Mercoledì 22 Giugno 2011 21:16

Centocinquant’anni

Scritto da Stelio W. Venceslai

di Stelio W. Venceslai

Una citazione appropriata: "tutto deve cambiare perché nulla cambi". Un'ottima chiave di lettura. Red.

  Nel percorso storico d’una nazione 150 anni possono essere pochi o molti, a seconda delle circostanze.

Francia ed Inghilterra hanno secoli d’unità nazionale, la Slovenia poco più d’una decina d’anni. La Germania l’ha acquisita dopo l’Italia mentre tutti i Paesi latino-americani sono molto più vecchi. Gli stessi Stati Uniti sono diventati realmente una nazione dopo la sconfitta dei confederati, all’epoca di Rossella O’ Hara, nella seconda metà dell’Ottocento

L’unità italiana, conseguita dopo almeno un cinquantennio dopo i primi moti carbonari, se non si vuole considerare la guerra del 15/18 come la IV guerra d’indipendenza, è in fondo piuttosto recente, anche se si aggiunte alla storia della nostra penisola, ben più complessa e millenaria..

Centocinquant’anni non sono molti nella coscienza di una nazione che è stata spartita e gestita per secoli in entità territoriali diverse. Se questa occasione di celebrazione di unità nazionale è ancora occasione di polemiche, di rivalse e di rivisitazioni, per me è perché, in un certo senso, questa storia non è stata ancora assimilata nella coscienza dei cittadini.

Ma non credo che si tratti di rifiuto. Purtroppo è indifferenza, dovuta al fatto che sulla storia moderna, quella che abbraccia l’ultimo secolo, c’è ancora molta reticenza e, spesso incertezza  di giudizio. Sappiamo tutto o quasi tutto sulla storia romana, ma molto poco viene raccontato sull’ultima guerra mondiale.

L’occasione del commemorazione dell’Unità d’Italia ha dato una specie di scossa a questo assopimento delle coscienze. Sono apparsi i tricolori alle finestre, e non per la vittoria  ad una partita di calcio. C’è stato un risveglio di curiosità generale ed un senso d’orgoglio in molti, come se si fossero ritrovati quasi per caso diversi. Si sente l’inno nazionale e, spesso, molti lo canticchiano pure. Non ne conoscono le parole, come i nostri calciatori della nazionale, che fanno finta di saperlo e muovono le labbra, mentre gli altri, quelli delle nazionali avversarie, lo cantano, lo conoscono, e ne sono fieri.

Al Pincio od al Gianicolo ci sono teste di marmo, spesso mozzate da vandali ignari, che rappresentano uomini morti per l’Unità d’Italia, nel periodo del Risorgimento. Ci passiamo accanto indifferenti, ma erano persone, come noi, che desideravano cambiare uno stato di cose per loro non sopportabile, per sentirsi Italiani e non Toscani o Napoletani o Piemontesi. Da allora molte cose si sono stratificate: guerre, colpi di stato, il suffragio universale, il voto alle donne, il fascismo, la guerra civile, una guerra perduta, il boom. Tutti eventi che hanno acceso contrasti, diviso la gente, scavato nelle storie personali di ognuno.

Nel Gattopardo, il nostro Via col vento,  il principe di Lampedusa diceva che: “tutto deve cambiare perché nulla cambi.

Ma nonostante il suo siciliano scetticismo, da allora, dal 1860, è cambiato tutto. C’è ancora un forte senso di appartenenza regionale, che a me sembra folkloristico, fra nord e sud, fra Milano e Roma, fra Toscani e Veneti, ma credo che ormai si tratti delle stesse differenze che ci sono  tra un berlinese ed un bavarese, tra l’accento oxfordiano e quello cockney.

Ritrovare la nostra storia è importante, nonostante le difficoltà economiche e politiche di questo periodo, perché ci permette di essere una sola identità, dove le differenze d’accento sono una simpatica diversità, non il linguaggio dell’estraneo o del nemico.

Sentirci tutti di appartenere, in fondo, alla stessa nazione, per tanti altri versi gloriosa nella sua lunghissima storia plurimillenaria, mi dà un senso di orgoglio e di sicurezza. E’ come quando si va all’estero e, ad un tratto, si sente parlare italiano. Mi sento a casa: odore di caffellatte, profumo di spaghetti al dente, gli slogan cretini della pubblicità televisiva. Ecco, siamo noi, nel bene o nel male.

A dispetto di tutti? No, solo di noi stessi se non abbiamo quell’indefinibile sentimento d’italianità che ci contraddistingue. Wrong or right, my country, dicono gli Inglesi.

No, non potrei sceglierne un altro, se potessi, nonostante i suoi iinfiniti difetti e la sua storia pesante e, magari sconosciuta. Ma è il mio Paese.

 Stelio Venceslai

 

 

 

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