di Stelio W. Venceslai
Ragionare con freddezza e lucidità e non cercare scorciatoie è esercizio, in questo Paese, estremamente difficile ... forse impossibile? Speriamo veramente di no. (Red)
La crisi attuale comporta la necessità di una qualche riflessioni fuori dalla polemica politica tipo i partiti sono stati irresponsabili, Berlusconi non ha né saputo né voluto governare, Monti è espressione dell’oligarchia del Paese, e così via.
Lasciamo stare questi discorsi, che possono pure essere fondati, ma cerchiamo di tornare ai principi, con freddezza.
Dunque: il Paese è in crisi. Ha speso troppo ed è indebitato. Non è un problema. Lo sono tutti, solo che il nostro lo è di più. Dobbiamo cifre enormi a chi ha dato fiducia e prestato danaro.
La prima considerazione è che la rovina del debitore trascina quella del creditore. Ciò dà una certa forza contrattuale. certo, bisogna essere in grado di usarla. Poiché siamo in un consesso di gente civile, mi sembra difficile che Monti vada dalla Merkel e da Sarkozy dicendo loro: abbiamo scherzato, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Non pago più e cancello il mio debito (in gergo economico, si chiama consolidamento, chissà perché, del debito pubblico). In futuro, si vedrà.
La seconda considerazione, invece, visto che escludiamo a priori la prima, è che si trovino i danari nel Paese. Dato lo strumento del fisco, due sono i modi: o si tassa di più la gente o si cerca di creare ricchezza aggiuntiva, in modo che aumenti il relativo prelievo fiscale.
Tassare di più è più facile e più immediato, soprattutto nei confronti dei redditi fissi. E qui sorge il problema dell’enorme evasione. D’altro canto, maggiore è la pressione fiscale, maggiore sarà il tentativo di sfuggire ad essa. Creare ricchezza aggiuntiva è molto più difficile ed i suoi effetti sono meno immediati ma più duraturi e, soprattutto, non generano né scontento né evasione aggiuntiva.
Un buon Governo deve saper scegliere.
Se tassa di più, tappa i buchi ma non risolve il problema. L’imposta è concepita per diminuire il potere d’acquisto del contribuente (consumatore). Se prelevo di più, la gente o non paga del tutto (evasione) o consuma di meno e dà fondo ai risparmi. In ogni caso, l’economia si deprime. Consumi minori significano scorte invendute, profitti delle imprese ridotti o nullificati, gettito fiscale minore, chiusura di imprese e disoccupazione (quella vera, non quella dei precari). E’ la crisi in tutta la sua grandezza.
Se cerca di creare ricchezza aggiuntiva, deve ridurre la tassazione globale, favorire la crescita di nuove imprese, con esenzione dalle imposte almeno per i primi cinque anni, riattivare il ciclo dei consumi. Ci vuole più tempo, ma il risultato è certamente positivo.
In Europa non siamo al banco del mercato. Tutti subito, pochi e maledetti. Si negozia o, almeno, si dovrebbe. Cosa è meglio, nel breve periodo, tappare i buchi o cercare di riattivare il circuito dello sviluppo?
Questo è il problema. Di misure di emergenza ne abbiamo viste a decine, dall’addizionale pro Calabria al prelievo dalle banche di una quota dei nostri risparmi. A cosa sono serviti questi prestiti forzosi? A poco od a nulla. E’ vero che la storia non è, come dicevano gli antichi, magistra vitae, ma qualcosa dovrebbe pur avere insegnato anche ai nostri pallidi politici.
Se vediamo cosa sta succedendo nel nostro Paese, siamo amaramente nella prima fase.
Aspettiamo la seconda. Diamo il via alla liberalizzazione dei treni, ad esempio. Succederà qualcosa? Liberalizziamo farmacisti, tassinari, notai, ordini professionali. E’ giusto, badate bene, perché sono bardature corporative medievali. Ma con quale effetto?
La ricchezza la producono le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, che le banche stanno strangolando negando crediti e che lo Stato manda al fallimento, non pagando loro le proprie forniture. Non va bene, perché le imprese che producono danno lavoro. Il lavoro produce redditi, tassabili, e la gente torna a spendere, perché ha un salario, e se le cose vanno bene, si è costretti ad aumentare le produzioni, a fare investimenti, ad occupare più gente e così via, in un circuito, diciamo, virtuoso.
Non dimentichiamo che lo Stato è un grande fornitori di servizi ed è un grande investitore di risorse.
In questi ultimi cinquant’anni s’è fatto poco o niente, in opere pubbliche. Abbiamo gli acquedotti che sono uno sfacelo, carceri miserabili e fatiscenti, edifici scolastici inadatti e, spesso, fuori regola, strade strette ed insufficienti, infrastrutture obsolete. Ci sarebbe da fare tantissimo e da occupare centinaia di migliaia di persone.
Per uscire dalla crisi, occorrono sviluppo e fantasia.
Stelio Venceslai
Roma, li 16 gennaio 2012.








