Lunedì 09 Gennaio 2012 23:32

UN PIANO ENERGETICO NAZIONALE FANTASMA

(Alle origini della costosa crisi energetica italiana)

 

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Un articolo da condividere. (Red)

 

Nell’ottobre del 1973, il giorno dello Yom Kippur (da cui il nome Guerra del Kippur), l’esercito egiziano attaccò Israele da sud, ovvero dalla penisola del Sinai di concerto con quello siriano che attaccò invece da nord, dalle alture del Golan. Israele si trovò in grave difficoltà durante i primi giorni della guerra, ma dopo i primi momenti di smarrimento iniziale, l’esercito israeliano risultò vincente su entrambi i fronti.   Fu, quindi,  la guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur ad innescare la prima grande crisi energetica del secolo passato. La memorabile crisi petrolifera del 1973 ebbe inizio, in ottobre, con la decisione dei membri arabi dell’Opec di sospendere le forniture a quei Paesi che avevano sostenuto Israele, vale a dire gli Stati Uniti e i suoi alleati in Europa. L’embargo ebbe l’effetto di quadruplicare il prezzo del greggio(che era di 12-13 $/barile) evidenziando la dipendenza delle economie dei Paesi industrializzati dalla produzione petrolifera concentrata nei Paesi arabi e facendo sentire i suoi effetti più devastanti in Europa e Giappone dove i continui rincari del greggio costrinsero i Paesi consumatori a varare misure di emergenza per fronteggiare la crisi.  I governi dei Paesi dell’Europa Occidentale, i più colpiti dal rincaro del prezzo del petrolio, vararono provvedimenti per diminuire il consumo di petrolio, tra i quali l’avvio di consistenti programmi di costruzione di impianti nucleari. In Italia il Piano Energetico Nazionale (Pen) presentato nel luglio 1975 dal Ministro dell’Industria si articolava in 5 punti. Si vuole ricordare questo Pen del 1975 perché è stata la prima rilevante programmazione energetica italiana. Era molto seria e puntuale.  Tenuto conto delle unità nucleari già ordinate dall’ Enel, per 4000 MWe, il Pen75 prevedeva  un apporto di impianti nucleari per una potenza complessiva di 20000 MWe(20 GW) entro il 1985. Seguì il Pen del 1981 che faceva scendere a 12000 MWe(12 GW) la potenza elettrica da fonte nucleare, ma si prospettava comunque un serio programma nucleare. Nel 1986 avvenne l’incidente di Chernobyl. Nel 1987 vi fu  il referendum abrogativo di tre articoli di legge che agevolano la costruzione di impianti nucleari e a carbone con incentivi. I si vinsero bloccando, di fatto, il programma nucleare in Italia.  Nel 1988 un Pen “particolare”. Con il Piano Energetico Nazionale del 1988 e le successive leggi attuative 9 gennaio 1991, n. 9 e 10 e il Provvedimento CIP 6/92 è stato possibile solo dare un nuovo impulso allo sfruttamento delle fonti di energia rinnovabile e alla cogenerazione. Tutti questi Piani energetici, alla fine, sono stati largamente disattesi. Dopo quest’ultimo piano energetico, il vuoto; si è proceduto a vista. Quello che è sicuro è che grazie alla spinta dei movimenti ambientalisti fondamentalisti e a politici superficiali si è viaggiato  “a tutto petrolio” per due decenni cioè più del 50% della produzione di energia elettrica proveniva dal petrolio. L’opposto dell’iniziale programmazione e delle esigenze ambientali. Più inquinamento per tutti in pratica. E si, furono(e sono!) strani ambientalisti. Hanno fatto battaglie per inquinare di più senza che politici di governo o di opposizione l’evidenziassero. La tragedia del sistema energetico italiano parte da lì.    La  programmazione energetica di  una    Nazione va decisa con raziocinio, non sull’emotività del  momento. Bisogna ricordare che   già   dopo  il referendum abrogativo, di 24 anni fa sopra citato, dei tre articoli di legge, che favorivano la costruzione di impianti nucleari, ci era stato promesso che con il vento, il sole, l’efficienza ed il risparmio energetico avremmo risolto i nostri problemi  energetici. Non è stato cosi. Il costo del  kWh prodotto in Italia è diventato  il più caro d’Europa. Perciò, ripeto, un vero piano energetico nazionale dal 1988 non c’è mai stato in Italia, in quanto tutti i Governi che si sono succeduti in questi ultimi ventiquattro anni, non hanno mai realizzato obbiettivi a lungo termine per affrontare con competenza i problemi energetici nazionali e di approvvigionamento. Così sono stati varati programmi di medio termine anche molto diversi tra loro, causa i cambiamenti di governo. Tutti i tentativi di Piani energetici successivi non hanno mai raggiunto alcun risultato concreto a causa di continue modifiche dettate anche da personaggi politici legati a movimenti ambientalisti dogmatici, perdendo così di vista l’obbiettivo reale di un serio Piano Energetico Nazionale. Infatti un Pen non è altro che una programmazione, almeno decennale, il cui unico scopo è di garantire alla Nazione grandi spazi di autonomia energetica e con esborsi verso l’estero minimi. Questa era ed  è la strada giusta da seguire, che deve essere percorsa senza distorsioni ideologiche. Ci sono invece gruppi di politici che indirizzano verso sistemi, di produzione di energia elettrica, costosi, invasivi e dispersivi. E’ il trionfo dell’ignoranza e malafede oscurantista. Si tratta in pratica di “sperimentazioni” effettuate a spese, e sulla pelle, della collettività e intanto importiamo più dell’85% dei nostri consumi energetici per i quali spendiamo più di 60 miliardi di euro all’anno(con il petrolio che ha raggiunto i 100 $/barile). Questo  è il nostro annuale esborso verso l’estero che è in continuo aumento. Ricordiamo che l’Italia nei primi anni ‘60 era leader d’Europa per produzione elettro-nucleare, ma poi si fece superare dai francesi, spagnoli e tedeschi. Insomma da tutti. L’Italia sperimentò quattro tecnologie nucleari diverse in quattro impianti, ma nel novembre 1987 vennero chiusi(dopo il referendum abrogativo)tutti gli impianti nucleari in funzione, nonostante fossero estranei ai quesiti del referendum citato. Fu una chiara scelta politica elettorale fatta contro gli interessi della Nazione e dell’ambiente. Un vero obbrobrio. Anche l’attuale enorme debito pubblico (1900 miliardi di euro) ha seguito la stessa logica. I governi degli ultimi decenni, per motivi elettorali, hanno avuto la spesa facile (lo ha detto il Premier Mario Monti nell’intervista di Bruno Vespa a “Porta a porta"). Soprattutto  quei governi consociativi che hanno dominato la scena politica tra il 1980 e il 1992 (aggiungo Io);  governi che in 12 anni portarono il debito pubblico italiano dal 60 al 120 per cento del pil. Questo è un passato che ha portato l’Italia agli attuali sacrifici. In campo energetico  l’affermazione e l’ascesa di nuovi paesi sullo scacchiere mondiale (es. Cina, India e Brasile) e la conseguente crescita della domanda di energia mondiale ha spinto alla cantierizzazione di nuovi reattori nucleari (65 al momento). In Asia sono attualmente in cantiere parecchie decine di nuovi impianti nucleari (Cina, Corea del Sud, India e Taiwan), nonostante l’incidente nucleare di Fukushima Daiichi(Giappone)dell’11 marzo 2011. Quest’ultimo incidente, innescato da un maremoto con onde di 14 metri generato a sua volta, da un terremoto 9.0 Richter,  non ha provocato vittime. Solo allarme mediatico ampiamente strumentalizzato. L’acuirsi del problema ambientale e le cicliche crisi del petrolio e del gas hanno però rimesso in discussione il destino del nucleare in Europa. Certo, incidenti come quello di Fukushima Daiichi possono rallentare i programmi europei ma, alla lunga, la realtà industriale e occupazionale prevarrà,  portando all’accettazione dello sviluppo dell’energia nucleare con reattori sicuri di nuova generazione. E’ solo questione di tempo. Già ora la politica prevalente in questi ultimi anni tende a prolungare la vita degli impianti nucleari europei e americani.  Due parole sull’ultimo referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011. Causa svista dei promotori è stata giuridicamente sancita una cantonata  in quanto, abrogando l’abrogazione, i 25.643.652 elettori che hanno votato “ si ” hanno, magari loro malgrado, di fatto riaffermato la precedente scelta nucleare del Governo e della attuale maggioranza parlamentare. Cose turche? No: italiane. Per questo motivo occorre impostare un vero e serio Piano Energetico Nazionale che segua delle linee guida ben precise che potrebbero essere:

1- piano di recupero delle attuali centrali termoelettriche (per migliorare il rendimento); 2 - nuove centrali per la generazione di energia elettrica (da fonte nucleare) ; 3 - cogenerazione (di tipo multicombustibile);        4 - rete di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica (da potenziare affiancandola con una smart grid); 5 - nuovi impianti di riscaldamento ( a basso tasso di inquinamento); 6 - autotrazione privata e pubblica(da incentivare i veicoli con sistemi ibridi e ad alimentazione solo elettrica); 7 - trasporto merci ( la logistica del trasporto merci dovrà essere rivista considerando l’opportunità di sviluppare percorsi marittimi e ferroviari in alternativa al trasporto su strada). Perciò si alla TAV; 8 - servizi di trasporto pubblico (da potenziare); 9- distribuzione di carburanti (devono fornire anche biocarburanti senza però ridurre le derrate alimentari nel mondo); 10 - obiettivi finali del Pen con relazione sullo stato di attuazione della legge recante norme per l’attuazione del Piano Energetico Nazionale in materia di uso razionale dell’energia, di sviluppo dell’energia nucleare, di risparmio energetico e di sviluppo delle fonti rinnovabili, tenendo conto dei limiti di queste ultime per l’economia e la rete elettrica.

Per finire proviamo a suggerire, anche, un adeguato investimento da riservare all’informazione verso tutti e alla formazione professionale dei nuovi addetti al settore energetico e alla riqualificazione degli attuali addetti, con l’aggiornamento sulla nuova normativa e sulle più recenti e performanti tecnologie, loro modi di installazione e conduzione.  Occorre costruire un futuro sostenibile ma anche realistico e  scevro da utopie. E’ però chiaro che serve una classe politica seria, che non cavalchi le paure della gente, ma che si adoperi per il bene comune della nazione garantendo ai cittadini  informazioni appropriate e veritiere.

Orazio Mainieri - Docente di Centrali Termoelettriche all’Università della Calabria  e  Responsabile Nazionale Settore Energia  Fare Ambiente  - Gennaio 2012

Pubblicato in Area Energia
Martedì 06 Dicembre 2011 11:25

Lettera a Franco Battaglia

Così un lettore de "Il Giornale" ha commentato l'articolo di Franco Battaglia, che anche la nostra Agenzia ha pubblicato, sull'importante argomento dell'analisi dei costi che compongono la nostra "bolletta energetica". In Redazione abbiamo provato a fare due conti e siamo rimasti completamente basiti. Con buona approssimazione, infatti, semplicemente rinunziando a questa vera e propria follia della cosiddetta "energia verde" l'Europa sarebbe d'un colpo fuori dall'emergenza e non avrebbe bisogno di tirare il collo ai cittadini con manovre capestro. Altro che tassare i generi di lusso! Correndo appresso all'utopia delle fonti alternative tutta Europa ha fatto un'operazione di lusso sfrenato, tra l'altro inutile! (Red)

Ho letto con attenzione il Suo articolo pubblicato oggi mercoledì

23/11/2011 sull'enegia verde. E' molto interessante, come molti dei

Suoi precedenti interventi, ma nello stesso tempo mi fa venire un

terribile mal di pancia pensando a quanto denaro sprechiamo.

Alle Sue cifre vorrei solamente aggiungere che il costo del

finanziamento dell'energia rinnovabile, incide per circa il 30% sul

costo totale della nostra bolletta energetica per uso civile e per

circa il 20% per uso industriale.

Quando due giorni fa ho cercato di decifrare la fattura energetica

dello stabilimento dove lavoro, non credevo a quello che leggevo tanto

è stato il mio sgomento nel leggere quanto incidesse la componente A 3

( finanziamento fonti rinnovabili ) sull'intero importo.

Lavoro in una piccolissima un'azienda energivora ( 40 dipendenti) che

quest'anno consumerà oltre 10.000.000 di Kw/h, ma pagare oltre 250.000

euro di "tangente verde" mi sembra un insulto al buon senso e

all'economia, come lo sono i 300 euro di obolo ogni 1.000 euro che

pago per l'energia di casa.

Auguri per la sua lotta contri i falsi verdi che non si sono mai

sporcati le mani e che normalmente non distinguono una mucca da un

bue.

Cordiali saluti Luigi Mandelli

Pubblicato in Area Energia

di  Orazio  Mainieri

E chi sarà capace di spiegare, anche utilizzando le chiarissime parole del nostro illustre Collaboratore, un concetto così semplice agli antinuclearisti nostrani? (Red)

Il tempo misura il trascorrere degli eventi, ma è l’energia  il motore dell’universo. La scoperta del fuoco chimico ha determinato un grande cambiamento nel modo di vivere degli uomini preistorici.

Il fuoco, elemento naturale che ha permesso la proliferazione del genere umano, fu scoperto circa 800 mila anni fa dall'Homo erectus, il quale tuttavia non sapeva  come utilizzarlo. Il tempo ha fatto il resto. Per decine di migliaia di anni è stato il fuoco chimico a dare un impulso eccezionale al progresso umano che è stato accelerato, negli ultimi secoli, dall’uso dei combustibili fossili che non sono rinnovabili. Questo ha permesso di dare benessere e salute ai popoli di  quei  paesi che hanno avuto la possibilità di utilizzare elevate quantità di energia. E’ evidente a tutti, dalle analisi statistiche, che l’aumento di vita media è correlato all’aumento di consumi energetici pro-capite. Ciò ha permesso all’umanità di raggiungere i 6,9 miliardi di abitanti all’inizio del 2011. E’ pur vero che, nei consumi,  c’è uno squilibrio fra il nord e il sud del pianeta ma è sicuro che la fine dell’era dei combustibili fossili porterà a squilibri ancora maggiori, a disordini sociali e a guerre. Questo significa che “attenuandosi” l’uso del fuoco chimico, il mantenimento dei livelli di benessere può essere conservato solo aumentando l’uso del fuoco nucleare, fissione o fusione che sia. Le energie rinnovabili, pur importanti, sono energie utilizzate nel passato per lo sviluppo delle società agricole. Queste energie rinnovabili hanno dato discreti contributi al miglioramento di questo tipo di società,  ma solo con l’uso massiccio di carbone, petrolio, gas e con l’avvento delle macchine è stato possibile fare un salto di qualità verso le società industriali. In queste società l’uso delle energie rinnovabili, idroelettrico a parte, ha ed avrà un ruolo marginale. In particolare il solare e l’eolico sono fonti costose, invasive, diluite, a basso rendimento e a bassa utilizzazione. C’è da aggiungere che essendo fonti intermittenti non permettono di avere una puntuale regolazione della rete elettrica che necessità di parametri costanti sia per la frequenza che per la tensione. Chi nutre speranze su queste fonti lo fa per motivi ideologici, o per ignoranza, perché la realtà industriale e la scienza dicono ben altro. Sono fonti energetiche il cui, forzato e antieconomico, sviluppo porterà i sistemi energetici italiani al fallimento con quel che ne consegue in termini di costi finali e disoccupazione. Spieghiamoci in maniera semplice con i numeri. Nella produzione di energia elettrica di quasi tutti i Paesi industriali più del 90% proviene da: carbone, petrolio, gas, nucleare e idroelettrico. A livello mondiale la produzione di energia elettrica è arrivata a 20.870 TWh nel 2010(326 TWh dei quali richiesti dalla rete elettrica  in Italia). Ebbene più del 96% proviene dalle fonti sopra citate. Quindi meno del 4% sono rinnovabili(idro escluso). Addirittura occorre evidenziare che dal 1997 al 2010 sono stati i combustibili fossili(carbone e gas in particolare)ad aumentare in contributo percentuale dal 63,1% al 66,6%(incremento +3,5%), mentre le rinnovabili, idroelettrico presente, sono passati, in 13 anni, dal 19,7% al 20%(+0,3%)nonostante un notevole incremento mondiale di aerogeneratori e pannelli fotovoltaici. Una realtà questa che si vuole ignorare. Ci si illude e si illude la gente sul futuro compito risolutorio di queste fonti parlando a volte di fantasiose percentuali a due cifre cospicue che verrebbero raggiunte al 2030-2050. Autentiche favole. La realtà è quella dei numeri citati.  Di fronte a questa realtà industriale pare ovvio che solo la fonte nucleare consentirà di attenuare gli effetti dell’esaurimento delle fonti fossili, come previsto scientificamente dalla curva di Hubbert. L’ideologismo antinucleare avrà un peso solo nei Paesi a democrazia debole multipartitica, mentre i Paesi a democrazia forte bipartitica o a governo centralizzato a partito unico non subiranno effetti di rallentamento dei loro programmi nucleari. Ciò condurrà ad un notevole divario fra le Nazioni. L’economia ha le sue regole. In Italia la disinformazione è totale e le stesse forze di governo nulla fanno per consentire un minimo di informazione. Al riguardo Enti come Enea, Cnr, Ispra, Enel, Sogin vivacchiano, forse in attesa di un miracolo energetico rinnovabile risolutivo che non ci sarà. Il mancato nucleare sarà, infatti, sostituito dal carbone e dal gas come già sta avvenendo in tutto il mondo. Due parole sull’ultimo referendum. Il referendum del 12-13 giugno 2011 è stato un abbaglio. La Cassazione ha mandato a referendum non il quesito   referendario originario  che  chiedeva  l’abrogazione dell’art. 7, comma 1, lettera D) per la “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare, ma l'abrogazione del comma 1 e 8 dell'articolo 5  dl 31/03/2011 n.34,   convertito   con   modificazioni   dalla legge 26/05/2011  n.75(decreto Omnibus). In pratica è stata abrogata la moratoria di un anno. Quindi il programma nucleare potrebbe andare avanti da subito, in teoria. Resta il problema politico, però. I movimenti antinucleari cavalcano i pochi gravi incidenti alle centrali nucleari nonostante che le vittime siano limitate. In particolare a Fukushima Daichii(Giappone) non ci sono state vittime grazie anche alla zona di esclusione obbligatoria di 20 km, estesa a 30 km in facoltativo. C’è un problema di radiazioni ma è localizzato.  I radionuclidi diffusi a distanza non hanno dato contributi significativi dal punto di vista sanitario. Comunque si vuole far credere che lo sviluppo dell’energia nucleare è un pericolo per la gente. Non è così. Mettiamo da parte l’emotività infantile. Atteniamoci ai fatti. La reale pericolosità delle fonti energetiche è stata valutata scientificamente dal progetto ExternE dell’Unione Europea e convalidata dall’OMS(Organizzazione Mondiale Sanità). Questo progetto dà il tasso di mortalità per TWh(miliardo di chilowattora)prodotto che è di 161 per il carbone, 36 per il petrolio, 4 per il gas e, a finire, 0,04 per il nucleare. In pratica di nucleare civile non si muore. Nel nucleare civile  il tasso di mortalità è il più basso e riguarda i rischi nelle miniere. In Italia si muore sulla strada(140.000 in 20 anni: una ecatombe), si muore in incidenti casalinghi(8.000 all’anno), si muore in incidenti ospedalieri(in media 5.000 all’anno), sui cantieri(1.200 vittime all’anno in media), ma per gli incidenti nucleari e per la gestione delle scorie radioattive, in Italia e  nel Mondo, non si muore. Purtroppo?  Questa è la realtà. Ed è questa realtà che qualcuno in Italia dovrebbe portare all’attenzione della gente, con umiltà ma anche con determinazione. Concludo dicendo che il progresso dell’umanità è stato, per migliaia di anni, determinato dal fuoco chimico e si continuerà a mantenere e migliorare la condizione umana solo attingendo al fuoco nucleare per altri migliaia di anni. Non esistono alternative.

 

Prof. Orazio Mainieri, docente di Centrali Termoelettriche all’Università della Calabria e presidente della Commissione Energia di Fare Ambiente

Pubblicato in Area Energia
Venerdì 08 Luglio 2011 12:28

COSTI DELL’ENERGIA

Ma le nostre sono parole dette al vento? Di certo il nostro Paese è come sotto un sortilegio, ha subito un incantesimo che non permette a molti di vedere le cose in modo chiaro, ma in modo offuscato da una falsa paura e da "specchietti per le allodole" o, magari, da venti e venticelli. Bene. Anzi. Male, malissimo! Ed allora è nostro compito favorire una informazione corretta: se non altro perché nessuno possa dire che il rimbecillimento è totale! Red.

di Franco Battaglia

 L’Autorità dell’energia ci informa di una cosa che sapevamo già e che sussiste da svariati lustri: la bolletta elettrica italiana è la più elevata d’Europa. Più precisamente, a dire il vero, il kWh elettrico italiano, sia per le famiglie che per le aziende, sia al netto che al lordo delle imposte, è il più elevato al mondo. Il perché non è difficile comprenderlo.

 

Innanzitutto, non abbiamo la materia prima per produrre l’energia elettrica che produciamo, né gas né carbone, e dobbiamo importarla. Secondo, abbiamo deciso di preferire quello e snobbare questo, ma il gas è ben più costoso del carbone: per farla breve, i costi del kWh da gas sono per l’85% costi di combustibile e solo il 15% sono costi di impianto ed esercizio. Tanto per un confronto col resto del mondo: la produzione di energia elettrica è da gas per il 20% nel mondo, in Usa e in Gran Bretagna, per il 10% in Germania, per il 5% in Francia, mentre lo è per il 50% in Italia. Terzo, siamo l’unico Paese al mondo che per produrre elettricità brucia ancora costoso e prezioso petrolio (per la verità, l’unico assieme ai Paesi Arabi). Quarto, abbiamo bisogno di più energia elettrica di quella che riusciamo a produrre: oltre 6 GW (gigawatt), un buon 15% del nostro fabbisogno elettrico (che è di circa 40 GW) lo importiamo come tale. Più precisamente, siamo il Paese con la più alta quota al mondo, in assoluto, di energia elettrica di importazione. Chi ce la fornisce è presto detto, anche se gli elettroni non hanno etichetta: il Paese con la più alta quota al mondo di esportazioni (circa 9 GW) è la Francia, che la produce per l’80% da nucleare. Detto diversamente, quando nel 1987 dicemmo ciò che fu poi interpretato politicamente come un no al nucleare, di fatto facemmo del nucleare un (ennesimo) bene d’importazione. Più precisamente, per l’importazione elettrica abbiamo speso per 20 anni, ogni anno, quanto avremmo speso ad installare un reattore nucleare in casa ogni anno: non abbiamo voluto costruire reattori nucleari in Italia, ma abbiamo pagato noi la costruzione di quelli in Francia.

 

La colossale quantità di denaro che va a beneficio della Francia per l’energia elettrica o dei Paesi del Nord Africa o del Nord ed Est Europa per il gas, è, naturalmente, denaro sottratto ai nostri servizi e al nostro benessere. Quando ci chiediamo come mai l’efficienza delle nostre scuole o dei nostri ospedali è inferiore a quella dei Paesi vicini, abbiamo una parte di risposta: il nostro denaro serve per approvvigionarci d’energia. La quale è lo strumento primario per creare posti di lavoro: è il consumo d’energia ciò che crea posti di lavoro. Senza energia non si produce, e se non si produce vuol dire che non si lavora. E anche se l’energia fosse disponibile, se lo è a costi più elevati che altrove l’imprenditore energivoro offre lavoro altrove.

 

Col tentativo nucleare, questo governo aveva provato ad avviare un circolo virtuoso, di cui avrebbero beneficiato soprattutto i nostri figli, visto che i reattori nucleari non si fanno in una notte. Nell’immediato, comunque, avrebbe dato rinnovate speranze a coloro che, desiderando operare in Italia, altro non desideravano che poter guardare fiduciosamente a essa come ad un Paese normale, inserito in un’Europa ove quella nucleare è la prima fonte di energia elettrica. Il governo, però, è stato debole: non ha saputo difendere il proprio stesso operato e i ministri alle Attività produttive e all’Ambiente – va detto, anche se altrimenti apprezzabile il primo e una signora la seconda – hanno brillato per la loro assenza durante la campagna referendaria, cioè non sono stati all’altezza dei loro ruoli.

 

Se il governo (non questo governo, ma qualunque governo) pensasse che l’esito referendario abbia eliminato una grana (il processo lungo e tutto in salita di installare reattori nucleari), si illuderebbe di grosso: se ci si era conquistato un po’ di terreno nell’affrontare il problema energetico, il referendum ha fatto rovinosamente riprecipitare al punto di partenza. Ma la salita rimane. Al momento, le risorse che avrebbero dovuto essere impegnate per affrontarla stanno andando a inebriare le tasche dei piccoli, medi e grandi speculatori delle energie cosiddette alternative, cioè delle energie che devono ancora essere inventate. Quando la sbronza sarà finita, potremmo essere forse fuori tempo massimo, sicuramente più poveri. Cosa fare, allora, nel breve termine? Con coraggio anticipare quanto prima la fine della sbronza fotovoltaica ed eolica, e con altrettanto coraggio potenziare l’uso del carbone. Quanto al nucleare, dimenticarlo. Salvo insegnarlo nelle scuole sin dalle elementari, affinché fra cinque o dieci anni, quando i nostri ragazzi saranno obbligati a riprenderlo in considerazione, non accada più che l’agenda di politica energetica sia dettata, in Italia, da comici, cantanti e saltimbanchi.

 

Franco Battaglia

 

Pubblicato in Area Energia
Lunedì 23 Maggio 2011 22:17

Streghe e roghi

Riceviamo e pubblichiamo volentieri. Il titolo "Streghe e roghi", non ce ne voglia il CIRN, aggiunto dalla Redazione, sta ad indicare la vera e propria "Caccia alle streghe" di cui ancora una volta sono vittime designate i filonucleari. Red.

COMUNICATO STAMPA

Il Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare aspetta solo la conclusione

della vicenda referendaria, promossa da oscurantisti talebani cacciatori di streghe.

Comunque vada, dal pomeriggio del 13 giugno si riparte all’attacco.

 (Roma 22 maggio 2011) - Il Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare (Cirn) è poco interessato al reale sviluppo della vicenda referendaria, ammesso che il prossimo 12 giugno si vada ancora a votare sugli originali quesiti relativi alle normative tuttora esistenti in materia nucleare. I quesiti in questione potrebbero infatti venire ritenuti superati del tutto o parzialmente superati dopo la promulgazione sulla Gazzetta Ufficiale delle modifiche apportate dal legislatore alla normativa oggetto della particolare richiesta di referendum. Il dato indubbio è che il senso del ridicolo ha un limite insormontabile, quindi, nonostante le richieste in verso opposto formulate dai talebani oscurantisti che si oppongono a questa opzione energetica, l’elettorato non potrà certo venire chiamato per abrogare norme eventualmente non più esistenti; al contrario, non si può escludere che la riformulazione del quesito originale, epurato della norme cancellate ope legis, possa addirittura risultare canzonatorio nei confronti dei promotori dello specifico referendum in materia. Staremo a vedere.

Mentre altri rimangono silenti in pausa di riflessione, il Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare affina le armi per la ripresa a pieno della sua attività con azioni sul territorio e con pubbliche prese di posizione in quei pochi spazi di libera espressione che ancora rimangono nel nostro Paese, ormai vittima di un conformista bavaglio di tipo stalinista e caratterizzato da episodi di brutale violenza ad opera di squilibrati o di esagitati energumeni nei confronti dei quali spesso si è dovuta constatare una eccessiva comprensione ed indulgenza.

Segnaliamo due scritti in cui esponenti del Cirn illustrano il loro punto di vista, pubblicati a un giorno di distanza dal quotidiano L’opinione delle Libertà, testata rimasta fedele alla cultura liberale del suo fondatore, il Cavour, anche in una situazione contingente come l’attuale in cui si profila una intollerante cappa stalinista che in alcuni casi sconfina persino nella violenza fisica. Ringraziamo anche quanti, come ad esempio Agenzia Radicale (http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&task=view&id=12231&Itemid=50), riportano il nostro pensiero a volte persino profondamente dissonante dal loro. Sono persone come Arturo Diaconale e Giuseppe Rippa, molte diverse tra loro sotto molteplici aspetti, ma unite dalla stesso atteggiamento interiore di liberale accettazione del confronto di opinioni diverse e persino divergenti, che fa sopravvivere in noi la speranza di potere costruire un’Italia migliore.

Segnaliamo un articolo a firma di Giorgio Prinzi sulla ripartenza del nucleare dopo la vicenda referendaria scaricabile, sia nella versione pdf (http://www.opinione.it/view_journal.php?file=20052011.opinione.pag10.c.pdf) che in quella htlm (http://www.opinione.it/articolo.php?arg=3&art=101678); un articolo a firma di Giusto Buroni, con richiamo in prima (http://www.opinione.it/view_journal.php?file=21052011.opinione.pag01.c.pdf) e stesura a pagina 10 (http://www.opinione.it/view_journal.php?file=21052011.opinione.pag10.c.pdf), la cui versione htlm dovrebbe potersi scaricare dal sito www.opinione.it da lunedì 23 maggio 2011.

Purtroppo oggi domina l’intolleranza tipica dei secoli più bui. I sanfedisti ecoambientalisti hanno atteggiamenti di riprorevole e persecutoria chiusura non solo verso esponenti di una collocazione politica, quali Vittorio Sgarbi oggetto del commento di Giusto Buroni, ma verso illustri esponenti della loro stessa collocazione politica, quali Chicco Testa, Umberto Veronesi e Margherita Hack.

Scrive al riguardo in una lettera di notizie ai Soci Antonio Biddau, Presidente del Circolo “Giorgio Perlasca”: «... l’intolleranza verso la Hack si traduceva (riferisce di quanto avvenuto in una riunione di oscurantisti talebani antinucleari; N.d.R.) infatti nella  inquietante negazione della concezione laica e liberale di una società, non asservita ne condizionata da pregiudizi ideologici, aperta alla conoscenza ed alla libera circolazione delle idee e riprendeva, facendola propria, la turpe visione  totalitaria che fu di Goebbels, Stalin, della controriforma ed attualmente dei fondamentalisti islamici, secondo cui ogni spirito libero che dissente va emarginato e tolto di mezzo; visione reazionaria che è in tutta evidenza la matrice culturale del  settarismo fanatico ed incolto di cui viene fatta oggetto la Hack».

«L’intolleranza verso l’astrofisica Margherita Hack - prosegue Antonio Biddau nella sua lettera notizie - ricorda, mutatis mutandis, la vicenda  dell’astronoma Ipazia pagana, vissuta nel IV Secolo; proprio in questi giorni viene proiettato il bellissimo film “Agorà” che racconta le tragiche vicende della sua vita, ferocemente troncata dal fanatismo e dal settarismo. Ipazia, figlia di Teone direttore della biblioteca di Alessandria, data alle fiamme dai cristiani, fu  seguace del neoplatonico Plotino, insegnò matematica e divulgò i libri di Diofanto, inventore del calcolo algebrico, e soprattutto fu una grande studiosa di astronomia come la Hack. Sostenne, poiché era a conoscenza dell’opera di Aristarco di Samo, la teoria eliocentrica; anzi scoprì, avendo studiato le coniche di Apollonio, che il moto di rivoluzione della Terra è ellittico ed il Sole occupa uno dei fuochi. Undici secoli dopo alle stesse conclusioni giunsero Keplero ed in Italia Galileo Galilei che per questo per poco non finì sul rogo. Ipazia fu accusata da San Cirillo, vescovo di Alessandria (proclamato da Leone XIII Dottore della Chiesa) di stregoneria e di  empietà, per aver sostenuto la teoria eliocentrica, avere contraddetto Tolomeo, le cui conclusioni geocentriche non potevano allora essere messe in discussione, e di aver ignorato alcuni riferimenti dell’Esodo e della Genesi. I parabolani, banda di frati squadristi, aggredirono, su mandato di San Cirillo, la povera Ipazia e l’uccisero, scorticandola da viva con dei cocci e portandone in trionfo le carni sanguinanti per le vie della città».

Paragone esagerato?

«Assolutamente pertinente - commenta il Segretario del Cirn Giorgio Prinzi - che trova riscontro nello sfociare della intolleranza ideologica in una violenza fisica verso cui si dimostrato e si dimostra un eccesso di benevola comprensione, soprattutto se esercitati da una determinata parte politica ed ideologica. Stiamo attraversando un periodo di neo oscurantismo, di fanatico sanfedismo ideologico in parte politico, in parte, se non soprattutto, di natura culturale per la diffusa incapacità ad accettare la scienza e la tecnologia viste, invece, come frutto di malefici stregoni da perseguitare e condannare al rogo. Per questo la battaglia per la ripartenza del nucleare è una battaglia di civiltà contro l’ignoranza ed il pregiudizio dei nuovi “santi” che si proclamano paladini dell’ambientalismo, epitetando come “menti criminali” quanti, come noi, ritengono che la ripartenza del nucleare sia una scelta obbligata ineludibile. Quali valori esprime mai questa parte d’Italia?».

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Roma, 23 ott (da Il Velino) - "Quest’anno, alle porte del periodo invernale, il nostro Paese si trova, per l’ennesima volta, di fronte ad una situazione di problematicità a causa della scarsità di infrastrutture di trasporto e stoccaggio del gas naturale". E’ questo il monito lanciato dal Presidente dell'Authority per l'energia Alessandro Ortis nel corso della sua audizione alla Commissione Industria del Senato. "L’interruzione del gasdotto Transitgas, in atto dal 23 luglio scorso, ed i cui tempi di ripristino, pur ancora incerti, sono in ogni caso stimabili in alcuni mesi - ha spiegato - , stanno determinando effetti significativi sul sistema gas italiano. Nell’eventualità, non improbabile, che il gasdotto Transitgas rimanga fuori servizio anche nella seconda parte del periodo invernale - ha quindi sottolineato il Presidente dell'Authority -, la disponibilità di punta sarebbe appena sufficiente a far fronte al picco potenziale del prelievo giornaliero in caso di freddo eccezionale. Questo, naturalmente, al netto di qualsiasi altro inconveniente sulle rimanenti infrastrutture di approvvigionamento". Partendo da questo problema contingente di “riscaldamento” Ortis ha poi affrontato nella sua relazione davanti ai senatori della Commissione Industria la questione della libertà e della concorrenza nel mercato del gas. “Per poter valorizzare la situazione italiana nel gas - ha dichiarato - mancano due fondamentali condizioni: superare le carenze infrastrutturali e un assetto di mercato favorevole alla concorrenza. Ortis ha parlato infatti di “una situazione di criticità infrastrutturale con tutta evidenza duratura”, visto che “la realizzazione di nuovi stoccaggi, rigassificatori e nuovi metanodotti è attualmente incerta e comunque spostata nel tempo”. Per poi aggiungere come l’Autorità da lui presieduta “solleciti da anni interventi normativi riguardo alla concorrenza”.
Quindi ha sottolineato che “a quasi dieci anni dall’apertura dei mercati, Eni rappresenta ancora il 84,5% della produzione nazionale e il 49,9% delle importazioni”. Aggiungendo subito dopo che “la struttura proprietaria delle principali infrastrutture di produzione, approvvigionamento dall’estero, trasporto e stoccaggio di gas naturale è ancora caratterizzata dal controllo esercitato dall’operatore dominante”. Da qui l’esigenza “per pervenire ad una struttura di offerta sufficientemente concorrenziale” di “intervenire o attraverso nuovi e più rigorosi tetti antitrust, o, almeno, attraverso misure (gas release pluriennali) che rendano più contendibile il mercato”. “Diversamente, i segnali di prezzo prodotti resteranno facilmente condizionabili da parte dell’operatore dominante”. Ortis ha poi analizzato la situazione del mercato dal punto di vista dei consumatori italiani. Il presidente dell’Authority ha denunciato come “nonostante la liberalizzazione del mercato della vendita del gas naturale sia completa da quasi otto anni, le reali possibilità per i clienti finali, in particolare quelli domestici, di scegliere tra offerte di fornitura competitive rimane limitata”. “A riprova – ha ribadito -, si consideri che solo poco più del 7 per cento dei clienti finali aveva cambiato fornitore al termine dello scorso anno”. Ortis ha quindi ricordato come la situazione di scarsa concorrenzialità del mercato italiano del gas abbia reso necessario l’intervento con cui l’Autorità nello scorso mese di giugno ha modificato la componente variabile dei prezzi di riferimento per i clienti in regime di tutela a partire dal 1 ottobre 2010. “Tale intervento - ha sottolineato - ha consentito di evitare un aumento dei prezzi per l’ultimo trimestre dell’anno in corso”.
Affrontando subito dopo le stesse problematiche riguardo al settore dell’energia elettrica Ortis ha delineato una situazione molto migliore rispetto a quello del gas. “Rispetto alla situazione attuale nel mercato del gas naturale - ha detto - il mercato retail dell’energia elettrica si è sviluppato a un ritmo decisamente superiore, ciò soprattutto grazie al già illustrato maggiore livello di concorrenzialità nel mercato all’ingrosso e a un maggior grado di sviluppo della regolazione dei servizi che caratterizzano il mercato dell’energia elettrica rispetto al mercato del gas naturale che consente a diversi operatori di sviluppare l’attività nel mercato retail. Le percentuali di clienti finali nel mercato libero al 30 giugno 2010, pari a più dell’11 per cento per i clienti domestici e oltre un terzo dei clienti industriali - ha aggiunto -, mostrano comunque un buon grado di apertura nel mercato della vendita al dettaglio, allineato a quelli dei mercati europei più sviluppati e molto superiori a quelli riscontrabili nel mercato del gas naturale”.

Nella sua relazione in Senato il Presidente dell’autorità per l’Energia ha trattato anche il tema delle fonti rinnovabili e degli incentivi pubblici ad esse connessi. Non senza esprimere perplessità. “L’incentivazione del fotovoltaico in Italia è oggi una delle più profittevoli al mondo – ha detto - ma rischiano di emergere, nel medio termine, evidenti problemi di sostenibilità economica degli attuali meccanismi di incentivazione posti a carico dei consumatori”. “L’impatto sui clienti finali del sistema di incentivazione della produzione fotovoltaica - ha sottolineato infatti subito dopo nella sua relazione - è stato pari, nel 2009, a circa 344 milioni di euro; nel 2010 si prevede che il costo dell’incentivo per il fotovoltaico superi gli 800 milioni di euro per una quantità di energia elettrica incentivata pari a circa 1,8 TWh. A ciò si deve aggiungere l’effetto del nuovo decreto, per cui si stima che nel 2011 il costo dell’incentivo per il fotovoltaico supererà i 1200 milioni di euro. Anche tenendo conto dell’ipotesi che vengano estesi gli attuali incentivi mantenendo le medesime caratteristiche ma con livelli di incentivo decrescenti linearmente fino a ridursi al 50% per gli impianti che entrino in esercizio nel 2020, ci si attende che la spesa per la produzione fotovoltaica si assesterà comunque a circa 3,5 miliardi di Euro all’anno”.
Più in generale Ortis fornisce cifre che dicono come il costo totale per l’incentivazione delle sole fonti rinnovabili (escluse quindi le assimilate) ha raggiunto i 2,5 miliardi di euro nel 2009, sfiora i 3,4 miliardi di Euro nel 2010 (di cui 800 milioni legati alle rinnovabili CIP6, 1600 ai certificati verdi, 800 al fotovoltaico e 180 alla tariffa fissa onnicomprensiva), come già anticipato nei documenti sopra richiamati e raggiungerà almeno i 3,9 miliardi di euro nel 2011 (di cui 800 milioni legati alle rinnovabili CIP6, 1600 ai certificati verdi, 1200 al fotovoltaico e 300 alla tariffa fissa onnicomprensiva). Per la prima volta, nel 2010, il costo complessivo dei nuovi strumenti di incentivazione (pari a 2,6 miliardi di Euro) supera i costi complessivi, incluse le fonti assimilate, del provvedimento CIP n. 6/92 (pari a 1,9 miliardi di Euro). “L’incentivazione delle fonti rinnovabili e assimilate - ha quindi proseguito il presidente dell’Authority per l’Energia - costituisce la voce di spesa di gran lunga più rilevante tra quelle finanziate attraverso gli oneri generali di sistema. In Italia, a seguito della liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, nuovi meccanismi di incentivazione delle fonti rinnovabili si sono affiancati, ed in alcuni casi sovrapposti, a quelli preesistenti: convivono così oggi, a valere sulle bollette elettriche di famiglie e imprese, meccanismi di incentivazione fondati su regimi di mercato (metodi di quantità - certificati verdi) e su regimi amministrati (metodi di prezzo - feed-in tariffs - conti energia, incentivi conto capitale, incentivi fiscali)". In virtù di tutte queste considerazioni Ortis conclude suggerendo “una necessaria rivisitazione complessiva degli strumenti di incentivazione in occasione del recepimento della direttiva 2009/28/CE".

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