di Cecco d’Ascoli
Est per lo davvero che ne lo sommo cielo di codesta nostra nazione, miserere nostri serva et di dolore ostello, nihil cognitum est? Gli accorati lai del nostro Cecco, Deo beato non pervenere? Internetto, strumento de lo dimonio sei allora! (Red)
Con la favella mia, ché ad essa per natura sono più accostumato, tra le fantasime notturne, mi venne in sogno lo Vate nostro, che da tempo non sentia.
“Frate,” gli dissi “quale buon vento a me rechi, mortale, per grazia ancora vivo tra carte e storie che il Guicciardini si moverebbe a invidia? Quali novelle mi porti, o di tristizie ovvero, d’invereconde vicende che fino ad ora, non giunsero alle mie orecchie?”
Lo Vate s’approssimò vestuto de lo panno grigio che soleva mettere in viaggio, ché lui di viaggi n’aveva fatti assai, puramente a lo inferno!
“Meco t’ho da portare.”
“O Vate, per punizione o per grazia divina? E se per punizione, di grazia, a quali tormenti? E se per grazia, per li meriti quali?”
“Tu fosti qui mandato in de la terra a lanciare strali, come Messer Petrus l’Aretino. Lo foco dell’inferno volevi che bruciasse lo tutto. E solo le donne altrui, rimembri? dicesti che avresti voluto torre a lo mondo a beneficio tuo e de li lombi tui. Detta superbia molce lo cuore mio ma est invisa a lo Signore che tutto move et che pesa le creature sue. Tanta nequizia havea d’esser punita. E tu lo sai, frate mio, che lo tempo non passa mai nei cieli.et lunga est l’espiazione. Ma lo momento tuo est venuto di prendere la strada celeste. Troppo sei stato punito.”
“Di grazia, ma allora questa istoria così confusa a quale sbertucciatore di fama o di grido la si lascia? L’Onnipotente a chi debe dare l’onere di fustigare li costumi corrotti? A l’Aretino Pietro? Issu cognosce li preti et li frati et li vescovi, le suore et le badesse, le cortegiane, le vergini et le puttane, est amico de li conventi, va pe’ li monasteri… .”
“O Cecco, puro tu non sembrasti essere estraneo almeno a le femmine. Peccato comune est lo vostro et praeminentis. Robasti tu le galline come frate Pietro.”
“, , ma niuna cosa cognosce della politica de sta terra nostra, tranne che d’Arezzo. A me, d‘esser graziato, allevia lo peso de la maledizione. Ma chi provvederà, poi, alla bisogna? Non per restare, est per informare, imperocché chi verrà dopo di me, sarà come un nibbio stordito da li suoni et da la gente, e nun capirà niuna cosa.”
“Frate Cecco, lingua malefica et spesso ereticale, l’Onnipotente ben sa lo da farsi. La missione tua est compiuta et solo perché io ti cognosco, sappi. Et lo sospetto che tu non sia laico fustigatore ma peccatore divertito dalle male grazie de li homini et de le femmine impudiche, sempre l’havea. Ma tacqui. Rimembri lo patto che facemmo in quel de le Marche alte, sotto a Montefeltro, lo patto detto de lo Ciauscolo? Per quello patto tacqui in tuo favore.”
“Frate Dante, li meriti tui amplissimi sunt sicut lo numero delle stelle in cielo e de li versi tui de la Commedia. Premonitore tu fosti, con quello titolo. Ma si condannazione ci fu, rinviando questo povero corpo tra gente, condannazione amarissima fu, cui peraltro m’accostumai. Lo rogo non est d’abitudine in isto loco et pochi sanno leggere et di molto meno scrivere. Loquono, invece, tanto, et etiam, con voce alta, perché lo rumore nelle orecchie confonde lo vuoto de li pensieri.”
“Allora senza frutto est stato l’operare tuo? Niuno lo sentia?”
“No, fratello. Qualche pertugio s’è aperto, ma piccolo e stretto come la scarsella de li dinari. Sordi et infelici sunt,et tassati et contenti.”
“Ma lo popolo non dimanda iustitia?”
“Di certo. Sonvi le leggi et li magistrati et regole severissime.”
“Esplica meglio lo pensamento tuo.”
“Facile non est. Difficilissimum explicare sed iustitiam non habent.”
“Tu mi conti fole a la Bandello o al Casti, non la veritate.”
“Signor mio, ita est, imperocché lo tempo de la iustitia est infinitum. Quattro o cinque o dieci stagioni. Sovente la sentenza arriva ché li contendenti sunt assunti in coelo, pace all’anima eorum.”
“E niuno protesta?”
“No, contenti sunt che niuna cosa, altro che tardiva, possa incorrere ne le vite loro.”
“Et li magistrati?”
“Finissimi sunt. Tantum infinitus est labor eorum quantum perfectus et inutilis.”
“E lo Podestà aut lo Reggitore aut lo Signore della contrada non se ne cale?”
“Non havvi Signore in isto loco. Tanti sunt li Signori che più guerra muovono l’un contra all’altro che niuno è Signore, ma bandito, e cerca lo interesse suio.”
“E li preti, li frati, li Vescovi?”
“Schierati, l’uno contro l’altro armati, ma uniti dalla fede, tutti, in Mammona. Battono cassa e raccolgono moneta per l’anime nostre. Dicono.”
“In coelo numquam vidi monetam.”
“Transportationis tempora sunt lunghi assai, parimenti a quelli della iustitia.”
“A Firenze si bollivano i simoniaci. Frate Girolamo … .”
“Perse la testa e lo scaldò tunc cum amore nostra Ecclesia sanctissima.”
“Ma i Ciompi… .”
“O Vate, vetera et inutilia. Tempora et mores acti. In isto loco sanguinem solum di mafia, numquam di nobili Signori.”
“O Cecco, tu mi burli! O cos’è codesta mafia? Timorati di Dio omnes sunt!”
“De lo Dio Mitra, frate Dante, non di nostro Signore Jesus Cristo.”
“Uno Dio pagano?”
“Mitra e Mammona.”
“Diverso assai paremi lo reggimento de ista contrada. Ma l’homeni in libertate vivono aut subiacent?”
“In libertate. Parimenti, essi votano quel che vogliono li Signori. Liberi sono e schiavi e li Signori contenti.”
“Frate Cecco, Maxime dissimilis est ab quanto cognovit. Differente novella ho da riportare a lo Signore nostro. Forsitan, melius est si non imtermitti legationem tuam in hac regione magis quam in coelo.”
“Fiant voluntatem tuam et Suam.”
Cecco d'Ascoli








