Il dovere di informare ha confini definibili? E soprattutto l'informazione, su tutte quella derivante da accadimenti tragici e luttuosi, può divenire spettacolo? Red.
Di Salvatore Giuliano Franco
Il 26 agosto 2010 ad Avetrana (Taranto) cominciò quella di Sarah Scazzi e il 26 novembre 2010 a Brembate (Bergamo) quella di Yara Gambirasio.
Le due ragazze, quasi due bambine, non morirono in pochi minuti in una qualche ora di quei giorni, ma solo poco tempo dopo cominciò per loro una nuova lunga morte.
Uno dei più affermati opinionisti, conduttori, inviati televisivi e gossipparo è Lamberto Sposini, quasi un più amato dagli italiani, o meglio, dalle italiane.
Orbene, tanto per parlar chiaro come è mio costume, solo il vederlo mi da insieme un certo tipo di mal d’auto, di mal di mare e anche d’aereo: insomma, un insopprimibile senso di disagio.
Per giorni, settimane e mesi lo si è sentito e ancora lo si sente parlare e straparlare di quelle due infelici.
Invita alla sua tribuna e interpella specialisti e opinionisti senza soluzione di continuità, e concede piccoli spazi a chi è vicino alle sue argomentazioni, prendendo d’aceto se qualcuno si permette apertamente di contrastarlo.
Maneggia Sarah e Yara, la loro breve vita, le loro amicizie, i loro probabili sogni, meglio se i loro diari, come tragiche marionette di un ancora più tragico Teatro dei Pupi.
Ore e ore di ipotesi più o meno comprovate dai fatti, di supposizioni talvolta estreme o improbabili, di commenti di specialisti partigiani o prevenuti, di veri scienziati o di minus habens, questo si diverte a propinarci con costanza e determinazione degni di miglior causa. (e ci si meraviglia se poi nasce il "turismo delle tragedie" decorato da interviste a chi ha sentito il bisogno di visitare la scena di un crimine ... magari prima o dopo il pranzo al ristorante? Red)
La morte e il male, anche il più sconvolgente ed efferato, diventano una sorta di pane quotidiano per milioni di persone che, presto o tardi, perdono il senso della misura e valutano la vita secondo altri e sempre più aberranti parametri.
La TV diventa, ogni giorno di più, un potere alieno che tutti ci condiziona e ci irretisce: l’esibizione delle nudità fisiche o morali, l’analisi relativistica del bene e del male, l’informazione mai serena e obiettiva, i condizionamenti imperniati sui soli valori materialisti ed edonistici, l’egoismo e l’egotismo promossi a virtù, la bellezza estetica e la ricchezza a nuovi deificati Moloch, sono tanti passaggi in un mondo che ha già immerso nel vuoto assoluto i nostri figli e ancor più renderà prive d’ogni valore e d’ogni aspirazione le nostre più future discendenze.
Ancora si salva, ma non per molto, il giornalismo, perché la letture della parola consente un ritorno sulla stessa, il ripensamento, un giudizio critico, il confronto.
Sposini, Sposini, torna a parlare di arbitri e palloni e lascia che i morti ci abbandonino in pace e, forse, senza rimpianto.
salvatore giuliano franco








