Venerdì 23 Settembre 2011 16:23

Le parole chiave della politica italiana

Scritto da Stelio Venceslai

di Stelio W. Venceslai

A volte le parole hanno un peso, a volte sono più leggere di una piuma. Mettere su una ipotetica bilancia le parole dei nostri politici per pesarle? Non si raggiungerebbe un grammo! (Red)

Ci sono alcune parole chiave nella politica italiana che, in un modo od in un altro, sono ricorrenti. Non significano nulla ma proprio per questo sono molto usate. Fanno scena e, in politica, forse più che altrove, la vacuità premia.

Il primo termine, diffusissimo, è: andare avanti. Il concetto è chiaro: se si va avanti, evidentemente, la posizione di partenza è buona. Andare avanti vuol dire, in pratica: lasciamo tutto così come è, e cerchiamo di continuare. E’ l’immobilismo dinamizzato da uno slogan. Poi, c’è da chiedersi, immaginando delle buone intenzioni che, in genere, non ci sono: avanti, ma dove? Questa è una domanda cui nessuno risponde. In genere si tratta di un passaggio elettorale, con o senza crisi di governo incorporata. Per fare che? Non si sa. Diffidate sempre di chi vuole andare avanti. In genere, porta indietro.

Il secondo termine è quello della: battaglia. A sentir loro, sono tutti in guerra, magari in trincea, sono in battaglia. La battaglia deve continuare. La battaglia si vince o si perde. Non c’è nulla di eroico in questo linguaggio che scimmiotta quello militare. In realtà vuol dire che si insiste in posizioni preconcette, dove la ragione esula a favore degli interessi di parte o personali. C’è battaglia in Parlamento: in genere gridano, si sopraffanno con le voci, certe volte si menano. Non ci sono morti o feriti, solo chiacchiere, nobilitate da questa espressione pressoché inutile. Tinge d’importante solo miserie vocali.

Il terzo termine, frequentissimo, è: questo Paese. Quale? L’Italia? E perché non si dovrebbe dire: il nostro Paese, oppure la nostra patria (termine del tutto caduto in desuetudine)? Sembra che se ne vergognino, perché è come se fosse il Paese di un altro. Il politico è un astratto, geograficamente. In questo Paese succede questo e quell’altro. In questo Paese si devono fare le riforme. Non è mai chiaro di quale territorio si tratti, se del Basutoland o della Beciuania o della nostra penisola. Tanta accortezza, tanto garbo, sono sospetti. Chiedete sempre loro di quale Paese si tratti, questo Paese.

Il quarto termine, pericolosissimo, usato a manciate come la graniglia di mandorle su una coppa di gelato, è: le riforme, anzi, fare le riforme. Il termine è generico e va bene per tutti gli usi, come chiamare caro o cara un interlocutore di cui non ci si ricorda il nome. In realtà non significa nulla. Il concetto di riforma implica un possibile ed auspicabile cambiamento. Cambiare non vuol dire migliorare, attenzione. Vuol dire solo cambiare. In che? Qui, i conati orali sono tanti, anche perché in un Paese che da cinquant’anni è immobile, di riforme ce ne sarebbero da fare a bizzeffe. Ma … il nuovo è incerto, difficile, rischia di spostare equilibri preesistenti, di disturbare cosche malavitose od affaristiche, di inimicarsi i sindacati, di far perdere dei voti. Ma siamo matti? E perché, poi? Però, possiamo parlarne e straparlarne. Addirittura il socialismo turatiano era riformista! Ma di riforme, manco l’ombra.

Le riforme si fanno, se si vuole farle, ma in politica è solo un refrain, un motivetto, un luogo comune. Come diceva Al Pacino: chiacchiere e distintivi (e privilegi).

Il quinto termine, altro motivo dominante del politico vaneggiamento verbale è quello di privatizzazione oppure, tanto è lo stesso, nella loro cultura, di liberalizzazione. In realtà, sono cose diverse, ma tant’è, fanno effetto lo stesso. Chi vuole privatizzare, spoglia lo Stato dei suoi beni. Ma deve vendere, non svendere, trovare un compratore interessato, e, soprattutto, sapere come scegliere ciò che deve andar via e ciò che deve restare. Non è un’operazione né facile né rapida.  Fino ad ora è stato un affare solo per chi comprava

Chi vuole liberalizzare, invece, dovrebbe rendere libero il commercio, senza lacci e lacciuoli, dovrebbe liberalizzare il mercato del lavoro, sciogliere tutti gli Ordini professionali o riformarli in senso serio, ridurre di almeno la metà tutti i vincoli statali, regionali o provinciali o comunali che danno pane a chi gestisce scartoffie spesso inutili o solo fonte di arbitrio. E’ un’operazione un po’ più facile della privatizzazione, ma certamente lunga e complessa.

In conclusione, questo tipo di misure strutturali non è da manovra bis o ter o quater. E’ una scelta politica di fondo. Infatti, tutti ne parlano, ma nessuno la fa.

L’immobilismo premia chi se ne nutre, con tutti i suoi privilegi. Non è tassando che si fanno le riforme. Non è facendo stringere la cinghia a tutti che si risolve il problema. Gli Stati Uniti, con Obama, lanciano una tassazione aggiuntiva sui redditi troppo alti (oltre due milioni di dollari). Da noi, si è gridato allo scandalo e, così, con l’aumento dell’IVA, abbiamo tassato tutti, con buona pace del principio della progressività dell’imposta.

 

Stelio Venceslai

 

Roma, li 22 settembre 2011

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