di Salvatore Giuliano Franco
Una ragionata digressione su valori etici e trascendenti in chiave di scepsi critica.
Il Dubbio è il filo conduttore della nostra vita, non abbiamo certezze se non quella che sia giusto dubitare: il dubbio è Ricerca.
Anche la Fede, in una qualsiasi religione, causa, confessione o credo politico, è in realtà un dubbio coagulato, a cui afferrarsi come a una scialuppa di salvataggio.
La stessa scienza e tutte le sue conquiste, che assumono l’aspetto di verità per tempi sempre più brevi, è solo una successione di dubbi che anelano risposte esaustive e aprono invece la porta, sempre, ad altri dubbi, superando ogni illusoria momentanea verità con altre più recenti verità che, sconfessando le precedenti, sconfessano in divenire anche se stesse.
Potrà mai un’ombra comprendere lo spessore, la profondità? Potrà mai l’uomo, racchiuso nelle sue quattro dimensioni, come l’uovo nel guscio, comprendere un universo di cui conosce, e poco, solo tutti gli aspetti a lui accessibili?
Il nuovo dubbio che oggi mi assilla non è in fondo poca cosa perché mette in forse convinzioni che mi hanno fatto compagnia per ben quattordici lustri.
Negli ultimi tempi, alla luce di un’intera vita vissuta abbastanza intensamente, seppure con dentro un grande e inesprimibile vuoto, quelle convinzioni traballano e non costituiscono più un riferimento sicuro.
Non posso allora più nasconderlo a me stesso e debbo pormi, con coraggio, tutte quelle domande le cui risposte potrebbero anche scardinare il mio mondo, e il vostro.
La domanda esiziale è, in fondo, assai semplice, tragicamente semplice, ed è questa:
l’individuo e la famiglia, nel loro più in timo significato, essenziale ed esistenziale, rappresentano concetti complementari o antitetici?
La loro complementarietà sembra confermata, senza soluzione di continuità, attraverso migliaia d’anni di storia.
La nostra stessa civiltà si basa sulla “societas”, che altro non è se non una famiglia di famiglie.
Come posso allora dubitare della validità e della bontà dell’istituto della famiglia, da tutti e da sempre accettato e difeso, quando lo contrappongo al singolo individuo?
La mia risposta è però altrettanto semplice:
perché la famiglia comporta obblighi e vincoli ineludibili che costituiscono un limite invalicabile alla libertà e al bene del singolo.
Questi obblighi e questi vincoli hanno sempre il sopravvento su qualunque necessità o aspirazione personale, intese queste non in senso materialistico, il che sarebbe comunque comprensibile e accettabile, ma nel loro significato più intimo e profondo, come conoscenza ed elevazione del “sé”.
Basterebbe questa sola asserzione, se veritiera, a supportare la tesi che l’istituzione “famiglia” è in palese e aperto contrasto con il microcosmo “uomo”, nella sua essenza e unicità.
E allora il dovere amare gli altri che significato ha?
E quale significato ha quell’amore verso se stessi che è l’essenza di ogni credo religioso e di ogni filosofia?
Può il primo prevalere sul secondo?
Qualunque dottrina mette l’individuo al centro di ogni possibile divenire. Egli è tenuto a percorrere una via difficile e impervia, e solo percorrendola potrà finalmente conoscersi e riconoscersi. Una strada lastricata di riflessione, concentrazione, meditazione, e prove.
Un cammino che, se percorso con volontà e costanza, conduce al miglioramento delle proprie capacità volitive, intellettive e psichiche, per poter quindi aspirare al completo governo dell’umana natura per poi ascendere a livelli superiori.
Per meglio apprezzare la complessità del problema caliamoci pure in una dimensione fideistica.
Questa diversa prospettiva potrebbe anche sembrare irrazionale, ma invece ci facilita nel mettere a nudo i concetti e a meglio definire i valori in gioco.
Pensiamo allora a un uomo, e sempre nella parola “uomo” è compresa la donna, che, per amore, sia capace di sacrificare tutto se stesso, anche la propria vita, e creda inoltre fermamente nell’immortalità dell’anima e nei concetti di premio e punizione, di salvezza o annichilimento eterni.
Ora, immaginiamo lo stesso essere umano di fronte a una grande scelta, finale ed ultima, quella della propria salvazione eterna, condizionata però all’irrevocabile condanna di un altro.
Lo scopo finale del credente è proprio quello dell’eterna salvazione e quindi, per lui, non c’è davvero possibilità di scelta alcuna, egli non può e non deve optare diversamente se non per il proprio bene ultimo.
È questo l’imperativo categorico in lui connaturato.
Non perseguendo il fine ultimo niente avrebbe più senso, infinito ed eternità diventerebbero essi stessi solo parentesi vuote nel nulla.
Al materialista ateo questa drammatica scelta, anche se solo “ad absurdum” non si potrà mai porre: egli agirà solo secondo la propria morale.
Ecco quindi la necessità di calarsi in una dimensione fideistica, se vogliamo meglio sviscerare il nostro dubbio primario.
Quell’amore verso se stesso, anche per il credente, è un principio vincolante e ineludibile, quasi l’effetto di una causa prima.
È vero però che nella mia vita terrena io posso e voglio a tutto rinunziare pur di dissetare, anche con una sola goccia d’acqua, la sete di chi amo e, forse, di chiunque, se davvero sono capace d’amore. E non importa se l’offerta di quella sola piccola goccia d’acqua esige in cambio, da chi la dona, la sua intera vita, e tutte le eventuali conquiste in essa faticosamente racchiuse.
Rimane però sempre e comunque valido quel principio dell’amore verso se stesso quale cardine e necessario presupposto ad ogni tipo di individuale evoluzione e crescita.
Quell’amore è in fondo la ricerca spasmodica e mai compiuta del miglioramento e perfezionamento del “sé”.
Questo dovere, che potrebbe sembrare, ma non è, una forma d’estremo egoismo, non viene in realtà mai coltivato, proprio perché è soprattutto l’istituto della famiglia che ad esso si oppone, non tanto ideologicamente, quanto per prassi consolidata nella quotidiana realtà, con inoltre tutti i vincoli e le limitazioni che la società ci impone.
Ora, sinceramente, si può davvero credere che un uomo, inserito a pieno titolo in questo tipo di “societas”, dove le due deità, i due Moloc dominanti, sono il lavoro e il guadagno, possa pensare a se stesso in termini di crescita psichica e spirituale?
Solo pochissimi sono riusciti a farlo, e tutti vorrei accomunare sotto il nome unico e omnicomprensivo di Profeti, e non perché capaci di divinare il futuro ma solo perché capaci di vedere oltre il contingente.
Forse è proprio a causa di questi limiti, figli della necessità ma coartatori d’ogni individuale libertà se, in undicimila anni di civiltà, l’uomo non è progredito di un solo passo verso il “divino” ed è solo riuscito ad ammucchiare una grande quantità di conquiste meramente tecnologiche.
Queste, anche le più importanti e straordinarie, non hanno in realtà alcun significato se rapportate ai parametri “spazio” e “tempo”. (v. “Ipotesi sul dopo morte” – n.d.a.)
Se però la “famiglia” è la pietra angolare di quella grande costruzione che è la “societas”, una errata valutazione della prima condurrebbe necessariamente al riesame se non allo scardinamento della seconda.
La famiglia si basa però sul concetto di “amore”, e forse è proprio questo che dovremmo meglio sviscerare.
Da sempre i padri, i genitori, fanno sacrifici per i figli, spesso rinunciando anche al proprio benessere per garantire ed assicurare il loro
Quindi, in realtà, non abbiamo mai cercato o perseguito, né come società né come individui, quello che invece dovrebbe essere l’obbiettivo primario dell’Uomo, la crescita del “sé”.
Se pensiamo a noi come a delle piccole sfere sognanti nel nulla, vedremo che abbiamo faticato tanto solamente per accrescerne il diametro, aumentando incredibilmente il nostro spazio interno e le superfici dei nostri globi individuali, che dentro racchiudono però solo un incolmabile vuoto. Nell’infinito anche le dimensioni più grandi perdono di significato.
Quanto sarebbe meglio se quelle piccole sfere, pur se grandi solo quanto capocchie di spillo, fossero piene all’interno di una sostanza aldilà del tempo e dello spazio.
Ora, tornando allo schema fideistico, come si conciliano le parole del Cristo che invita i Suoi futuri discepoli e quanti credono in Lui ad abbandonare tutto e tutti per seguirLo sulla via che dona la Vita e conduce alla Verità, con il dettato della Chiesa, riconfermato con forza da Benedetto XVI°, che pone invece proprio la famiglia alla base di ogni possibile progresso morale e spirituale?
Ci sono voluti secoli per maturare l’idea che la Patria non è nazionalismo estremo, chiuso ed egoistico, ma è comunione d’idee, tradizioni, aspirazioni, usanze, memoria dei morti, condivisione dei dolori e rispetto, non solo dei propri simili, ma anche dei dissimili, quando però non aspirino a rompere l’armonia faticosamente creata.
La nostra idea di famiglia è, invece, obiettivamente, assai più vicina al primo e superato concetto di Patria.
Forse nella società marxista e, molto prima ancora, nella vagheggiata“Polis” ideale di Platone, c’è una visione non proprio peregrina.
I figli sono un bene e una responsabilità della collettività e i loro creatori sempre liberi di perseguire il proprio personale karma.
Nello stesso Vangelo la famiglia del Cristo è sempre e soltanto l’intero genere umano.
Quando arriveremo a interiorizzare l’intimo e vero significato della parola “famiglia”, in cui ogni singolo vivente è partecipe e responsabile di tutti gli altri pur nella sua personale e totale libertà, solo allora, forse, nella giustizia e nell’amore, ognuno potrà davvero modellare il proprio destino e tentare di ascendere a conoscenze che nemmeno la scienza più progredita potrà mai soltanto sfiorare.
Salvatore Giuliano Franco
Roma: mercoledì 13 gennaio 2010








