Un corto, molto corto ... metraggio sulla vita di una generazione particolare. Red.
di Maurizio Navarra
Eppure io e i miei coscritti non eravamo partiti tanto male! Siamo "scesi in campo" negli anni '40, gli anni del dopoguerra di fame, ma anche gli anni del "miracolo economico", anni durante i quali le cambiali firmate da papà ci facevano conoscere man mano gli agi del frigorifero, della televisione, della cinquecento e ci assicuravano man mano un tenore di vita tutto sommato migliore.
Un progresso derivante spesso da famiglie monoreddito (papà al lavoro - mamma casalinga) costruito sulla pelle dei nostri genitori, è verissimo, ma la nostra società finalmente decollava e la tanto vituperata "Italietta" entrava a pieno titolo a far parte del gruppo dei paesi più industrializzati. Poi il tuffo nelle grandi riforme: la sanità non più in mano alle "mutue" ma allo Stato, la difesa dei diritti del lavoratore e del suo posto di lavoro, l'ottenimento della migliore tutela dei diritti della donna, la riforma del diritto di famiglia. Veramente un bel salto in avanti del quale non siamo stati consapevoli del tutto, forse.
E qualcuno ha fatto scivolare, a questo punto, un po' di veleno nella nostra vita sociale. "Qualcuno" al quale un'Italia economicamente e politicamente forte nello scacchiere mediterraneo, in grado addirittura di essere concorrenziale con i potentati del mondo nel settore dell'energia sui mercati del petrolio e nel nascente nucleare, concorrenziale attraverso una industria meccanica in grado di battere aree industriali agguerrite non andava proprio a genio. Su questo fenomeno, già pesante da digerire, una forte spallata proveniente da un Patto di Varsavia (è una mera, ma non strampalata ipotesi) spaventato soprattutto dalla "Primavera di Praga" del '68.
Una ondata destabilizzante pari al più sconvolgente tsunami si è quindi abbattuta sul nostro Paese facendogli assaggiare l'amaro del fenomeno terroristico - di destra e di sinistra - che ha diffuso il suo pesante messaggio di morte ed è stato buon prodromo della nascita e crescita di un clima di intolleranza che ancora oggi affligge il confronto politico. E poi, appena il tempo di assaporare la vittoria sul terrorismo, il crollo verticale di una intera classe politica e di governo, praticamente suicidatasi per la necessità di reperire a tutti i costi finanziamenti occorrenti alla vita dei partiti. Una gestione della cosa pubblica "disinvolta", infine, che è stata sorgente di spinte corruttive che hanno raggiunto la quasi totalità del tessuto connettivo della Pubblica Amministrazione.
E non è finita qui. Il mondo ha messo il "turbo" in tutte le sue attività: nel commercio, nella comunicazione, negli scambi, nella fase decisionale. La sensazione di essere sorpassati, obsoleti, insomma di essere divenuti oggetti da robivecchi da gettare via o da portare al mercatino del "bric à brac" ha sommerso anche menti brillanti, in affanno nel confronto con i nipotini nel maneggio ed uso del PC, dei giochi elettronici, per parlare delle cose più banali.
Eppure il ruolo residuale di nonnisitter ci va stretto di taglia. Questa nostra società campa, nei fatti, proprio sulle nostre spalle. Questi brillanti giovanotti, moderni, agili e versati al nuovo, dipendono in tutto e per tutto da noi. Vivono nelle nostre case. Fanno conto sulla nostra pensione. Dipendono dalla nostra firma che è spesso unica garanzia per ogni acquisto. Nella storia, poche generazioni hanno avuto sulla loro pelle un impatto simile. E poi, c'è da dire che siamo ancora tosti e che nessuno può pensare di liberarsi tanto facilmente di noi. Siamo ancora generazioni di punta, ce lo ricordiamo? Noi siamo (eravamo?) la "gioventù bruciata" (1955), i teddy boys" (1953), gli Hippies (1960), quelli del ROCK e dell'isola di Wight (1970). Non lo dimentichiamo. Mai.
Maurizio Navarra








