Venerdì 27 Gennaio 2012 14:23

DIVAGAZIONI SULLE “FINALITÀ GENERALI”

Scritto da Salvatore Giuliano Franco
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di Salvatore Giuliano Franco

Ma allora dal 1994 ad oggi poco o nulla è cambiato? Rimane da dire "Evviva il prosciutto di tacchino!" ... compatibilmente con ciò che ne  pensa il tacchino! (Red)
Oggi, in questa nostra società, non esistono più certezze (questa esclusa), e con ragionamenti non privi di logica, ma che assomigliano tanto ad un lavaggio del cervello, anche quella che era ancora una certezza, il posto di lavoro, viene ora a mancare.
Ci sono individui che amano il rischio ed altri, e sono la maggioranza, che anelano invece ad una tranquilla serenità.
Questo nuovo dettato del consumismo, propagandato come una conquista, è in realtà un fatto gravissimo, che porterà, inevitabilmente, non essendoci più alcuna garanzia del domani, a vivere senza poter più accarezzare progetti, piccoli o grandi che siano; si dovrà vivere con orizzonti li-mitati e il “carpe diem” diverrà la nostra nuova legge.
Tutto ciò può sembrare logico e addirittura auspicabile, in un’ottica da società industrializzata, ma quanto è lontano da “c’è un tempo per la semina e un tempo per il raccolto, “un tempo per la fatica e un tempo per il riposo”, “un tempo per la realtà e un tempo per i sogni”.
Nessun ciclo di studi, o specializzazione, o periodo di lavoro, sarà più sufficiente a garantire un minimo di tranquillità: già oggi un medico è obsoleto in sette anni, un ingegnere in cinque, un esperto informatico in meno di tre.
Domani tutti saranno obsoleti nello stesso istante della sospirata assunzione, perché altri, alle loro spalle, avranno già una maggiore conoscenza degli stessi problemi che essi hanno appena cominciato ad affrontare, e si dovrà combattere con le unghie e con i denti per essere sempre a-deguati alla posizione conquistata o per candidarsi altrove.
Il colpo più grave lo subirà certamente l’istituto della famiglia, che non potrà perdurare in una realtà priva di riferimenti sicuri, dove il vivere diventa, ineluttabilmente, arte del sopravvivere; non basterebbe un volume per solo affrontare il problema in tutta la sua vastità e per sviscerare i danni irreversibili che il nuovo sistema porterà con sé, ma certo non è questa la sede più indicata.
Alla luce di queste nuove “conquiste” sociali, quella che era solo una intima convinzione di-venta ora un obbiettivo da perseguire.
Si ritiene che sarebbe giusto distribuire il 40% del pacchetto azionario, di qualunque futura realtà societaria, basata sul lavoro di molti, proprio a coloro che operano all’interno di essa e che potrebbero, da questo fatto, trarre forti certezze per la propria vita e il desiderio di sempre meglio operare, senza essere costretti a correre, senza una vera meta, e sempre sul filo di un rasoio.
La % pro capite diminuirebbe man mano che l’azienda, crescendo, dovesse incrementare il numero dei propri dipendenti, ma non per questo diminuirebbero i profitti pro-capite, e ogni de-cisione nei confronti dei singoli verrebbe demandata al consiglio degli “azionisti dipendenti”.
Il problema è davvero ampio e assai complesso: quello che c’è di simile al mondo non è mai cristallino perché, in realtà, cela sempre il predominio assoluto del capitale sull’uomo; un giusto e sincero compromesso non è ancora stato tentato; il sistema delle cooperative ha tentato di rea-lizzare qualcosa di simile, ma partendo da concetti e realtà diverse.
Io spero che in terre Italiane, con l’aiuto di capitali pubblici e privati, con il sostegno di tradi-zioni che sono un modo di vivere, ma soprattutto con l’ausilio di persone che, senza colore di partito (e questo è pregiudiziale), abbiano davvero a cuore il bene collettivo, si potrà collocare il primo coraggioso tassello del più grande puzzle oggi possibile.

ANCORA  DIVAGAZIONI

Si vorrebbe qui sostenere, con ulteriori argomentazioni, la validità della tesi che mi ha convinto a propugnare l’idea dei Punti di Vendita collegati direttamente alla Ditta Madre Produttrice.
Ipotizziamo allora una grande Società sovranazionale che abbia impiantato, in una qualunque nostra regione, una certa realtà produttiva; il concetto di “villaggio globale” porterà la grande Società ad esplorare modi e percorsi diversi per una sua autonoma crescita senza alcuna preclu-sione territoriale.
In un qualunque Stato, sia pure ai nostri antipodi, potrebbe trovare, ad esempio, manodopera ad un costo molto più basso e anche un sistema di tassazione più equo o addirittura premiante; è davvero facile ipotizzare il passo successivo: cessazione della precedente attività e apertura, al-trove, di una nuova realtà produttiva, gemella della prima.
Questa operazione, che sembra in fondo logica e naturale, anche se spiacevole, è in realtà pro-fondamente assurda, proprio in riferimento al “villaggio globale”.
Si vengono a creare, dove prima c’erano occupazione e benessere, povertà e disoccupazione, ma indotti questi da un doppio ordine di motivi: la prima causa è quella diretta, intuitiva,  dovuta alla cessazione dell’attività, ma è la seconda ad essere più grave e distruttiva della prima; infatti i nuovi costi, assai ridotti rispetto ai primi, generano e determinano, nel luogo d’origine dell’attività, l’impossibilità della concorrenza, della ripresa, della rinascita: la prima realtà pro-duttiva ha così termine, definitivamente; il “villaggio globale” diventa, obiettivamente, più pove-ro; non si delocalizza il corpo, ma l’anima.
La grande Società ipotizzata, dovendo competere con altre a lei simili, deve utilizzare il fiume di proventi attivi, mai ridistribuiti verso il basso, per incrementare costantemente e necessaria-mente la propria crescita, perché, come ben sanno gli economisti, la stasi è sinonimo di morte.
Si tratta di un vero processo cancerogeno, perché la crescita e la distruzione sono in esso con-naturati, e solo quando il processo di appiattimento verso il basso sarà stato ultimato, si avrà fi-nalmente il “villaggio globale”, ma esso sarà privo di vita.
Sappiamo che è impossibile liquidare un tale immane problema in così poche righe, ma si vo-leva qui solo spezzare una lancia a favore delle Realtà Produttive ben radicate sul territorio, con il buon utilizzo delle risorse locali, naturali ed umane.
Coinvolgere gli stessi Operatori alla realtà produttiva, oltre agli aspetti positivi già evidenziati, significa la conseguente salvaguardia degli usi e dei costumi del luogo; ed è proprio questo che, insieme al culto dei morti, fa, di un insieme di genti un popolo, con la sua storia e il suo divenire, disposto sempre all’aiuto e al confronto con i meno fortunati,  ma mai rassegnato alla perdita della propria identità, delle proprie specificità, dell’antico e ancestrale senso della famiglia, della speranza.

Salvatore Giuliano Franco

Scritto a Malta nel 1994 (in calce al progetto “Prosciutto di Tacchino” della “FRM ltd.”

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