Lunedì 03 Maggio 2010 11:47

Anche di fronte alla morte prevale il politicamente corretto

Scritto da Administrator

di Franco Salvatore Giuliano

Perché tanta paura di un termine che ha sempre significato vita in comune, condivisione di sentimenti nello spazio della camerata, l'alloggio tipico della truppa

Molti sono stati gli episodi e i particolari che mi hanno colpito nel corso dei Funerali di Stato tributati ai nostri sei caduti della Folgore, ma qui vorrei solo accennare all’unica parola di cui hanno saputo avvalersi i diversi commentatori delle TV nel parlare dei nostri militari morti e vivi.

Nei loro riferimenti incrociati li hanno chiamati “colleghi” gli uni degli altri.

Non è corretto, vivi o morti, di ieri, di oggi e di domani, essi, tra loro, sono “camerati”.

Questa sola parola scandalizza e spaventa comunisti, ex comunisti, cattocomunismi, pacifisti, opportunisti, perché ricorderebbe il fascismo.

Non sono fascista, anche se ricordo con piacere le terre date ai combattenti, i primi sussidi sociali, l’assistenza ospedaliera per i poveri, l’assicurazione contro la disoccupazione, le esenzioni tributarie alle famiglie numerose, l’INAIL, il libretto di lavoro, l’INPS, la settimana lavorativa ridotta a 40 ore, gli assegni familiari, le Casse rurali e artigiane, l’INAM.

Anche se non sono fascista mi piace la parola “camerata”.

Sono stati “camerati” i seicentomila caduti nella prima guerra mondiale e i caduti di El Alamein come quelli di Porta San Paolo.

Custodiscono spoglie di “camerati” le candide urne della grande scalea di Redipuglia, che sembra ascendere al cielo, o il più vecchio Ossario alle sue spalle, ma anche le bianche tombe del cimitero militare di Mignano di Montelungo, o il sepolcro senza nome, uno per tutti, dell’Altare della Patria.

Le parole talvolta contengono la forza della verità, e la verità è sempre temuta, perché strappa la maschera e mette a nudo il volto e il cuore, e “camerata” significa compagno nel diritto e nel dovere, nella gioia e nella sofferenza, ma significa anche saper donare se stesso per la salvezza di un altro, e questa è carità, rispetto e amore.

Mi piacerebbe morire nella certezza di essere ricordato, magari solo da uno, come “camerata”.

Franco Salvatore Giuliano

Roma; mercoledì 30 settembre 2009

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