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Il prossimo presidente avrà il compito di adattare ai tempi il capitalismo Usa. Pubblichiamo per maggiore diffusione un articolo di Ennio Caretto apparso su Il Mondo dello scorso 26 settembre.
Il libero mercato, la deregolamentazione, la privatizzazione sono sempre stati le fondamenta del modello economico degli Stati Uniti, così come la libera iniziativa, la responsabilità individuale, la competizione sono sempre state le fondamenta della loro cultura. Ma, ha osservato di recente Steven Pearlstein sul Washington post, dopo il crollo delle Casse degli anni Ottanta, la bolla delle dot com negli anni Novanta e l'attuale stretta creditizia dovuta alla crisi dei mututi, <<è inevitabile che le nuove generazioni di americani sopsettino del liberismo sregolato>>. E dopo il crack Lehman e i massicci interventi del governo per salvare la banca d'affari Bear Stearns e le finanziarie semipubbliche Fannie Mae e Freddie Mac, <<è anche inevitabile che le nuove generazioni chiedano allo Stato di garantire loro la stabilità economica>>.
Indubbiamente, il columnist del Washington post esagera a parlare di un salto generazionale degli Stati Uniti dall'economia di mercato all'economia mista, simile a quello che si verificò durante la Grande depressione degli anni Trenta; George W. Bush non è Franklin Delano Roosevelt, e la bushnomics, che privilegia il capitale, è l'opposto del new deal, che premiò il lavoro. Ma Pearlstein ha ragione quando rileva che il dogma liberista viene adesso messo in discussione: i dati dimostrano che in oltre un quarto di secolo, dalla presidenza reagan, ha danneggiato non aiutato
l'80% della popolazione.
Per la prima volta dal crack di Wall Street nel 1929, gli Usa si interrogano sul modello economico da adottare. Respingono quello statalista (<<socialismo>> rimane una parola sporca), ma avvertono il bisogno urgente di forti correttivi. Nei fatti, lo ha ammesso lo stesso presidente Bush, che non solo ha dato ai contribuenti rimborsi fiscali di 160 miliardi di dollari per il rilancio dei consumi, ma ha anche approvato gli enormi sussidi del Congresso ai mutuati in difficoltà e i prestiti senza precedenti della Riserva federale alle banche. E che ha concesso crediti di 25 miliardi di dollari alla pericolante industria dell' auto (potrebbe raddoppiarli) e investio 8 miliardi nella ricostruzione della rete stradale americana. Il governo Bush si è rivelato il più interventista dei governi dell'immediato dopoguerra, quando con il pubblico denaro Truman finanziò i reduci dal fronte e varò il piano Marshall per la ripresa dell'Europa. Per non passare alla storia come un secondo Herbert Hoover, il presidente liberista del crack del '29, Bush è venuto meno ai propri principi.
In realtà, il mercato in America non è quasi mai stato totalmente libero. Lo hanno condizionato il Pentagono, il più grande carrozzone pubblico del mondo, con i suoi appalti e le sue commesse; le frequenti guerre, droga finanziaria dello Stato all'economia; il protezionismo sempre denunciato ma mai abbandonato; l'interesse nazionale, nel cui nome, per esempio, furono salvate negli anni Sessanta la Lockheed e la Chrysler, due pilastri dell'establishment industriale militare; e via di seguito. Il mito del libero mercato è servito ai repubblicani per deregolamentare le borse, tagliare le tasse a favore del ceto alto e delle imprese, ridurre i servizi sociali se non anche privatizzarli, e abolire i tassi di cambio, misura quest'ultima che ha consentito a Bush di svlutare malamente il dollaro. Ed è servito a promuovere una globalizzazione inutilmente selvaggia.
Ma la caduta del mito non è una sconfessione del capitalismo. il libero mercato non è un'aberrazione, l'aberrazione è il modo con cui lo hanno interpretato prima Reagan e poi Bush, e negli anni Venti lo interpretarono Coolidge e Hoover. Come Roosevelt ebbe il coraggio di riformarlo, spingendosi fin troppo oltre per la cultura americana, così dovrà avere il coraggio di riformarlo il prossimo presidente. Gli eventi degli ultimi giorni, il dramma della Lehman brothers in testa, hanno confermato che il capitalismo americano deve farsi un esame di coscienza. Sinora ha avuto la fortuna di essere sorretto da crescenti ondate di investimenti stranieri. Ma come rischia di perdere la fiducia dei suoi cittadini, così rischia di perdere quella degli altri Paesi. Forse il peggio deve ancora venire, e per prevenirlo il mercato americano deve sapere rinnovarsi.
Lunedì 10 Maggio 2010 10:21

Politica estera. Lettere al Direttore

Egregio Direttore desidero esporle due brevissime considerazioni in merito a quanto scritto dal sig. Stelio Venceslai...

 

...La Georgia ha una rilevanza strategica - che l'autore dello scritto non ha toccato - in quanto vi passano gli oleodotti del mar Caspio, e poi i georgiani non sono tutti musulmani come invece lo sono in Cecenia. Appare evidente che una Cecenia indipendente e musumnana entro il caucaso russo non è cosa da poco.  Tutto ciò senza scomodare Stalin.

In merito invece a quanto detto sull'Alitalia il sig. Venceslai suppone che con l'avvento di un partner estero si perderebbe l'italianità. A mio parere non è cosa certa, dipende da quanto è forte e maggioritario il patto di azionisti CAI.
Come vede, egregio Direttore, basta aggiungere una frase circostanziata per rendere assertivo o meno assertivo un assunto.
Infine mi consenta di esprimere anche che l'intervento di Frattini nei fatti accaduti in Sudan sarà stato basato su proposte di natura diplomatica sulle quali si potrà pure fare qualche "immaginazione" e non di certo su una semplice e buona volontà da paciere.

Credo che con una informazione più completa il lettore sia più interessato alle dinamica dei fatti.
Grazie. Mario Lani
Quando il Kossovo proclamò la sua indipendenza molti storsero la bocca. Giuste erano le rivendicazioni di quel popolo in tanti modi oppresso dal governo di Belgrado ma...

 

...altrettanto grandi sono state le preoccupazioni per un riconoscimento diplomatico foriero di altri disastri.
Ed è ciò che puntualmente è avvenuto.

Purtroppo, spesso, si dimenticano le lezioni e le ragioni della storia. Il buon Stalin, poco prima di morire, riformò la situazione amministrativa delle Repubbliche dell’URSS. Trasferì la Crimea alla competenza dell’Ucraina, divise l’Ossezia in due parti e ne assegnò una alla Georgia, separò l’Abchazia di cui assegnò in parte alla Georgia ed una parte altrove. L’intento era quello di russificare queste regioni non russe, come la Lettonia e la Moldavia. In fondo, nel sistema sovietico, era come se la provincia di Rieti fosse stata assegnata all’Umbria spostandola dal Lazio e tutto questo avvenne senza che alcuno battesse ciglio.
Stalin non era nuovo ad iniziative benefiche del genere. Qualcuno ricorda la deportazione dei Cosacchi in Siberia o il trasferimento altrettanto forzoso dei Tedeschi del Volga, durante la 2 guerra mondiale o la persecuzione degli Ebrei?

Dissolta l’URSS, sono cominciati i problemi. Ad esempio, in Crimea c’era la flotta russa che ora diventava ucraina, in Moldavia s’è formata, di fatto, una repubblichetta non riconosciuta da nessuno, a Tiraspol, la repubblica del Dniester, che non intende essere moldava perché pressoché totalmente russificata, in Estonia c’è un problema drammatico perché una forte minoranza russa ritiene, forse giustamente, d’essere discriminata dalle nuove autorità lettoni e così via.

La Georgia, divenuta indipendente, strizzando l’occhio alla NATO, con una discreta presenza militare americana, legittimamente difende i suoi confini, che comprendono, appunto, l’Ossezia meridionale e parte dell’Abchazia, dove però ci sono fermenti anti-georgiani ed una forte presenza russa.

Quando il Presidente georgiano Giugashivili, contando forse sull’appoggio americano, ha deciso di usare la mano forte in queste aree, sono intervenuti i carri armati di Putin, gli Americani sono rimasti con il piede a terra e Putin ha avuto facile gioco nel proclamare l’indipendenza di queste regioni, indipendenza che è stata subito riconosciuta da Mosca. C’è una ferita aperta. Ma tutti hanno perso la faccia: Giugashivili, che è risultato impotente, gli Americani, che hanno dovuto constatare che non si può giocare a fare la grande potenza quando si hanno due guerre in corso, in Iraq ed in Afghanistan, e quando si dimostra di non conoscere appieno lo scacchiere in cui si dovrebbe operare. Ha vinto Putin che, in tal modo, ha risposto alla decisione occidentale di riconoscere il Kossovo rispetto alla Serbia protetta dalla Russia. Lo schiaffo è stato restituito.

Ma a che serve, tutto ciò? Se fosse coerente, Putin dovrebbe dare lo stesso spazio di libertà e d’indipendenza alla Cecenia, grossa spina sul fianco russo. Ma non ci pensa nemmeno.

Se questo è il modo di fare politica estera c’è da tremare, da una parte e dall’altra. Che l’Italia, al solito, si offra come luogo di negoziato fa solo sorridere. La pretesa amicizia di Berlusconi con Putin e con Bush svanisce come neve al sole quando si rischia di combattere sull’antica via delle spezie e delle sete, oggi via del petrolio e del metano.

D’altro canto, la Russia è perennemente in bilico se essere Europa od essere Asia. Ma qual è il nostro interesse? Se la Cina continuerà il suo sviluppo impetuoso, fra cinquant’anni la Siberia sarà perduta e la Russia ridotta ad una potenza europea.

Possibile che nessuno veda queste prospettive?

Stelio Venceslai

"Ritenere che le tentazioni espansionistiche della Russia siano attribuibili alla natura non democratica e illiberale dei suoi governi i Governi, media, opinione pubblica occidentali rischiano di commettere, oggi, lo stesso errore che...
...la migliore sovietologia americana aveva rimproverato, agli albori della guerra fredda, alla politica di Washington" afferma il noto editorialista del Corriere della Sera in un interessante editoriale che rilanciamo per maggiore diffusione.
IL REGIME DI PUTIN
La sindrome di Mosca

di Piero Ostellino

Governi, media, opinione pubblica occidentali rischiano di commettere, oggi, lo stesso errore che la migliore sovietologia americana aveva rimproverato, agli albori della guerra fredda, alla politica di Washington: ritenere che le tentazioni espansionistiche della Russia siano attribuibili alla natura non democratica e illiberale dei suoi governi. Nell' immediato dopoguerra, sarebbe stato saggio tenere separati l'analisi del comunismo— come filosofia della storia che si proponeva di cambiare il mondo— da quella della politica estera sovietica, che si preoccupava di difendere gli interessi nazionali dell'Urss.

Oggi, sarebbe altrettanto saggio capire che il regime non democratico e illiberale della Russia di Putin è una cosa—un sistema capitalistico senza regole, nato senza la formalizzazione di un sistema legale (costituzionale) — e il suo dinamismo internazionale è un'altra, la conseguenza della sindrome da accerchiamento di cui la Russia post-sovietica soffre, ora, come soffriva, ieri, l'Unione Sovietica. È ciò che si dice distinguere i fatti — come accadono e che dovrebbero essere il campo della politica estera—dalle «percezioni », il riflesso ideologico degli uomini che vi sono immersi. Ad alimentare la politica estera dell'Urss dei primi anni della guerra fredda fu l'analisi leninista dell'imperialismo capitalista; oggi, a determinare quella della Russia post-sovietica è l'interpretazione della globalizzazione americana; domani sarà la paura del «pericolo giallo».

Per Mosca, il modo di esorcizzare la sindrome da accerchiamento è sempre lo stesso: «tenere lontani» i potenziali aggressori. Da Napoleone a Hitler, l'estensione del proprio territorio è stata, e rimane, per i russi, la migliore difesa. A sua volta, l'Occidente interpretò la presa dell'Urss sull'Europa centrale e orientale e la guerriglia dei comunisti greci—peraltro ben presto abbandonati da Stalin alla repressione inglese — come l'inizio della rivoluzione comunista mondiale e vi reagì con la «politica del contenimento». Ciascuna delle parti formulò stereotipi ideologici dell' altra, mascherando la vera natura del conflitto. Il risultato fu un ciclo di reazioni che acquistarono vita propria. Come oggi sulla Georgia. Ha scritto Vissarion Belinskij: «La nostra gente intende la libertà come volja, e volja significa seminare discordia. La nazione russa, una volta liberata, non punterebbe a un parlamento, ma correrebbe nelle taverne a bere ».

Il severo giudizio dell'ottocentesco pubblicista russo riflette una verità che la storia ha confermato: gli uomini non nascono liberi e sono ridotti in schiavitù dal vivere insieme (come credeva Rousseau), ma conquistano la libertà solo grazie alla legge (come scriveva Locke). La Russia non fa eccezione. L'esplosione di un capitalismo primitivo — il popolo russo è stato derubato due volte: dalle nazionalizzazioni sovietiche, prima; dalle privatizzazioni post-sovietiche, dopo — non ha prodotto democrazia, come si erano illusi i professorini di Harvard, ma anarchia sociale ed economica e un autocrate politico, ex Kgb, il vod della tradizione russa, che la gestisce da par suo.

05 settembre 2008
Lunedì 10 Maggio 2010 10:19

Kossovo e dintorni. di Stelio W.Venceslai

Sul Kossovo tutti hanno torto: i Serbi, che hanno sempre trattato la maggioranza albanese di quella regione come dei sotto uomini, i Kossovari, che non hanno saputo resistere alla tentazione di un’indipendenza prematura, gli Stati Uniti che...

L’indipendenza del Kossovo solleva numerosi problemi, politici, diplomatici, strategici.

Nessuno si preoccupa di analizzarli, anche se le nostre truppe si trovano lì e rischiano ogni giorno se, come è possibile, scoppierà un altro contrasto sanguinoso.

Sul Kossovo tutti hanno torto: i Serbi, che hanno sempre trattato la maggioranza albanese di quella regione come dei sotto uomini, i Kossovari, che non hanno saputo resistere alla tentazione di un’indipendenza prematura, gli Stati Uniti che si sono affrettati a riconoscerla, la Russia, che trae motivo da un malinteso senso di fraternità russo-serba per agitare lo spettro delle sue minacce, l’Italia, che pedissequamente segue le direttive nordamericane.

Parte dell’esercito italiano è là, ma le bandiere della popolazione che festeggiava l’indipendenza erano americane o albanesi.

Non c’era neanche una bandiera italiana. E questo è un segno che non può non dispiacere.

Kossovo e dintorni. Dove sono dislocate le truppe italiane? Praticamente, in tutto il mondo. A fare che?

Una politica della difesa dovrebbe, potrebbe essere intesa come tutela dei nostri interessi nazionali, magari un po’ “allungati”, visto il ruolo di media potenza che, nonostante tutto, ha ancora l’Italia.

Il fatto è che, ragionando serenamente, si ha la sensazione che l’esercito sia il tappabuchi di  politiche inesistenti od ondivaghe.

Siamo presenti in Afghanistan, dove a gran voce gli Americani chiedono agli alleati di aumentare il loro sostegno militare. Ma che ci stiano a fare in Afghanistan? Quali sono i nostri interessi in quella regione? Solo per compiacere gli Stati Uniti?

Ce ne siamo andati dall’Iraq, dove, invece, avevamo molte ragioni per restare, a parte il petrolio, se non altro per la posizione di saggia neutralità nei confronti del mondo arabo.

Siamo in Libano, pressoché impotenti, fra gli assassini politici interni e gli scontri  ed i missili israeliani. Qual è il nostro interesse a fare da carne di cannone se dovesse scoppiare un altro conflitto?

Missioni militari sono o sono state a Timor Est, in Ciad, dovunque ci sia un appello ecco che l’Italia presta i suoi uomini. Certo, in periodo di pace, le mostrine delle campagne peace keeping fanno bella figura sulle uniformi. Certo, gli uomini mandati in missione guadagnano esponendo la loro vita agli attentati quanto dovrebbero guadagnare stando a casa loro od in missioni più significative. Ma è a questo che serve l’esercito?

Francamente, quando si vede che i nostri soldati sono impegnati a caricare la spazzatura di Napoli od a presidiare, inutilmente, certe aree mafiose siciliane, c’è da chiedersi se la dignità del soldato è realmente soddisfatta da questi incarichi.

La smania di protagonismo è tipica del parvenu e quanto a protagonismo non c’è da lamentarsi.

Siamo dovunque ci chiamano. Non importa se si usurano materiali che non saranno rinnovati perché non ci sono soldi, non importa se i nostri uomini possono morire. Una bella medaglia, una commemorazione e tutto è finito. In fondo, il soldato ha nel suo orizzonte professionale la morte.

Ma per difendere la propria bandiera, gli interessi della nazione, non per fare il mercenario, buono a tutti gli usi, dalla spazzatura alla distribuzione del latte, dallo pseudo poliziotto alla ruota di scorta della non politica italiana.

Vorrei mettere tre democrazie a confronto: tre Paesi importanti, dove si fanno le elezioni, si elegge un Presidente e la democrazia è un fatto acquisito, almeno a parole.
Il primo porcellino: il Pakistan
Il primo è il Pakistan. Certo, non è una democrazia come l’India, ma è pur sempre una democrazia, con una costituzione, partiti politici, elezioni, un certo decentramento territoriale: una tradizione ininterrotta di governi ispirati dall’Occidente, un’economia di tipo capitalistico e così via. In più, una patente di democraticità gliela danno  gli Stati Uniti e le  grandi Agenzie internazionali quali la Banca mondiale e l’FMI.
Tuttavia, in Pakistan, il popolo non conta nulla, l’esercito ha il potere, il ricambio al governo è in genere piuttosto traumatico: i presidenti muoiono o prima della fine del mandato, perché assassinati, o dopo il mandato, perché processati od impiccati. L’assassinio di Benazir Bhutto è un netto miglioramento delle procedure costituzionali pakistane: adesso si ammazzano anche i candidati a Presidente.
Il ricambio è assicurato.
Dov’è la democrazia? Da nessuna parte. Basterà pensare che il figlio diciassettenne della Benazir è il nuovo capo del suo partito. Come nella Corea del Nord, in Libano, in India, in Siria, c’è la successione dinastica al potere. Poi, si faranno le elezioni a furor di popolo beota ed affamato, che eleggerà il nuovo Visir, finché dura. Ma il Pakistan è una democrazia, militare, nucleare, ritardata, ma per tale spacciata dall’ala protettrice degli Stati Uniti. Si differenzia dalla Birmania? No. E’ diversa dalla Siria? No. Ma questi sono schierati da un’altra parte (Russia, Cina). La differenza di schieramenti, pro o contro gli Stati Uniti e, in genere, l’Occidente fa la differenza di democraticità.

Il secondo porcellino: gli Stati Uniti

Prendiamo un altro Paese, il più grande, gli Stati Uniti, la patria attuale della democrazia. Anche qui i Presidenti fanno spesso una brutta fine, in genere prima del termine del loro mandato, ma sono regolarmente eletti con un sistema curioso, che coinvolge, al massimo, il 40% dell’elettorato il che, diviso tra i due partiti tradizionali, il democratico ed il repubblicano, significa che vince chi avrà il consenso almeno del 21%, il che è un po’ poco per decidere dei destini del mondo e mandare i propri figli a morire in Iraq, in Afghanistan od in Somalia.
Quando c’era il confronto con il blocco sovietico, i due sistemi elettorali (perché anche nell’URSS c’era la democrazia, ma popolare) si differenziavano solo perché i Russi eleggevano al 99.99% i più anziani (ricordate Breznev, Cernienko?) e gli Americani quelli che facevano meglio ‘cheese’, avevano una bella famiglia e piacevano all’elettorato femminile (ricordate il povero Ford oppure il buon Reagan?).
Ma dietro alla gerontocrazia sovietica c’erano le lobbies sovietiche: il partito della NKVD, il partito dell’industria pesante, contrapposto a quello dell’industria leggera e dell’agricoltura, il partito dell’esercito e così via, anche se tutti debitamente inquadrati nel  vasto mare del Partito comunista sovietico.
Dietro all’apparente frivolezza americana c’erano le lobbies industriali (petrolio, alimentare, petrolifera, informatica, del sistema finanziario e così via), che pagavano profumatamente i loro candidati e le loro campagne elettorali, ma allo scoperto. In sostanza, il ricambio è assicurato da fantocci e dinastie alla Bush alla Clinton, alla Kennedy, come altrove.
Dov’è la democrazia?

Il terzo porcellino: l’ Italia
Da noi non c’è ricambio così come non ci sono dimissioni od impiccagioni. Questo è un Paese tranquillo. Il rispetto per la democrazia per noi è altissimo: stiamo morendo per eccesso di democrazia. Il ricambio non c’è e neppure ci sono lobbies consistenti, che però sono miserabili e agiscono al coperto perché forse si vergognano.
Chi viene eletto, con un sistema elettorale che non fa scegliere agli elettori i propri candidati (pensano a tutto, bontà loro, i partiti, per non dare preoccupazioni di scelta ai cittadini), magari con l’1% dei voti, ha un potere d’interdizione altissimo. Ha più potere di chi è vincente e condiziona il sistema. Questo spiega perché abbiamo 35 o 37 partiti. Il problema non è proporre, ma condizionare, non è governare ma restare al potere.
E la democrazia? Esiste solo la parola!

Il lupo cattivo
Nella favola dei tre porcellini c’è sempre un lupo cattivo che minaccia la serena tranquillità di queste amabili bestiole. Ed in genere è il lupo che perde.
In democrazia il lupo è la non democrazia, la dittatura, il decisionismo.

In Pakistan il lupo cattivo è l’integralismo islamico. Se dovesse prendere il sopravvento, a parte l’arsenale nucleare di cui dispone, si riaprirebbe immediatamente la ferita con l’India, per il Kashmir e non solo. Due potenze nucleari nel sub continente indiano che si fanno la guerra è uno scenario da paura, anche per il colosso cinese. Non parliamo, poi, di quel che accadrebbe sul fronte afghano e di quanto si sarebbe incentivato l’Iran a dotarsi di armi nucleari.

Negli Stati Uniti il lupo cattivo è il dollaro in caduta libera. Se tutti i dollari in circolazione nel mondo rientrassero a casa, sostituiti dall’Euro come moneta di riserva o come mezzo di pagamento internazionale, ne verrebbe fuori una tale inflazione che la crisi del 1929 sarebbe un musical rispetto a ciò che potrebbe accadere. Gli Usa sono un grande, grandissimo Paese che non ha il coraggio d’essere un impero di cui non può permettersi i costi (il gendarme del mondo), che non ha un sistema di sicurezza sociale e sanitario credibile, non ha un sistema d’istruzione  pubblica adeguato e non riesce ad avere una visione diversa dal fai da te perché tutti possono diventare ricchi se lo vogliono.

In Italia il lupo cattivo è oggi l’eccesso di democrazia: ci ha mangiato la libertà elettorale, ci divora risparmi e patrimonio, resta solo la libertà, sempre più compressa.
In un’indifferenza mortale, per cui il Paese si trascina nella storia come se fosse un abito ormai dismesso portato da un ristretto gruppo di oligarchi parassiti, senza alcuna speranza di ricambio,
in Italia il lupo cattivo potrebbe diventare la disubbidienza civile fino alla rivolta contro un sistema ormai marcio.

Cecco d’Ascoli
Lunedì 10 Maggio 2010 10:17

Vive la France! Sarkozy prendi anche noi!

Cari Francesi, prendete anche noi! si, noi tutti, ricercatori o imprenditori, impiegati o operai compresi i cassintegrati, commercianti o lavoratori autonomi, lavoratori in affitto o disoccupati…suggerisce tra ironia e verita’ Lilliput
Quale inno, più della marsigliese, agita, sconvolge e rianima le assopite passioni che determinano la vita intera di un popolo?

“ Allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivé, contre nous de la tyrrannie l’etendard sanglant est levé…..aux armes, citoyens, formez  vos battaillons, marchons…marchons “

parole intrise di sangue rappreso,  dal sapore amaro di battaglie, di scontri aperti e brutali, di lotta senza quartiere verso un nemico identificato, certo, ineludibile e da annientare, sconfiggere, abbattere, far scomparire dal resto della terra  senza nessun compromesso o ripensamento.
Chi non ha provato brividi nella schiena ripercorrendo nella storia la tragedia e l’orrore del periodo nel quale era stata ideata, la rivoluzione francese?. Una rivoluzione piena di scintille di nuova vita,  che idealmente ha determinato la nascita dei prodromi di tutte le moderne costituzioni europee:
LIBERTE’, EGALITE’, FRATERNITE’
Una rivoluzione nata dalle necessità e sconfinata nel puro terrore di un popolo contro una parte di sé stesso, creata per eliminare le ingiustizie, ma poi, umanamente  sfociata  in altrettante amarezze e barbarie…Ma la grandeur resta ed il popolo francese se ne vanta….fazzoletto di chiffon al naso!
Alla faccia dell’Europa, di quell’Europa che faticosamente cerca di ritrovare se stessa ed i principi di libertà, uguaglianza e fraternità nei quali si era sin dall’inizio riconosciuta ed allineata. E le rivolte delle banlieue parigine, tra le periferie e i ghetti in fiamme, con quegli scioperi non convenzionali e non supervisionati da corporazioni o sindacati…ma nati spontaneamente dalla gente! Che dire di questo popolo transnazionale che  conquista pure gli esterofili con la figura del loro presidente!!!
SARKO’….un presidente lontano mille miglia dai passati e compassati modelli di riferimento. Un SARKO’ mezzo uomo e mezzo profeta di un nuovo verbo che invade l’occidente: la voglia di cambiare, di essere se stessi, di non sembrare diversi da se stessi, di essere accettati per quello che si è e non per quello che si potrebbe essere o diventare. SARKO’ in maglietta e jeans in visita alle Piramidi mano nella mano della donna che ama…( chissà fino a quando, ma questo poco importa..!) in barba a tutte le convenzioni e ai cerimoniali presidenziali! Proprio come succede ai nostri alter ego istituzionali, sorpresi ed intercettati a combinare nascostamente marachelle ed inciucetti pruriginosi alle spalle delle proprie famiglie….
Grande popolo e grandi personaggi di fronte ai quali i nostri piccoli politicanti “parvenu” scompaiono inghiottiti dal grande nulla dal quale sono stati da qualche vignettista estratti e disegnati ad arte.
L’ultima goccia è la notizia della preannunciata vendita della nostra linea di bandiera ALITALIA alla linea di bandiera francese AIR FRANCE. Anche questo…! Grande Popolo la Francia…..e piccolo piccolo popolo l’Italia, questa Italietta che nel Capodanno del 2007/08 rischia di chiudere le sue ali di aquila reale sul mondo per ritrovarsi passerotto migratore in cerca di climi più miti, non più padrone del  proprio territorio.
E allora…viene dal cuore una richiesta: insieme all’Alitalia, cari Francesi, prendete anche noi, sì, noi tutti, ricercatori o  imprenditori, impiegati o operai compresi i cassintegrati, commercianti o lavoratori autonomi, lavoratori in affitto o disoccupati…
Noi cittadini italiani infatti, stanchi di essere mal rappresentati o per nulla rappresentati dal nostro governo, approfittando del momento solenne della firma del contratto che legherà ancora di più i nostri due popoli, chiediamo coralmente e formalmente l’annessione al grande Stato di Francia, in nome degli ideali comuni che ci appartengono e che hanno reso grande la nostra storia passata:
LIBERTE’, EGALITE’, FRATERNITE’
Vive la France!!!
Lilliput
La rivoluzione di "Berlusarkò" il leader che stupisce i francesi ma non dispiace ai più, un politico puro che non ha conflitti di interesse, a parte il suo disinvolto uso dei mezzi di trasporto degli amici miliardari. Questo è quanto afferma Bernardo Valli in un articolo apparso in questi giorni su La Repubblica e che molto volentieri  rilanciamo ai nostri lettori.

 

Alla vigilia del cinquantesimo compleanno la Quinta Repubblica ha cambiato faccia? Il sesto presidente, quello in carica, ne sta scrivendo l'epitaffio? Ad ogni sorpresa di Nicolas Sarkozy, e ce ne è quasi una al giorno, sorgono da più parti questi interrogativi sullo stato delle istituzioni create nel 1958 dal generale de Gaulle.

Per la verità non si ha l'impressione che la maggioranza dei francesi si ponga, almeno per ora, queste allarmanti questioni. Forse divertita, forse incuriosita nell'attesa dei risultati concreti della imperversante politica spettacolo, essa continua infatti a dare confortevoli, sia pure oscillanti, consensi al presidente. Nicolas Sarkozy stupisce ma non dispiace ai più. E nulla ci consente di pensare che le immagini recenti, quelle di lui e di Carla Bruni mano nella mano sulle rive del Nilo, alternatesi sui teleschermi natalizi con quelle del Papa benedicente urbi et orbi, abbiano mutato molto i sentimenti dei francesi.

Ma politologi, psicologi, filosofi, storici, esponenti della (un tempo eroica ed oggi dispersa) tribù degli intellettuali parigini, loro sì, si pongono quei problemi. La loro analisi è spesso irriverente. Le Monde si chiede, ad esempio, se lo stile di Nicolas Sarkozy sia più simile a quello di Berlusconi che a quello di de Gaulle. E in Francia non è un complimento, né per la destra né per la sinistra.
La Costituzione è rimasta tale e quale. Sono previsti ritocchi ma non mutamenti sostanziali. La forma è invece stata rivoluzionata. Dalla pompa presidenziale, dalla figura ieratica di de Gaulle, poi imitata in varie versioni dai successori, si è passati, secondo Libération, al presidente bling-bling. Espressione del vocabolario hip hop per indicare il rumore della chincaglieria, catene e fronzoli dorati, indossata da certi cantanti rap. Per impietosa, insolente estensione sono bling bling, oltre agli abbigliamenti vistosi, anche i comportamenti esibizionisti. Rumorosi. E proprio quest'ultimi vengono sottolineati in Nicolas Sarkozy, il quale avrebbe trasformato la presidenza della Repubblica in una ribalta televisiva in cui vicende pubbliche e private si confondono.
Ma è meglio riassumere. Il rapido susseguirsi degli eventi può farci perdere il filo.

Tutto a' accaduto in sei mesi. Tutto pubblicizzato e intercalato da avvenimenti politici, spesso altrettanto spettacolari. Per cui l'opinione pubblica ha ricevuto tutto d'un fiato, più o meno nell'ordine: il bacio kennediano a Cécilia circondata dai figli, all'Eliseo, il giorno dell'investitura; il brunch con i Bush a Walfeboro, disertato da Cécilia; Cécilia che libera le infermiere bulgare in Libia; l'abbraccio con Putin a Mosca; lo sciopero di ferrovieri e studenti che sfidano il presidente duro ma giusto; la solenne riconciliazione con l'America davanti al Congresso di Washington; il simultaneo divorzio da Cécilia; l'incontro-scontro tra il presidente e i pescatori di Bretagna; i baci protocollari con la cancelliera tedesca Angela Merkel che si affretta a contraddire il presidente francese; l'educata spiegazione di Cécilia sull'ancora calda rottura con Nicolas; la visita a Parigi del venezuelano Chavez nemico dell'America ma possibile liberatore di Ingrid Betancourt sequestrata in Colombia; il volo del presidente - rambo nel Ciad per recuperare i giornalisti coinvolti nel "ratto umanitario" di presunti bambini del Darfur; la solitudine del presidente single nei saloni dell'Eliseo; la tenda di Gheddafi eretta nel cuore di Parigi, nell'attesa di mirabolanti contratti rimasti nel vago; l'apparizione di Carla, forse futura prima dama di Francia. Sulla quale ironizza il Nouvel Observateur: ecco un'altra italiana dopo Maria de Medici moglie di Enrico IV, il re buono e coraggioso. E Caterina, prima ancora di Maria moglie di Enrico II e reggente di Francia?
Un grande uomo di cinema, quale è il regista Claude Chabrol, dice che Nicolas Sarkozy "crea lo spettacolo in cui c'è sempre un piccolo trucco che ci sorprende". E pensa che il presidente abbia il gusto della leggerezza.

Una leggerezza che distrae le serate d'inverno. All'estero si divertono ("persino in Italia!") commenta sempre Chabrol. I giudizi sono però divergenti. Chi detesta i riti della monarchia repubblicana si rallegra. Il sesto presidente compie un'opera benemerita spolverando il protocollo, anzi smontandolo, mandandolo in frantumi. Sul trono di de Gaulle c'è adesso un presidente in maniche di camicia, con la camicia sbottonata e gli occhiali da sole come Alain Delon; che riceve i ministri con i piedi sul tavolo e dà del "tu" a (quasi) tutti. Putin, a Mosca, ha preso le distanze e gli ha risposto col "lei", e lui, tranquillo, si è adeguato. Sono immagini in sintonia col tempo; che non scandalizzano. Non ancora, nell'attesa dei risultati. politici e soprattutto economici che contano.

Incuriosisce l'ubiquità presidenziale. Piace la capacità di essere ovunque, sul posto, appena accade qualcosa. In Bretagna, durante lo sciopero dei pescatori qualcuno nella folla l'ha insultato. Un insulto duro, da teppaglia. ("Enc....!" riferisce la cronaca di Libération). E lui ha reagito: "Chi l'ha detto? Venga qui a ripeterlo se ne ha il coraggio... ". E il pescatore nella folla ha ribadito: "E' meglio di no, se vengo ti gonfio la faccia... ". Nicolas Sarkozy è un incassatore. Neppure questo dispiace, per ora. E' una novità. Non importa se i suoi ministri sono ridotti a semplici supplenti. E se il primo ministro è declassato a "collaboratore". La rapidità distingue la nostra epoca e il giovane presidente approfitta del progresso tecnologico. Speedy Sarkozy. Basta con la gerontocrazia.

Ma si scandalizza chi trova sconvenienti le maniere del presidente bling bling. Un linguista, Pierre Encrevé, giudica quello di Sarkozy un linguaggio da show-biz. Assai diverso da quello dei laureati delle Grandes Ecoles. Mitterrand prediligeva Chardonne e Proust. Giscard sognava di essere Maupassant. Pompidou era un latinista e fu l'autore di un'antologia di poesie. Chirac, mai scambiato per un intellettuale, amava e ama l'arte cinese e giapponese. Ed è stato sorpreso a nascondere la copertina di un libro di versi che stava leggendo. Nicolas Sarkozy è un superdotato. Nessuno dubita del suo altissimo quoziente di intelligenza. Ha una profonda conoscenza della storia ed a' stato un buon ministro delle Finanze, oltre che un efficace (e prepotente) ministro degli Interni. Ha un fiuto politico pari a quello di Mitterrand, anche se è meno sofisticato. E' più impetuoso. Pragmatico. Il socialista Jacques Delors ha dedicato una lezione universitaria al "fenomeno Sarkozy".

Il suo mondo non è quello solito dei presidenti della Quinta Repubblica. Alla festa del Fouquet's, luogo per petrolieri arabi sui Campi Elisi, la sera dell'elezione, l'ospite più noto di Nicolas Sarkozy era Jhonny Halliday. In fatto di cantanti, l'ingresso nella sua vita di Carla Bruni segna una svolta nei gusti presidenziali. La Bruni è il contrario di Halliday. Canta o cantava sottovoce. E viene da un mondo frequentato da filosofi di sinistra. Forse lei convertirà Nicolas, dicono gli amici di Carla. Quello della parigina italiana è definito un severo stile Saint-Germain. Cécilia veniva invece dallo show-biz ed era un autentica bling bling. Su questo terreno il salto è notevole.

Ma è sullo stesso aereo privato con il quale raggiunse Malta insieme a Cécilia, per la meritata vacanza dopo l'elezione presidenziale di primavera, che Nicolas Sarkozy è andato a Luxor con Carla Bruni, il giorno di Natale. E l'aereo, un Falcon 900, è di Vincent Bolloré, finanziere ed editore di grande successo (presente anche in Italia, in Mediobanca). Questo esibito legame del presidente con il mondo degli affari non piace a tutti. Insieme a Jonny Halliday, re francese del rock, al Fouquet's, la sera del trionfo elettorale, c'erano quasi tutti i patron di Francia: editoria, televisione, armi, banche. La spavalderia con la quale Sarkozy presenta questi suoi rapporti col denaro equivale a quella con cui mette in piazza i suoi rapporti sentimentali. Da qui viene l'accusa di "berlusconismo". A differenza tuttavia del proprietario di Fininvest, lui è un politico puro. Non ha conflitti di interesse, a parte il suo disinvolto uso dei mezzi di trasporto degli amici miliardari.

Anche Giscard, anche Mitterrand, anche Chirac avevano amici potenti nel mondo degli affari e se ne servivano; in particolare nelle campagna elettorali. Ma lo facevano con maggior discrezione.
Lo stile bling bling di Nicolas Sarkozy può in definitiva apparire, almeno per ora, una forma di trasparenza. È comunque nel 2008 che la popolarità, ancora forte, del sesto presidente della Quinta Repubblica sarà messa alla prova. Le vere riforme promesse dovranno essere realizzate in un clima sociale ed economico che non si annuncia troppo favorevole. Esse riguardano la flessibilità sul lavoro, la revisione della settimana di 35 ore, la rappresentatività e il finanziamento dei sindacati, il sistema pensionistico. Per non citare che le più importanti. È allora che i francesi, adesso abbagliati dalla politica spettacolo, valuteranno sul serio il loro presidente.

Bernardo Valli, La Repubblica

Lunedì 10 Maggio 2010 10:16

Le violazioni dei diritti umani in Iran

Da parte del rifugiato politico Khosrow Azaran riceviamo un appello di condanna per l'ondata senza precedenti di repressione ed esecuzioni arbitrarie in Iran a partire dall'inizio di luglio 2007 che  ha fatto suonare un campanello d'allarme per i difensori dei diritti umani circa una imminente catastrofe umanitaria in Iran.

 

L'ondata senza precedenti di repressione ed esecuzioni arbitrarie in Iran a partire dall'inizio di luglio 2007,  ha fatto suonare un campanello d'allarme per i difensori dei diritti umani circa una imminente catastrofe umanitaria in Iran.
Impiccagioni pubbliche sulle gru  di giovani e anche di donne, lapidazioni, arresto di migliaia di giovani, donne e uomini - con pretesti come “essere mal-velate”, “lotta contro la cultura occidentale”, “vandalismo” -, detenzioni di massa di studenti e giovani, che vengono sottoposti alle torture più orribili nelle carceri ed in particolare nella sezione 209 della nota prigione di Evin a Tehran, uccisioni indiscriminate nelle strade da parte di agenti governativi, dimostrano la dimensione del terrore pubblico che il regime dei mullah con l'ascesa di Mahmoud Ahmadinejad ha imposto al popolo Iraniano.
Tali crimini sconvolgenti contro il popolo iraniano sono commessi da un regime instabile senza via d'uscita di fronte a crisi interne ed internazionali giunte allo stadio finale e che si trova a fronteggiare una crescita senza precedenti della richiesta popolare di cambio di regime.
Questa grave situazione richiede una reazione seria e decisa della comunità internazionale. Tuttavia, le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani e i governi dei paesi occidentali, non solo hanno scelto il silenzio di fronte a tali barbarie, ma insistono sulla necessità di dialogo e offrono ulteriori incentivi e concessioni al governo medioevale; una politica che incoraggia il regime Iraniano a prolungare e intensificare l'oppressione.

Appoggiando l'appello della signora Maryam Rajavi, Presidente-eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, nel quale chiede alla comunità internazionale di adottare urgenti misure per fermare le esecuzioni in Iran, e dichiarando la nostra solidarietà con la resistenza Iraniana, noi chiediamo:

1.alla comunità internazionale di approvare nella corrente sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite una risoluzione esplicita e decisa di condanna della violazione dei diritti fondamentali del popolo Iraniano da parte del regime dei mullah e di adottare urgenti misure per fermare la recente ondata di esecuzioni in Iran;
2.alla comunità internazionale e in particolare ai paesi dell'Unione Europea di condizionare le loro relazioni politiche ed economiche con il regime dei mullah al miglioramento delle condizioni dei diritti umani in Iran;
3.alle Nazioni Unite e al Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU di riprendere il monitoraggio sulla situazione dei diritti umani in Iran e di rielaborare un rapporto speciale a questo proposito;
4.di portare il fascicolo relativo a quasi tre decenni di crimini del regime dei mullah contro il popolo Iraniano, in particolare il massacro di 30.000 prigionieri politici nell'estate del 1988 che, in base a tutti gli standard, viene considerato crimine contro l'umanità, davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU per l'adozione di decisioni vincolanti.

Stelio Venceslai
Lunedì 10 Maggio 2010 10:15

Una Italia birmana. di Stelio Venceslai

Anche noi Italiani avremmo bisogno di liberarci da questa dittatura strisciante e che ci fossero nostri monaci e nostri preti, come a Rangoon, a guidare la nostra protesta: ma in questo regime da farsa danubiana, giustamente, abbiamo solo dei comici a guidare la protesta...


Ciò che accade in Birmania è una vergogna di cui tutto il mondo porta il peso, non diversamente da quanto accadde in Cambogia, in Argentina od in Ruanda o nel Darfur.

L’infamia del potere spazza nel silenzio complice del mondo ogni anelito di libertà o di differenza ed il cinismo della politica internazionale dopo le dichiarazioni di rito, torna a gestire gli interessi dei pochi.

Brilla, in questo contesto, l’azione del governo italiano per una moratoria internazionale della pena di morte. Prodi non ha detto una parola sull’Iraq o sull’Afghanistan, dove si prendono ostaggi cui si squarcia la gola sotto gli occhi di telecamere compiacenti, non una parola sulla Birmania, dove l’esercito spara su masse di monaci buddisti. No, quella non è morte.

L’Italia ufficiale lotta per impedire che vengano messi a morte condannati per reati comuni, spesso efferati. In questa battaglia siamo praticamente soli, perché i principali Stati del pianeta non hanno interesse e non vogliono accettare questa proposta.

Ma noi imperniamo la nostra politica estera su questa unica e non sempre condivisibile pretesa. Altro non abbiamo, né voce né idee, non possiamo schierarci da nessuna parte, dobbiamo stare attenti a non disturbare nessuno, anche se, in fondo, non importa a nessuno che cosa l’Italia pensi dei principali problemi del mondo. Se pensa.

Il fatto è che il mondo cambia, la società civile muta, le istituzioni si rinnovano o sono, comunque, costrette a farlo. In Italia tutto è fermo, allo stesso punto di ieri, dell’altro ieri, di trent’anni fa: le stesse facce, gli stessi giochetti, le stesse trame.

Il Paese invecchia; ma chi se ne preoccupa? Il Paese è pieno d’immigrati, spesso islamici e spesso no; ma a chi importa? I pensionati sono milioni e molti di essi non arrivano alla fine del mese; ma che importa? Al massimo si darà loro un’elemosina di 100 Euro (ma, attenzione, lorde, ed a decorrere dal prossimo gennaio). Il Paese si sta emarginando dall’Europa ma noi siamo europeisti comunque, anche se forse in cerca d’una patria che non c’è più qui da noi.

Milioni d’Italiani pagano le tasse per diecimila persone al potere che, non solo si permettono di non pagare le tasse, ma si permettono di decidere come spendere i nostri soldi e quindi quanto dobbiamo pagare. Queste sono le storture di una democrazia che sta soffocando in un’oligarchia che ci impedisce perfino di scegliere i nostri rappresentanti. Un regalo, questo, l’ultimo boccone avvelenato di quella cosiddetta destra, intelligente, che ha governato il Paese.

La prima Repubblica è crollata sotto i colpi della Magistratura, la seconda sta crollando sotto i colpi dell’ignavia. Ma è possibile che non ci sia una via d’uscita?

Il nostro è un Paese dove milioni di persone lavorano e sono perbene, con i loro ideali, le loro convinzioni, la loro serietà professionale. Non fanno politica, purtroppo, la delegano ad altri e, quando protestano, vengono accusati di fare anti politica!

Il fatto è che esiste una responsabilità collettiva dell’intera classe politica nazionale per gli errori commessi, per le dissipazioni compiute, per gli infiniti ritardi con i quali si muove la macchina dello Stato.

Se si dovesse fare un processo politico dovrebbero essere chiamati alla sbarra tutti quelli che hanno scritto inutili ed illeggibili quanto ponderose relazioni sull’intervento nel Meridione (milioni di miliardi buttati al vento) sulle privatizzazioni, fatte in fretta, male e con pochissimi frutti, sulle nazionalizzazioni prima e sulle liberalizzazioni dopo, sulla scuola più facile e, poi, sulla scuola più difficile, sull’innovazione sempre ricordata come l’Ave Maria ma sempre non finanziata, come una casa di tolleranza sulle regole per la moralità dello Stato (niente casinò e niente case chiuse e niente droga, ma sì al lotto ed alle lotterie, ai bingo, al tabacco ed all’alcool), severissimi con l’ICI per tutti ma non per la Chiesa, un occhio al potere ed uno al portafoglio.

Facciamoli, questi processi, almeno virtuali, rammentiamo alla memoria degli Italiani quanto sono stati e continuano ad essere ingannati.

Il popolo birmano che scende in piazza pacificamente, guidato dai suoi monaci, contro una dittatura militare e sanguinosa che grava sul Paese da  trentacinque anni, è un esempio da non dimenticare, non molto lontano dai nostri problemi. Avremmo bisogno anche noi di liberarci da questa dittatura strisciante e che ci fossero i nostri monaci ed i nostri preti, come a Rangoon, a guidare la nostra protesta.

Ma in questo regime da farsa danubiana, giustamente, abbiamo solo dei comici a guidare la protesta.

Stelio Venceslai

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