesso con solo pochi atti di presenza; ciò che la TV produce è determinato solo dagli indici di ascolto e, presto, si arriverà alle uccisioni in diretta; la stessa giustizia è diventata un fatto personale o di partito; la menzogna sostituisce, sempre più spesso, la verità e il danaro risolve quasi ogni problema.
A cosa ci porterà tutto ciò?
Tra pochi anni saremo dieci miliardi di individui, sempre meno governabili.
Un popolo timoroso e sempre più povero, con sempre maggiori problemi anche per una solo decorosa sopravvivenza, cosa potrebbe mai auspicare per se e per i suoi figli?
Lo affermava Platone e lo sottintendeva il Beccaria: l’avvento di un tiranno.
Ma nel terzo millennio è illogico e antistorico parlare di tirannide.
Le diverse nazioni, sempre più incapaci di gestire i propri problemi, dovranno fare ricorso a una forma di governo sopranazionale che, ovviamente, avrà bisogno di coordinatori, ma non come la Fao, di cui solo il 17% del bilancio giunge ai miseri e ai soffrenti e l’83% va in prebende e spese di rappresentanza, e nemmeno come quel centinaio di migliaia di pseudo legislatori che, solo in Italia, governano comuni, province, città, regioni e patria.
Forse verrà rinnovellato ciò che avveniva ad Atene e a Roma, dove, nei momenti di crisi, il potere veniva esercitato da un solo uomo e pochi fidati collaboratori.
Non si ricorrerà però alla tirannide ma nascerà, per necessità, un impero mondiale e, oggi, forme imperiali già esistono, come l’Islam, la Chiesa, la Cina, la Russia del recente passato.
Verrà creata una forza armata internazionale, in sostituzione dei diversi eserciti ancora esistenti; un governo centrale con diramazioni e rappresentanti solo dove necessario; una unità economica basata su una sola moneta; una giustizia unificata ma che torni ad essere giusta.
Qui sorge però, ancora e sempre, il solito grande problema: come riportare la Giustizia ad essere giusta?
Non sarebbe poi troppo difficile: basterebbe accettare, contro i principi della filosofia del diritto, che l’imputato potesse testimoniare contro se stesso!
Oggi le varie fasi di un giudizio, a parte le vergognose e condannabili lungaggini, portano a sentenze eque solo in meno del 50% dei casi, ebbene, la cosiddetta macchina della verità, porta a queste nel 97% dei casi; certo, giudici ed avvocati si ridurrebbero talmente di numero da diventare presto quasi un ricordo, ma si può davvero pensare che questo sarebbe un male?
L’argomento Giustizia è però di tale rilevanza che necessita di altre e più meditate elucubrazioni che, spero, avrò modo di esporre altrove.
Anticipo solo una mia personale convinzione: ritengo che quasi tutti i mali attuali dell’Italia derivino e siano stati causati da una Giustizia ingiusta, occhiuta e settaria, anche se ricorderò sempre con stima, ammirazione e affetto il Presidente De Nictolis e il Consigliere Cosu, mie guide preziose nel processo d’Assise d’Appello alle Brigate Rosse, negli anni ‘84/’85, nell’aula bunker del Foro Italico.








