di Stelio W. Venceslai
E vuoi vedere che nell'Italia degli smemorati qualcuno che ricorda c'è? E poi. Ci viene presentata una ricetta assai amara da mandare giù. Altro che IMU, si tratta di rinunziare a un modo di pensare ed agire così oramai connaturato nell'italica gente che cambiare questa mentalità potrebbe essere oramai soltanto un sogno. (Red)
La crisi che ci attanaglia viene da molto lontano, almeno dal centrosinistra di craxiana memoria, ma si potrebbe andare molto più indietro.
A questa crisi strisciante si è aggiunta la scelta dell’Euro, una scelta necessaria ma negoziata in modo pessimo, sopravvalutando la lira, e non accompagnandolo ad una politica economica e monetaria comune. Le conseguenze si sono avvertite subito, con il rincaro dei prezzi, dal doppio al triplo, mentre salari e stipendi restavano gli stessi.
Gli effetti della globalizzazione, voluti da Prodi, allora Presidente dell’Unione europea, si sono fatti sentire gradualmente, ma l’apertura indiscriminata dei mercati, voluta sull’onda di un liberalismo dissennato, ha cominciato a mordere i Paesi occidentali più deboli.
Poi, è sopraggiunta la crisi nordamericana della Lehman Brothers, che ha dato una brusca svolta al sistema economico mondiale, innestando una crisi economica da una crisi meramente finanziaria. L’arbitro, adesso, è la speculazione finanziaria internazionale.
Adesso, sono tutti con l’acqua alla gola e la speculazione internazionale, cui i governi sembrano impotenti a porre un freno, continua a giocare con i titoli tossici, realizzando profitti e seminando disastri.
L’Italia è stretta da una crisi propria, di lunga data, dalla crisi internazionale, comune a tutto l’Occidente, tra i doveri di partner dell’Unione e la necessità di salvare il salvabile. Non è facile uscirne se non con le ossa rotte.
Invece di un governo d’unità nazionale come inutilmente sta cercando di fare la Grecia, accoppiando il diavolo con l’acqua santa, nel comune interesse, la strada scelta è stata quella d’un governo tecnico cui i partiti, a partire da quello di ex maggioranza relativa, hanno delegato il compito di turare i buchi, tirandosi indietro dalle loro responsabilità.
E’ questo, in realtà, il punto cruciale. sappiamo tutti perché hanno fatto così. Tirare il sasso e nascondere la mano, tanto poi, qualunque proposta di legge facesse Monti, è sempre il Parlamento e, cioè, i partiti, che la deve approvare. Questa irresponsabilità manifesta verso il Paese trapela da tutte le parti anche se non è, ancora, forse, pienamente avvertita.
Il sistema è marcio, ma il difetto non sta nel sistema, ma nella mancanza di qualunque valore etico o civile nella conduzione dei partiti. I partiti si reggono sul voto. non si deve, non si può dispiacere agli elettori. Altrimenti, si rischiano deputati in meno, rimborsi meno lucrosi, perdita di posti nel sottogoverno. Siamo abituati a questo balletto al punto da non farci più caso.
Ma dov’è l’etica del servizio pubblico di colui che si candida a rappresentare in Parlamento la volontà dei suoi elettori?
La Costituzione dice che ogni eletto rappresenta la nazione nel suo insieme. La sua responsabilità morale è ancora più grande, ma viene interpretata nel senso che se abbandona il gruppo politico che lo ha eletto continua a restare in Parlamento, perché non rappresenta i suoi elettori, ma la nazione. Povera nazione, espressa da uomini di paglia interessati solo ad avere voti, affari e potere!
D’altronde, cadute le ideologie, i raggruppamenti politici sono soltanto aggregazioni di interessi più o meno nobili.
Certo, non tutti sono così. Ma l’andazzo generale è caratterizzato dalla visione delle prossime elezioni, dei prossimi consensi. Che importa, se il Paese muore? Importano la medaglietta, il cumulo dei privilegi, la pensione a breve scadenza, il posto da negoziare per parenti, famuli, amici o tagliagola, l’entrare o continuare a far parte di una casta che sembra aliena, lontanissima dai problemi del Paese.
E così, tutti d’accordo nel tagliare le pensioni, a rincarare l’IVA, a distruggere i patrimoni della povera gente costruiti con lavoro e risparmi sudati, a tassare i dipendenti a reddito fisso (tanto non possono sfuggire), a fare i rigorosi con gli altri e non con se stessi.
Occorre una rivoluzione morale per porre fine a questa situazione vergognosa che fa da sfondo, ma non tanto, alla crisi che stiamo vivendo.
Se ci sono in Italia almeno due milioni e mezzo di immigrati, la massima parte dei quali lavora e sbarca il lunario, e ci sono quasi tre milioni di persone senza lavoro, questo significa che gli Italiani o non hanno voglia o si rifiutano di lavorare come gli immigrati.
Se i consumi scendono di giorno in giorno, questo significa che il Paese non è in grado di cercare altre risorse, altri e diversi lavori. Sta rinunciando a se stesso.
C’è un lassismo morale profondo che vieta di rimboccarsi le maniche e di ripartire da zero, come invece accadde subito dopo la guerra. Si moltiplicano le sale da gioco, la droga si vende all’angolo delle strade, i calciatori e le escort sono i nuovi simboli dei giovani. Spesso protervi, non conoscono le lingue, fanno gli sportivi per spaccare le vetrine o picchiarsi quando la squadra del cuore perde, violentano le ragazze, corrono ubriachi o imbottiti di droga, a notte alta, per schiantarsi con l’auto di papà. Ma come dare loro torto?
Quale esempio traggono i giovani dalle loro famiglie, dalla loro classe politica, dalla mancanza di un futuro, dal sistema sociale in disgregazione, dalla fuga generalizzata dalla cultura? Dove sono i valori? Quali principi etici sono stati loro impartiti? Dai docenti laureatisi intorno al 68? Non c’è più né morale politica né civica né sociale né cristiana. I grandi valori sono in soffitta. Il vero obbiettivo è il danaro oppure, per i più raffinati, il potere.
Per questo occorre una rivoluzione morale, cominciando dal basso e scacciando i cattivi esempi che vengono dall’alto.
Stelio Venceslai
Roma, 15 maggio 2012