Nuotare contro corrente. Se si approfondisce l'argomento del Made in Italy con serietà e rigore possono apparire intereessanti scoperte! Red.
di Salvatore Giuliano Franco
Mio caro e paziente lettore, che tu sia mosso da curiosità, specifico interesse per l’argomento, o solo da uno zapping casuale, non ha in fondo grande importanza: è importante invece che le mie parole riescano a farti proseguire nella lettura e a convincerti al fine e ai mezzi che mi avvio a proporti.
Riporterò qui alcune affermazioni fatte anni fa e richiamate in un mio precedente scritto “Sul Made in Italy”.
«Ipotizziamo una grande Società sovranazionale che abbia impiantato, in una qualunque nostra regione, una certa realtà produttiva ; il concetto di “villaggio globale” porterà la grande Società ad esplorare modi e percorsi diversi per una sua autonoma crescita economica, senza alcuna preclusione territoriale.
In un qualunque Stato, sia pure ai nostri antipodi, potrebbe trovare, ad esempio, manodopera ad un costo molto più basso ed anche un sistema di tassazione più equo o addirittura premiante; è allora davvero facile ipotizzare il passo successivo : cessazione della precedente attività ed apertura di una nuova realtà produttiva.
Questa operazione, che sembra in fondo logica e naturale, anche se spiacevole, è in realtà profondamente assurda, proprio in riferimento al “villaggio globale”.
Si vengono a creare, dove prima c’erano occupazione e benessere, povertà e disoccupazione, ma indotti questi da un doppio ordine di motivi : la prima causa è quella diretta, intuitiva, dovuta alla cessazione di una attività, ma è la seconda ad essere più grave e distruttiva della prima ; infatti i nuovi costi, assai ridotti rispetto ai primi, generano e determinano l’impossibilità della concorrenza, della ripresa, della rinascita : la prima realtà produttiva ha così termine, definitivamente ; il “villaggio globale” diventa, obiettivamente, più povero.»
Il brano qui riportato è stato estratto da un più lungo e articolato scritto, ma è mio desiderio andare subito al nocciolo del problema, illico et immediate.
Per quanto ci si sforzi di difendere e preservare il “Made in Italy”, ritengo che né ora né mai si riuscirà a garantire i consumatori, su tutta la Terra, della effettiva originalità dei prodotti esitati sotto quel marchio.
Vi si oppongono gli interessi di grandi paesi specialisti nell’imitazione e nella contraffazione, ma anche, più subdolamente, i nostri stessi partner europei, in cui il nazionalismo e una antistorica grandeur li inciteranno a mai approvare leggi comunitarie che davvero siano protettive del “Made in Italy”.
Luca Zaia che, nell’autunno di due anni fa, ebbi l’avventura di incrociare nei pressi di Udine, in un mio incontro con il Cav. Andretta Renato, proprietario tra l’altro della Torviscosa, si è battuto come un vero Paladino in Europa ottenendo grandi risultati quale Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, eppure la contraffazione del “Made in Italy” e l’oscena politica della “delocalizzazione” continuano a depauperare la nostra ricchezza e non solo nell’agroalimentare.
Io credo fermamente che il “Made in Italy” si può davvero proteggere e propagandare se tutti coloro che partecipano alla produzione di un’azienda sono ad essa indissolubilmente legati.
Se, cioè, tutti i lavoratori, e non fa differenza che operino con la mente o con le mani, sono il corpo vivo della stessa azienda di produzione, essendone anche comproprietari, e partecipano alle scelte decisionali che oggi solo il Capitale ha il potere di imporre.
Non sono certo Comunista, ma amo il Socialismo operante, così come non sono certo Fascista, anche se ricordo con piacere le terre date ai combattenti, i primi sussidi sociali, l’assistenza ospedaliera per i poveri, l’assicurazione contro la disoccupazione, le esenzioni tributarie alle famiglie numerose, l’INAIL, il libretto di lavoro, l’INPS, la settimana lavorativa ridotta a 40 ore, gli assegni familiari, le Casse rurali e artigiane, l’INAM.
Quel piccolo marchio propugna concetti di lui molto più grandi, afferma chiaramente che non c’è “Made in Italy”se i prodotti non sono fatti in Italia, con materie prime italiane e, soprattutto, con manodopera italiana, e quest’ultima affermazione non è certo un rigurgito nazionalista, perché è sarà italiano chiunque accetta la nostra Lingua, le nostre Leggi, le nostre Tradizioni, e perché non va dimenticato che imperatori e pensatori hanno ben operato, nell’antica Roma, dopo aver acquisito la status di “cives romanus”.
La “delocalizzazione” va combattuta come una peste e come “untori” i suoi propugnatori, e speriamo che anche Marchionne si conservi “cives romanus”.
La mia è solo una pallina da ping-pong fatta rotolare dalla cima innevata di un’alta montagna, ma come vorrei che diventasse una valanga!
salvatore giuliano franco
di Salvatore Giuliano Franco
Operare per il “Made in Italy” comporta anche, secondo me, il rendere palesi le proprie convinzioni e i propri futuri comportamenti, anche se certi principi possono apparire molto opinabili, se non addirittura contestabili.
Non mi sottrarrò per questo dal palesare i miei convincimenti.
Debbo risalire al 1993 quando, il quel di Malta, ero in stretta relazione con i vari ministri dell’isola in quanto direttore di una erigenda industria alimentare.
Ricordo che, richiesto del mio parere, sconsigliavo l’ingresso nella futura moneta unica e caldeggiavo la costituzione di un organismo multinazionale coinvolgente tutte le sponde del Mediterraneo.
Ero comunque contrario alla imminente globalizzazione come scrivevo anche nelle pagine finali del mio progetto per la costituenda azienda.
A chiarimento di ciò riporto di seguito integralmente le mie affermazioni di allora, commentate anche nel corso di una visita all’azienda della televisione locale.
Quei concetti li riportai in un progetto per la Sardegna del 1998 e quindi, sul mio PC, la data di stesura risulta spostata dal 1993 al 1998.
Alla fine del progetto c’erano queste
DIVAGAZIONI SULLE “FINALITA’ GENERALI”
Oggi, in questa nostra societa’, non esistono piu’ certezze (questa esclusa), e con ragionamenti non privi di logica, ma che assomigliano tanto ad un lavaggio del cervello, anche quella che era ancora una certezza, il posto di lavoro, viene ora a mancare.
Ci sono individui che amano il rischio ed altri, e sono la maggioranza, che anelano invece ad una tranquilla serenita’.
Questo nuovo dettato del consumismo, propagandato come una conquista, e’ in realta’ un fatto gravissimo, che portera’, inevitabilmente, non essendoci piu’ alcuna garanzia del domani, a vivere senza poter piu’ accarezzare progetti, piccoli o grandi che siano ; si dovra’ vivere con orizzonti limitati e il “carpe diem” diverra’ la nostra nuova legge.
Tutto cio’ puo’ sembrare logico e addirittura auspicabile, in un’ottica da societa’ industrializzata, ma quanto e’ lontano da “c’e’ un tempo per la semina ed un tempo per il raccolto, “un tempo per la fatica ed un tempo per il riposo”, “un tempo per la realta’ ed un tempo per i sogni”.
Nessun ciclo di studi, o specializzazione, o periodo di lavoro, sara’ piu’ sufficiente a garantire un minimo di tranquillita’ : gia’ oggi un medico e’ obsoleto in sette anni, un ingegnere in cinque ed un esperto informatico in meno di tre.
Domani tutti saranno obsoleti nello stesso istante della sospirata assunzione, perche’ altri, alle loro spalle, avranno gia’ una maggiore conoscenza degli stessi problemi che essi hanno appena cominciato ad affrontare, e si dovra’ combattere con le unghie e con i denti per essere sempre adeguati alla posizione conquistata o per candidarsi altrove.
Il colpo piu’ grave lo subira’ certamente l’istituto della famiglia, che non potra’ perdurare in una realta’ priva di riferimenti sicuri, dove il vivere diventa, ineluttabilmente, arte del sopravvivere.
Non basterebbe un volume per solo affrontare il problema in tutta la sua vastita’ e per sviscerare i danni irreversibili che il nuovo sistema portera’ con se’, ma certo non e’ questa la sede piu’ indicata.
Alla luce di queste nuove “conquiste” sociali, quella che era solo una intima convinzione diventa ora un obbiettivo da perseguire.
Ritengo che sarebbe giusto distribuire il 50% del pacchetto azionario, di qualunque futura realta’ societaria, basata sul lavoro di molti, proprio a coloro che operano all’interno di essa e che potrebbero, da questo fatto, trarre forti certezze per la propria vita e il desiderio di sempre meglio operare, senza essere costretti a correre, senza una vera meta, e sempre sul filo di un rasoio.
La % pro capite diminuirebbe man mano che l’azienda, crescendo, dovesse incrementare il numero dei propri dipendenti, ma non per questo diminuirebbero i profitti pro-capite, ed ogni decisione nei confronti dei singoli verrebbe demandata al consiglio degli “azionisti dipendenti”.
Il problema e’ davvero ampio e presenta molte sfaccettature : quello che c’e’ di simile al mondo non e’ mai cristallino perche’, in realta’, cela sempre il predominio assoluto del capitale sull’uomo ; un giusto e sincero compromesso non e’ ancora stato tentato ; il sistema delle cooperative ha realizzato qualcosa di simile, ma partendo da concetti e realta’ diverse.
Si spera che in terra Sarda, con l’aiuto di capitali pubblici e privati, con il sostegno di tradizioni che sono un modo di vivere, ma soprattutto con l’ausilio di persone che, senza colore di partito (e questo e’ pregiudiziale), abbiano davvero a cuore il bene collettivo, si potra’ collocare il primo coraggioso tassello del piu’ grande puzzle oggi possibile.
ANCORA DIVAGAZIONI
Si vorrebbe qui sostenere con ulteriori argomentazioni la validità della tesi che ci ha convinto a propugnare l’idea dei Punti di Vendita collegati direttamente alla Ditta Madre Produttrice.
Ipotizziamo allora una grande Società sovranazionale che abbia impiantato, in una qualunque nostra regione, una certa realtà produttiva ; il concetto di “villaggio globale” porterà la grande Società ad esplorare modi e percorsi diversi per una sua autonoma crescita senza alcuna preclusione territoriale.
In un qualunque Stato, sia pure ai nostri antipodi, potrebbe trovare, ad esempio, manodopera ad un costo molto più basso ed anche un sistema di tassazione più equo o addirittura premiante ; è davvero facile ipotizzare il passo successivo : cessazione della precedente attività ed apertura di una nuova realtà produttiva.
Questa operazione, che sembra in fondo logica e naturale, anche se spiacevole, è in realtà profondamente assurda, proprio in riferimento al “villaggio globale”.
Si vengono a creare, dove prima c’erano occupazione e benessere, povertà e disoccupazione, ma indotti questi da un doppio ordine di motivi : la prima causa è quella diretta, intuitiva, dovuta alla cessazione di una attività, ma è la seconda ad essere più grave e distruttiva della prima ; infatti i nuovi costi, assai ridotti rispetto ai primi, generano e determinano l’impossibilità della concorrenza, della ripresa, della rinascita : la prima realtà produttiva ha così termine, definitivamente ; il “villaggio globale” diventa, obiettivamente, più povero.
La grande Società ipotizzata, dovendo competere con altre a lei simili, deve utilizzare il fiume di proventi attivi, mai ridistribuiti, per incrementare costantemente e necessariamente la propria crescita, perché, come ben sanno gli economisti, la stasi è sinonimo di morte.
Si tratta di un vero processo cancerogeno, perché la crescita e la distruzione sono in esso connaturati, e solo quando il processo di appiattimento verso il basso sarà stato ultimato, si avrà finalmente il “villaggio globale”, ma esso sarà privo di vita.
Sappiamo che è impossibile liquidare un tale immane problema in così poche righe, ma si voleva qui solo spezzare una lancia a favore delle Realtà Produttive ben radicate sul territorio, con il buon utilizzo delle risorse locali, naturali ed umane, e la conseguente salvaguardia degli usi e dei costumi del luogo ; ed è proprio questo che, insieme al culto dei morti, fa, di un insieme di genti un popolo, con la sua storia e il suo divenire, disposto sempre all’aiuto ed al confronto con i meno fortunati, ma mai rassegnato alla perdita della propria identità, delle proprie specificità, dell’antico e ancestrale senso della famiglia, della speranza.
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Conclusioni attuali
Questo mio pensare di allora non è oggi mutato, anzi, si è maggiormente radicalizzato.
Un terzo del nostro debito nazionale è stato determinato dal modus operandi del mai abbastanza deprecato Grande Agnello.
Le partite attive della Fiat venivano investite altrove mentre sullo Stato veniva scaricata la cassa integrazione e le necessità di sempre nuovi finanziamenti.
Oggi nulla è cambiato.
Tutti gli utili che le grandi società italiane producono all’estero non ricadono certo né sugli operai italiani né nelle casse dello Stato.
Ricordo che, a Malta, due grandi aziende che producevano pantaloni Jeans, ed una terza che produceva famose camicie con tessuti cinesi, lo facevano per nostri grandi marchi al costo di massimo 3000 vecchie lire al pezzo: c’è forse mai stata qualche ricaduta attiva di quel flusso di guadagni in Italia?
La delocalizzazione è il vero cancro di questo schifosissimo nuovo mondo industriale.
Quale allora la soluzione?
L’operare con mano d’opera locale, utilizzando prodotti locali, per la vendita in aree vicine a quelle di produzione, o in ambito nazionale.
Se poi dall’estero c’è richiesta dei nostri prodotti, bene venga la domanda, ma senza mai delocalizzare le aziende, e questo con la protezione non di apposite leggi, che l’Europa non ci consentirebbe, ma con altre forme di aiuti che, un fisco intelligente e secondo a nessuno, saprebbe mettere in opera.
Produzione e trasformazione dell’agroalimentare e industria del turismo, questi sono i veri assi vincenti della nostra certa futura ripresa economica.
salvatore giuliano franco