SINDACATI VENDUTI
Dal quotidiano "Libero"
La Cgil sciopera contro Cisl e Uil. La colpa? Aver firmato il contratto di Pomigliano in difesa del lavoro.
La sinistra fece della Fiat un bordello.
Storia della Fiat: da prigione a bordello. Poi arrivò Marchionne…
di Giampaolo Pansa
Ho letto l'articolo di Panza ,che volentieri pubblico sul ns. sito perchè mi ha fatto infinito piacere tornare indietro nel tempo ,ai miei 29 anni da direttore Fiat.
Nell'articolo si parla della marcia dei 40.000 (io c'ero ) e dell'ignobile agguato delle Brigate Rosse a Carlo Ghiglieno ,mio collega ed amico (anche quì ero presente a Torino ).
Sriverò sull'argomento (sindacati ,azienda Fiat e Marchionne ),nei prossimi giorni.
Temistocle Sidoti
Voglio dirlo subito: sto dalla parte di Sergio Marchionne. Nella guerriglia verbale scatenata contro il leader della Fiat, so con certezza che ad avere ragione è lui. Lo so per un motivo molto personale: la mia età. Rispetto a tanti giornalisti giovani, assai più bravi di me, ho un vantaggio non da poco. Quello di aver visto e raccontato che cosa accadeva dentro e attorno alla Fiat negli anni Settanta. Quando il colosso dell’auto rischiò di morire sotto l’assalto delle stesse forze che oggi fanno di tutto per impedire a Marchionne di farlo vivere.
Le persone non sono più le stesse, tranne in qualche caso. Gli anni passano per tutti. Qualcuno è scomparso, altri erano troppo giovani. Maurizio Landini, il segretario della Fiom-Cgil, nel 1970 aveva nove anni e faceva le elementari a Castelnovo nei Monti, il suo paese nel Reggiano. Giorgio Cremaschi, uno degli arrabbiati della Fiom, di anni ne aveva appena 22 ed era soltanto un allievo di Claudio Sabattini, detto il Sandinista. Susanna Camusso, oggi segretario generale della Cgil, era una quindicenne milanese, slanciata ed esile.
Molti degli attori sono dunque cambiati, eppure lo spettacolo rimane il medesimo. E’ quello di una sinistra vecchia, capace di dire soltanto di no, che non si accorge di affogare nella propria cieca ostinazione. E tenta di fermare qualunque processo nuovo si sottragga al suo controllo. Tutta robaccia già vista negli anni Settanta. Tranne un dettaglio non da poco. Sulla scena manca, per fortuna, un protagonista sanguinario: le Brigate rosse, che allora sparavano, gambizzavano, uccidevano, al riparo di un ribellismo isterico.
Per quel che mi riguarda, sono un vecchio signore con i capelli bianchi. Ma grazie a Dio sto ancora in pista. E rammento bene quel che accadde in quegli anni dentro e attorno alla Fiat. Un colosso sempre presente nei discorsi che sentivo in casa da ragazzino. Mio padre, un operaio del telegrafo, per indicare la Fiat diceva “la Feroce”, a causa dell’ordine rigido instaurato da Vittorio Valletta. Un mio zio, che lavorava all’Eternit, la fabbrica della morte, chiamava il Lingotto con il nome di un penitenziario in mezzo al mare: Portolongone.
Verso la fine del 1970, la Fiat era ben diversa dalla feroce dei miei ricordi di bambino. Era diventata una gabbia di matti, ben rappresentata dallo stabilimento di Mirafiori. Lì non esisteva più nessun potere ordinato, ma soltanto un potere anarchico, sempre difeso dal sindacato. I piccoli capi venivano di continuo minacciati. Si sentivano dire: capo non rompere, sei un bastardo, un fascista, ti faremo sparare alle gambe e dovrai venire in fabbrica sulla carrozzina degli invalidi.
Quindi si passava al corteo interno a Mirafiori. Perché fosse utile ai violenti della fabbrica, alla testa doveva vedere uno dei capi intermedi. Dopo averlo catturato in qualche reparto, lo costringevano a marciare davanti al gruppo. Con la bandiera rossa in mano; sputacchiato, vilipeso, malmenato.
Il giorno che “Repubblica” mi mandò a fare un’inchiesta sulla Fiat, un caposquadra e un operaio con la tessera del Pci mi spiegarono che cosa era diventata Mirafiori. Una città nella città dove qualsiasi nefandezza sembrava lecita. Un immenso suk dove si smerciava di tutto, dalle sigarette di contrabbando alle scopate facili. Rimasi allibito: << Le scopate?>>. I miei testimoni mi risero in faccia: << Uno delle linee si prende i quaranta minuti di sosta tutti in una volta, si accompagna a un’operaia e chiavano tranquilli dentro un cassone o all’interno di una vettura non finita. Gli addetti alle pulizie trovano sempre preservativi usati e anche dell’altro>>.
Il 21 settembre 1979, la colonna torinese delle Brigate rosse uccise sotto casa l’ingegner Carlo Ghiglieno, il responsabile della pianificazione del Gruppo auto. Diciassette giorni dopo, l’8 ottobre, la Fiat licenziò sessantuno operai, considerati tra i più violenti. La Fiom-Cgil e le sinistre, a cominciare dal Pci, insorsero contro questa rappresaglia fascista. Se un giornale o un cronista spiegava che tipi fossero quelli messi fuori, veniva subito bollato come servo dell’Avvocato. O come un venduto a libro paga dei due amministratori delegati: Umberto Agnelli e Cesare Romiti.
L’anno cruciale fu il 1980. La Fiat stava a un passo dal disastro. L’azienda chiese al governo di poter licenziare una quota dei dipendenti in esubero e di svalutare la lira, per non essere strozzata dal cambio con le valute forti e continuare a esportare le auto. Dalla Banca d’Italia, da tutti i partiti e da tutti i sindacati si levarono urla indignate. Il vertice della Fiat venne crocefisso. Ma non arretrò.
Fu in quell’estate che Enrico Cuccia, il capo di Mediobanca, un signore di 73 anni, il regista della finanza italiana, si decise a fare un passo per lui inedito. Andò in auto a Torino e parlò a tu per tu con l’avvocato Agnelli. Lo informò che il sistema bancario era nel panico per il debiti della Fiat. Poi gli raccomandò, ma forse è meglio dire che gli ordinò, di passare il comando dell’azienda al solo Romiti. Un super manager di 57 anni, di grandi capacità e di collaudata durezza.
La cura Romiti prese forma l’11 settembre 1980. Con l’annuncio che l’azienda era costretta a liberarsi di 14.469 dipendenti. Attraverso la procedura del licenziamento collettivo, prevista da un accordo siglato tempo prima fra la Confindustria e la Triplice sindacale.
La reazione dei sindacati fu di un’asprezza mai vista. Iniziò subito il blocco di Mirafiori, i famosi trentacinque giorni di assedio. Il 24 settembre venne proclamato uno sciopero generale da attuare il 2 ottobre. E il 26 settembre arrivò a Torino, davanti al cancello 5 di Mirafiori il segretario del Pci, Enrico Berlinguer.
Da quel che ho saputo dopo, Berlinguer non era per niente d’accordo con il blocco della Fiat. Lo considerava una battaglia perduta in partenza. E non aveva nessuna voglia di muoversi dalle Botteghe Oscure per andare a Torino. Poi si rese conto che non andarci avrebbe leso la sua immagine di capo supremo della sinistra. E prese a malincuore quel maledetto aereo.
Scortato dai dirigenti comunisti torinesi, Berlinguer si presentò davanti al cancello 5, ma lì per lì si rifiutò di arringare gli operai rossi che bloccavano Mirafiori. Tuttavia, non essendo né il Pontefice né un cardinale, non poteva limitarsi a una benedizione, con il braccio destro sostenuto da Tonino Tatò, la sua ombra inseparabile. Chiamato non a caso “ suor Pasqualino”, un soprannome inventato da Alberto Ronchey per paragonarlo alla monaca occhiuta e invadente che governava Pio XII.
Fu così che re Enrico disse parole che a molti cronisti, me compreso, suonarono incaute: << Se si arriverà all’occupazione della Fiat, dovremo organizzare un grande movimento di solidarietà in tutta l’Italia. Esistono esperienze di un passato non più vicino, ma che il Pci non ha dimenticato. Noi metteremo al servizio della classe operaia il nostro impegno politico, organizzativo e di idee>>.
Sette anni dopo, Luciano Lama, che nel 1980 era il segretario generale della Cgil e non voleva affatto l’occupazione della Fiat, mi raccontò il suo gelido colloquio con Berlinguer. Gli chiese: << Credi di aver fatto bene?>>. Re Enrico gli rispose: << In questo momento bisogna spendere tutto e dare ai lavoratori la prova che noi siamo con loro>>.
Berlinguer scrutò la smorfia sul volto di Lama e si rese conto che doveva difendersi: << Guarda, Lama, io non ho detto che loro dovevano occupare la Fiat. Ho soltanto sostenuto che, se l’avessero occupata, il Pci sarebbe stato con gli operai>>. Però Lama era un romagnolo di Gambettola, provincia di Forlì, e non accettava di essere preso in giro. Replicò al segretario del suo partito: << Caro Berlinguer, la differenza c’è. Ma per chi ti ha ascoltato non è poi così grande>>.
Il blocco di Mirafiori durò sino al 13 ottobre. Con un picchettaggio inflessibile, attuato anche con l’aiuto di tanti sindacalisti, in prevalenza della Cgil, arrivati a Torino da tutte le province del centro-nord. I picchetti restavano di guardia anche la notte, alla luce di un’infinità di fuochi. Una sera Romiti decise di andare a vederli, sia pure da lontano.
Uscì di casa all’insaputa della scorta e, seduto nell’auto guidata da una signora della Torino bene, che tutti ritenevano la sua amica, si fece il giro di Mirafiori. In seguito mi raccontò : << I picchetti erano fatti da gente allegra, che si divertiva. Cantavano. Giocavano a carte. C’erano delle ragazze. Non mi sembravano persone alle prese con un dramma. Non erano di certo operai Fiat che in quel momento vivevano nell’angoscia di perdere il lavoro. Quelli erano i soliti duemila professionisti del sindacato, che recitavano una parte politica. Tornai a casa rincuorato. E pensai che forse le cose si sarebbero messe meglio per noi>>.
Romiti aveva visto giusto. Il blocco di Mirafiori si dissolse di colpo il 14 ottobre 1980. Davanti al corteo dei quarantamila operai e impiegati della Fiat che volevano tornare al lavoro.
Per il sindacato fu una sconfitta memorabile. Uno che se la ricorda bene è Piero Fassino: in quel momento aveva 31 anni ed era responsabile della commissione fabbriche del Pci torinese. Per questo Piero, uomo schietto, oggi dice: <<Se fossi un operaio Fiat voterei sì all’intesa con Marchionne>>.
Cerchiamo di capire Pomigliano
di Ennio Mosci
Per capire Pomigliano, dobbiamo, per un attimo (che sennò sarebbe troppo lungo e stucchevole ripercorrere tutto) tornare indietro nel tempo.
Nasce per iniziativa IRI, per dare ossigeno all'occupazione del Sud, comparto napoletano.
4000 posti di lavoro iniziali, 130000 domande di assunzione a significare la fame di lavoro della zona interessata.
Qui si pone la prima domanda:
- erano veramente interessati al lavoro oppure erano interessati al posto in una azienda IRI (stipendio sicuro, lavoro pure, rigidità così così).
Va tutto bene, lo stabilimento prospera, l'occupazione aumenta, la produzione di vetture, a parte qualche incidente di percorso italo giapponese, va avanti in linea con le aspettative.
Però, c'è sempre un però, ci sono tre razze di animali che bisognerebbe sempre evitare, oppure uccidere appena nati, per evitare che inquinino il mondo intero. Mi riferisco a:
- Sindacalisti
- Politici
- Imprenditori ITALIANI
Oddio, non tutti andrebbero eliminati, le eccezioni che confermano la regola esistono, ma sono eccezioni.
I primi sono sempre alla ricerca di una acquisizione di potere verso le classi datoriali; cavalcano la tigre della contestazione, quando questa non c'è la creano ad arte, sono vocati alla distruzione (almeno dagli anni 80 in poi). Il contesto socio economico, sia nazionale che mondiale non li riguarda, cercano sempre maggiori spazi cosiddetti sociali nei contratti, a discapito della produzione, e, conseguentemente, dei soldi che finiscono in tasca ai lavoratori. Questo provoca un circuito vizioso, perché, ad esempio, maggiore è il tempo libero, maggiore è la noia se non si hanno mezzi per passarlo bene, maggiore è la insoddisfazione della gente. Risultato: la ricerca di qualcosa che non si potrà mai ottenere.
Alla fine, la cassa integrazione.
Va benissimo, qualcuno paga l'80% dello stipendio ( lo Stato ), qualcuno da lavoro a nero (l'orto, la raccolta dei pomodori, le officine, le imprese edili e quant'altro), con il risultato che lo stipendio, nella maggior parte dei casi aumenta anziché diminuire.
Il sindacato è contento perché ha " messo sotto il padrone schiavista ", e anche perché le ritenute sindacali corrono anche in presenza della cassa integrazione.
Il Politico. La sua esistenza si regge sui voti che riesce a mettere insieme. Quale miglior sistema di gestire il potere che gli deriva dalla carica acquisita, spesso senza meriti ma solo per raccomandazione e frequentazione dei posti giusti (vedi sedi di partito, tutti i partiti nessuno escluso, anche se oggi fanno a gara per rifarsi una verginità perduta dalla nascita). Quale migliore occasione che intervenire sulle aziende per assicurare posti di lavoro che non servono a nessuno se non a lui stesso e ai suoi amici che trovano una sistemazione. Chissenefrega se i conti delle aziende (quelle di stato principalmente) vanno in rosso, c'è chi ripiana i bilanci a fine anno ( lo Stato, non lui ). La globalizzazione poteva far diminuire i poteri di costui, ma, sembra, che neanche lo spettro di un disastro totale nazionale, fermi i suoi appetiti. Basta vedere come si comportano davanti la manovra di Tremonti per cercare di porre un freno ai loro appetiti.
I terzi, gli Imprenditori Italiani.
Passata l'era dei capitani di industria, quelli che avevano creato industrie vere basate sulla produzione e sulla espansione all'estero dei prodotti italiani, vengono sostituiti dalla "new generation", che prende a modello chi? L'Avvocato.
Da sempre abituati non a essere imprenditori ma a cercare, sempre attraverso collusioni politiche, finanziamenti a pioggia che non si tramutavano, se non raramente, in veri investimenti, quindi, quando le cose vanno bene il profitto è privato, quando vanno male le perdite si " socializzano " (vorrebbe dire lo stato ci mette i soldi per salvare le aziende e l'occupazione).
Ebbene, queste tre razze animali hanno creato un mostro che è impossibile distruggere. Nessuno vuole tornare indietro, nessuno vuole rinunciare al potere proprio, tutti se ne fregano dell'avvenire di una Nazione e del suo popolo.
Veniamo a Pomigliano.
Pomigliano riassume tutte le componenti negative sopra descritte.
Una razza politica che andrebbe posta sotto processo " pinochettiano "
Una razza sindacale che andrebbe posta sotto processo " breznevettiano "
Imprenditori (la fiat) che fino a che hanno preso hanno mantenuto, quando hanno voluto hanno mandato all'estero la produzione dei veicoli, per risparmiare sui costi, hanno detto.
Adesso, il Marchionne (salvatore della patria) dice che vuole portare la produzione di nuovo in Italia, a patto, però, che i costi, giustamente, siano contenuti e in linea con quelli che potrebbe avere altrove.
La verità ha due facce:
- la prima è che se vogliamo mantenere occupazione, e creare una prospettiva di sviluppo, dobbiamo necessariamente aumentare la produttività, diminuire i costi del prodotto, farlo bene, e abbassare gli appetiti dei nostri imprenditori.
- la seconda è che, nei piani di sviluppo del sig. Fiat (che beninteso, come tutti gli imprenditori cerca solo il massimo del profitto), la cosa più conveniente, perché a costo più basso, è quella di riavviare la produzione di uno stabilimento che già c'è. Perché spendere altrove? Giusto disegno a metà. Sarebbe bello che poi, le vetture Fiat che escono da Pomigliano, oltre che fatte bene, costino quanto quelle prodotte dalla Ford (esempio Ford perchè la KA usa gli stessi componenti della 500 ma costa molto meno, segno che gli appetiti Ford sono inferiori agli appetiti Fiat). Quindi il signor Fiat non è un santo, ma, almeno, stavolta non chiede soldi a noi ( lo Stato ).
Cosa ha dimostrato il referendum.
Una troppo alta percentuale di votanti per il no ( una piccola parte sindacalizzata, il 95% per cento perchè fanno parte di quelli che il lavoro ( nero ) ce l'hanno, e non vogliano perdere tale opportunità ( più soldi-meno tasse da pagare e chissenefrega anche dei propri figli)
Questa è Pomigliano.
Pomigliano è anche altro.
Pomigliano ha preso a modello ( perchè niente si inventa ) la vicenda Alitalia.
Lì, dopo tanto dire e tanto fare, si è scelta una strada ben precisa. Una strada che ha portato alla cassa integrazione speciale oltre 7000 lavoratori ( un patrimonio buttato via ), costi a carico della collettività enormi, profitti per pochi amici. ( ahò! tutti di sinistra, ma il Berlusca da che parte sta?). Lì, nella nuova Alitalia, i sindacati hanno accettato (con la solita manfrina della CGIL).
Ennio Mosci
25 giugno 2010