di Maurizio Navarra
Due righe due sul problema della sicurezza. (Red)
A grandi passi la criminalità si è avvicinata alla Città Eterna impadronendosi, così appare dalla semplice lettura della cronaca quotidiana, di intere zone della Capitale e sottoponendole ad una logica di violenza inaudita, che lascia sempre più sovente rosse tracce di sangue sui nostri marciapiedi. C'è subito da dire a questo proposito come la gente che vive a Roma non accetta questo tipo di violenza diffusa, non ne vuole essere succube o connivente in nessun modo, non è disposta a subirne il fascino perverso.
La cittadinanza, in sintesi, patisce con grande riluttanza e fastidio questa presenza criminale e si chiede con insistenza dove e come possa avere messo le radici e, nel contempo, ha il timore di non ben contrastati insediamenti banditeschi che abbiano la finalità di "marcare un territorio" assoggettandolo al controllo di bande organizzate.
Obiettivamente non è mai stato facile per le Forze dell'Ordine, va detto, il contrasto alla criminalità in centri urbani che hanno la dimensione e le caratteristiche di una metropoli. La difficoltà, come ovvio, aumenta a dismisura quando si deve nel contempo affrontare una immigrazione eterogenea e non controllabile che spesso fruisce proprio dell'attività di organizzazioni criminali per superare i controlli di ingresso nel nostro Paese. Le Forze dell'Ordine, va detto con chiarezza, sembrano subire l'offensiva criminale e non riescono (per lo meno questa è l'impressione) a contrattaccare con efficacia magari riuscendo a prendere nelle loro mani l'iniziativa. Se la comunità cinese, dopo il recente, barbaro assassinio per rapina di un commerciante e della sua figlioletta, inizia a parlare di "ronde" autogestite per la difesa di attività e persone, questo non è altro che il preoccupante sintomo della necessità di sicurezza percepita da molti cittadini che si sentono sempre più indifesi.
La radice di questo male è nota ed ha componenti che fuoriescono a iosa da una sorta di cornucopia in negativo sotto forma di trascuratezze, superficialità ed incompetenze che a volte sfociano nella malafede. Traggo spunto proprio dal fatto di cronaca che ho appena citato. Un commentatore radiofonico di un canale nazionale, parlando oggi delle persone sospettate di avere assassinato a Roma il commerciante cinese e la sua figlioletta, descriveva così i banditi (cito a memoria): "si tratterebbe di due giovani magrebini con precedenti di poco conto per furto, rapina, estorsione (? non ricordo bene il terzo reato citato) ...". Si capisce, a questo punto, la dimensione del problema? Una volta, dire che la rapina era un "reato di poco conto" sarebbe stato ritenuto un errore, oggi no.
Se poi ci si degna di parlare con gli operatori delle Forze dell'Ordine si rischia, magari, di apprendere che persone arrestate per reati anche più gravi di una rapina ritornano tranquille in libertà dopo pochissimo tempo dal loro arresto. Diamine! L'Italia è un paese garantista, il delinquente non deve essere punito, ma recuperato e rieducato. Concetti, questi, nobilissimi e molto noti alla canaglieria nostrana che ci sguazza dentro. Male interpretati però ad esempio dal delinquente straniero che in casa propria è punito severamente, sconta tutta la pena e non una parte di essa e di conseguenza pensa che il nostro Paese sia il paese del bengodi, dove tutto è permesso!
Trovare ricette per risolvere questo problema è troppo semplice perché qualcuno che ci governa lo faccia. Sarebbe sufficiente, ad esempio, ridare certezza al diritto punendo i reati in modo tempestivo e reale e, magari, unificare finalmente le Forze di polizia ottenendo un impiego più razionale e coordinato delle forze di contrasto in campo. Una riforma che non costerebbe tanto, anzi potrebbe far risparmiare tanto, quindi un sogno che, sono convinto, rimarrà tale.
Maurizio Navarra
gennaio 2012








