di Laura Valvo
I giovani sono obbligati a guardare al futuro e cercare in tutti i modi di padroneggiarlo. Del resto, il futuro a chi appartiene se non a loro? (Red)
Una contraddizione in termini per uno “slogan” che vorrebbe significare una sottrazione di qualcosa che già si aveva e che qualcuno ci ha tolto, quando invece, il futuro è qualcosa in divenire, poiché non si è già posseduto ma si conquista progressivamente nel tempo.
Esso rappresenta le aspettative della vita per cui cerchiamo di programmarlo, progettarlo, per poterlo realizzare secondo i nostri desideri.
Pensare al futuro è per prima cosa pensare a come ognuno si pone verso la sua evoluzione individuale all’interno di una comunità, della famiglia, e quindi rispetto alla collettività.
“Riprendiamoci il futuro”, è lo slogan con cui, la parte politica in contrapposizione, spinge a una rivendicazione che coinvolge i giovani a partecipare con animosità a manifestazioni e cortei, dove si addensa con maggior vigore il sentimento di sfiducia, per cui, non contrapponendo una vera prospettiva di organizzazione della vita, questo sentimento si trasforma in violenza.
La “nuova generazione” chiede a gran voce che le venga “assicurato” il futuro, cercando la sua identità nella sicurezza economica sulla quale basa ogni rivendicazione, non volendo giudicare con pensiero spregiudicato che l’Economia Statalizzata toglie forza e impulso alla sua prospettiva di sviluppo rispetto alle esigenze , proprie di natura economica, che la vita sociale richiede.
Considerando il punto di vista ideologico vediamo che questo anima le coscienze alla “rivolta” verso tutto ciò che non corrisponde a un “programma” di vita che si ritiene dovuto da parte dello Stato per una falsa idea comune che ogni cosa ci “spetta di diritto”.
Si rivendica il diritto: alla Scuola, alla Salute, al Lavoro, ecc.ecc.
Quando reclamiamo uno “Stato di Diritto” fraintendiamo quello che ci spetta “per diritto” da quello che ci è dovuto come cittadini appartenenti a uno Stato.
La Famiglia, l’Istruzione, la Salute, il Lavoro non rappresentano una prerogativa dello Stato, ma sono una componente della vita dell’uomo facente parte della collettività di uno Stato, per cui questo ha il solo compito di regolamentarne il diritto nei rapporti che si vengono a formare nella comunità.
I giovani rifiutano soltanto a parole la concezione di Scuola politicizzata, ma in effetti, richiedendo la partecipazione dello Stato nell’Amministrazione della Scuola e della Cultura in generale, vediamo che non ci si può esimere dall’intervento della Politica con tutto il suo apparato partitocratico.
L’ossessione del risparmio è una conseguenza della paura del futuro, e questa paura è la conseguenza del fatto che troppi si vedono costretti a guadagnarsi tramite il lavoro il denaro che serve per il loro mantenimento.
Se cosi non fosse , un’azienda non avrebbe più <<lavoratori>> che sono costretti a lavorare per il proprio sostentamento.
Invece di un contratto di lavoro ci sarebbe semplicemente un <<accordo di distribuzione>>, cioè un accordo su come distribuire i proventi o il guadagno in base alla prestazione da ognuno fornita.
La motivazione a prendere parte a un processo lavorativo sarebbe costituita unicamente dal gusto di creare, dalla soddisfazione che si prova nel vedere apprezzata la propria prestazione. In assenza di questo stimolo non ci sarebbe nessun motivo, ma neanche nessuna costrizione, per iniziare o per proseguire una collaborazione
L’obiezione che non ci sarebbe più nessuno disposto a lavorare se tutti ricevessero comunque denaro a sufficienza per vivere è un pensiero errato, perché ci sono abbastanza persone che fanno volentieri tante cose per gli altri animate dalla gioia di essere attive.
E’ proprio il fatto che è possibile vivere gli uni per gli altri a metterci paura.
Laura Valvo
Novembre 2011








