di Stelio W. Venceslai
Un interessante punto di situazione che analizza con precisione chirurgica ciò che sta accadendo nell'area geopolitica di nostro maggiore interesse. Red.Il Mediterraneo bolle ed i giovani scendono in piazza. Hanno motivi diversi per protestare, hanno educazione e cultura diverse, ma sono in piazza, da Barcellona ad Atene, da Tunisi a Damasco, dallo Yemen all’Algeria.
Hanno obbiettivi diversi da reclamare: democrazia, libertà, lavoro e, soprattutto, voglia di cambiamento.
Nel mondo arabo è una rivoluzione contro il sistema, uno spontaneo, incontrollato e, per alcuni aspetti, ingenuo modo di chiedere un mutamento generazionale in grado di abbattere le dittature arabe, tale da scomporre le carte del potere economico e politico di quei Paesi. Sono giovani che non hanno più di 25 anni ma che rappresentano più del 50% della popolazione.
In Occidente, invece, i giovani sono molto più anziani, fino a 40 anni, una quota minoritaria di Paesi che invecchiano.
Ma a parte questa differenza temporale, la cosiddetta primavera araba si accompagna alle proteste degli indignados spagnoli, francesi e greci, i giovani occidentali che chiedono lavoro ed un futuro per le loro vite. E’ l’intero sistema occidentale che sta sussultando sotto la spinta delle rivendicazioni di un futuro.
Dalle più recenti statistiche sull’occupazione giovanile (tra i 15 ed i 24 anni). emerge una situazione disastrosa: in Spagna la disoccupazione sfiora il 44% del totale dei giovani, in Grecia il 36%, in Slovacchia il 35%, in Irlanda il 31%, in Italia il 28.5%, in Portogallo il 27.4%. Tutti gli altri stanno un po’ meglio, ma non di molto. Tra un quinto ed un terzo dell’intera popolazione giovanile europea è in cerca di un’occupazione. Ci si può meravigliare dell’ondata di proteste che scuote l’Europa?
Mentre in Europa non tremano le istituzioni ma il sistema politico, nel mondo arabo, invece, sono le istituzioni ad essere minacciate da spinte rivoluzionarie.
La credibilità democratica dell’Occidente è messa pericolosamente in gioco da quanto sta accadendo in Libia. La versione ufficiale è che le forze della Nato sono intervenute per proteggere la popolazione civile minacciata dalla repressione armata di un regime indegno, quello di Gheddafi. Ma perché questo non accade anche nei confronti della Siria, il cui regime manda cacciabombardieri e carri armati contro la popolazione civile?
In Libia c’è il petrolio, in Siria no. Ma se ci si traveste da preoccupati difensori dei civili, i problemi sono gli stessi di fronte ai medesimi comportamenti repressivi. Il fatto è che toccare la Siria potrebbe generare pericolose ripercussioni politiche nell’intera area, fra Sciti e Sanniti, Alouiti e tutti gli altri, come Kurdi, gli Armeni, i Turchi e l’Iran. E poi, minaccioso e muto, c’è anche Israele, con la questione del Golan.
Ragioni politiche, dunque, impediscono di entrare in Siria. Ragioni petrolifere, invece, lo autorizzano in Libia. La gente muore ad Aleppo e a Damasco. ma sono morti diversi. Non interessano. All’Occidente interessano solo quelli libici. Questo distrugge qualunque legittimità morale dell’intervento europeo e scopre il volto del capitalismo di sempre.
Ma davvero ci illudiamo che in Siria non lo capiscano?
Nel Bahrein la rivolta dei giovani è stata sedata dalle truppe dell’Arabia Saudita che non tollera focolai d’insurrezione vicino alle sue frontiere. Quanti morti? Mistero. Nessuno ha mosso un dito. L’Arabia Saudita è intoccabile.
Nello Yemen c’è una guerra civile in corso, dopo 40 anni di dittatura in uno dei Paesi più poveri dell’ecumene araba. Nessuno aiuta i giovanissimi yemeniti a sbarazzarsi del loro dittatore. L’Occidente non c’è.
La crisi economica ha messo a nudo la debolezza del sistema economico internazionale fondato sul capitalismo indiscriminato e minato da un’incontrollabile globalizzazione, che sta alimentando profonde incertezze per l’avvenire.
Il fatto è che la crescita europea è discontinua e che si sta allargando la forbice della crescita tra i Paesi dell’Unione, con differenze preoccupanti. Fra il 2005 ed il 2009 il PIL della Germania e del Belgio è cresciuto di 8.6 punti, quello della Francia di 5.6, quello della Spagna (nonostante la crisi attuale) di 5.3. A fronte di questa crescita la Grecia sta a 0.0 punti, l’Italia e l’Irlanda, rispettivamente, a -1.0 ed a –1.2 (dati estratti da un’inchiesta di Der Spiegel).
Questo futuro non è stato preparato dai sistemi politici che avrebbero dovuto farlo e che non l’hanno fatto, ancorati come sono alla conservazione dello statu quo: potere e privilegi di casta. Questa è la loro vera colpa: la mancanza di una vera politica volta a preconizzare un futuro per le nuove generazioni.
L’indifferenza dell’Occidente costerà lacrime di sangue se queste rivolte che si cerca di soffocare diventeranno rivoluzioni non aiutate e riusciranno a spazzare via le loro dittature crudeli e corrotte.
E’ ben vero che gli USA e l’Occidente non possono essere i poliziotti del mondo e che la politica non ha morale, ma solo interessi. Tuttavia, è lecito chiedersi dove siano, nel lungo periodo, i nostri veri interessi.
A questa domanda nessuno risponde. Questa è una colpa grave: stare a guardare in attesa di tempi migliori. Ma fino a quando sarà possibile ?
Stelio Venceslai
Roma, 26 giugno 2011








