Prima parte - Pianificazione
di Salvatore Giuliano Franco
La Redazione se ne scusa con l'autore, ma la abbondante ed interessante materia dell'articolo "Soluzione Italia" è stata (arbitrariamente!) ripartita in tre parti. L'idea è quella di sottoporre all'attenzione del lettore telematico un testo più facilmente fruibile: il PC è un mezzo di comunicazione straordinario ... ma non si può portare a letto o in poltrona come un libro o una rivista! (Red)
Non mi è più possibile ascoltare i tanti “esperti” che discettano per radio, in TV e sui giornali, sui problemi economici italiani ed europei, senza provare un senso di vero e profondo fastidio.
Non sono né un sociologo né un economista né tantomeno un politico, ma ho una buona testa per ragionare e credo fermamente negli insegnamenti della Storia.
Mi ha sempre appassionato la matematica, ed oggi, quello che ci affligge e che ha convinto il Capo dello Stato a ostracizzare i politici ed a chiamare al banco del Governo un uomo, senz’altro colto e rispettabile, ma assolutamente privo di idee, ebbene, è davvero soltanto un problema di matematica.
I termini del problema sono:
- il forte indebitamento del Sistema Italia, pari al 120% dell’intero suo PIL;
- la speculazione internazionale;
- le Agenzie di Rating;
- la politica della Merkel;
- la mancanza di una Banca dell’Euro;
- la disoccupazione;
- lo spettro della recessione;
- il rischio d’inflazione.
Come ho già accennato in alcuni miei precedenti scritti, alla fine ho fatte mie le tesi di quello che ritengo uno dei più grandi economisti mai esistiti, Hjalmar Schacht, Presidente per anni della Reichsbank e Ministro dell’Economia e, dopo Norimberga, consulente ascoltato di piccole e grandi economie nazionali.
Voglio allora subito sciogliere, con la spada, il classico nodo Gordiano: l’Italia deve o no restare nell’Europa dei Merkel e dei Sarkozy?
Si! se nasce, subito, una Banca dell’Euro, e cioè una Banca Centrale d’Emissione.
No! se la Merkel vuole continuare a imporre i suoi dictat.
L’obbiettivo finale è solo uno, o l’Europa, nel suo insieme, si appropria della possibilità e capacità di operare come un corpo unico, a nessuno soggetto, o è l’Italia che torna a decidere, da sola, del suo presente e del suo futuro.
Abbiamo visto i termini del problema, sappiamo il fine a cui tendere, ora vediamo i modi e le condizioni.
L’ideale di ogni politica economica è l’occupazione di tutte le forze lavoro, che cresca parallelamente all’incremento demografico, anche perché è proprio la disoccupazione che genera le maggiori difficoltà sociali.
Quindi il primo punto da realizzare è l’occupazione totale.
Non parliamo, per ora, del come reperire i necessari mezzi finanziari, ma vediamo quali occupazioni potrebbero dare lavoro a tutti, per anni ed anni.
Presupposto è il non creare grandi concentrazioni operose, come fecero i lupi vestiti da Agnelli, nel secolo appena trascorso, sradicando dai luoghi d’origine uno stuolo infinito di poveri operai, creando più disagi che benefici.
Non sono le genti che debbono raggiungere il lavoro, ma questo le genti.
Si eviteranno così insediamenti anomali, pendolarismi sofferti, traffico caotico, spese superflue: e non mi si parli di integrazione, anche le guerre la creano, ma non sono certo auspicabili, mentre lo sono la scuola, la cultura, il tempo libero.
Dunque, considerando il Sistema Italia, quattro potrebbero essere gli indirizzi occupazionali per milioni di disoccupati.
- Il Restauro: quello di tutti gli edifici che ne abbisognino, dalle facciate alle strutture interne, adeguandoli inoltre, per quanto possibile, alle norme antisismiche, e migliorandone l’ecosostenibilità e l’impatto ambientale.
- Le Infrastrutture: come le strade, le autostrade, i ponti, le ferrovie, le gallerie, i porti, gli aeroporti, e le grandi opere da tempo in programma.
- Le Opere a Rete: che necessitano tutte di accurate e definitive ristrutturazioni, come le condotte idriche, elettriche, quelle fognanti.
- Il Dissesto Idrogeologico: la più grande sfida che sarebbe opportuno subito affrontare e che impiegherebbe tecnici e maestranze in numero enorme.
Ogni Regione potrebbe utilizzare le proprie risorse umane per attivare cantieri e officine solo nel proprio ambito geografico.
Lavoro per tutti significa pace sociale e crescita, anche demografica.
C’è poi un 5° punto: il cancro della delocalizzazione.
Tutti quegli industriali che, per aggiungere utili agli utili, trovano conveniente spostare le proprie produzioni nei paesi più poveri, derubando l’Italia di migliaia di posti di lavoro, andrebbero perseguitati, non solo fiscalmente, fino a giungere alla trattenuta del passaporto e alla perdita della cittadinanza.
Quelle che sono direttrici occupazionali valide per il Sistema Italia, troverebbero, mutatis mutandis, opportuno impiego anche presso tutti i paesi dell’Euro, ciascuno in funzione delle proprie necessità occupazionali.
Il lavoro per tutti, creato e stimolato a livello statale e regionale, avrebbe un forte effetto di trascinamento sull’imprenditoria privata, e avvierebbe un lungo periodo di crescita in ogni settore della vita sociale, allontanando, sine die, lo spettro della recessione, proprio quello che è oggi la minaccia più immanente, provocata e voluta dai provvedimenti messi in atto dal Sen. Monti, l’uomo privo di idee.
Salvatore Giuliano Franco
dicembre 2011








