Administrator

Administrator

Sito web:

Lunedì 10 Maggio 2010 13:23

Essere antisemiti ancora oggi paga

di Deborah Fait

Il luogo più sacro all'ebraismo, quel "sancta sanctorum" dove Dio avrebbe creato il Mondo, divenuto sacro a una nascente religione di conquista perché il suo ideatore vi avrebbe fatto "scalo tecnico" con "il volo al Burak" con cui veniva assunto in cielo.

Quest'anno credo che la maggior parte di noi abbia incominciato il digiuno di Yom Kippur pensando al Kippur del 1973 quando Israele fu invaso da Siria, Libano, Egitto, Giordania.

Dopo le solite minacce di Ahmadinejad e l'odio contro gli ebrei  che si scatena nel mondo intero, mentre Israele si ammantava di silenzio, chiudevano i negozi, si fermava il traffico, ci si preparava al digiuno credo che tutti abbiamo fatto lo stesso pensiero "Speriamo che non accada niente".

Mentre Israele pregava e, unico paese al mondo, i bambini correvano in bicicletta o coi pattini per le autostrade , fuori dai nostri confini ma anche vicino a noi si scatenava l'odio.

Da dove incominciare?

Irlanda.

Come ci immaginiamo l'Irlanda? prati verdi, limpidi ruscelli, tante Maureen O'Hara che corrono sui prati saltellando tra i muretti di sassi, questa è l'Irlanda che il cinema ci ha fatto immaginare, nessuno ci aveva detto che in Irlanda vive anche un figuro che fa il l'attore comico, si chiama Tommy Tieman e parla di ebrei usando sempre l'aggettivo fucking.

Questo signore, a un Festival di Dublino ha deliziato tutti dicendo: «Questi f...ing  ebrei, questi bastardi assassini di Cristo, f...ing  sei milioni? Io ne avrei fatti fuori 10 o 12 milioni, nessun f...ing problema, entrate là f...ing jews and leave us  your teeth and your glasses ( lasciateci i vosti denti e i vostri occhiali)».

Non credo che servano commenti, il figuro si commenta da solo.

Ukraina, Babi Yar.

Era stato deciso di costruire un albergo, per i mondiali di calcio del 2012, sul luogo in cui i tedeschi, aiutati diligentemente dai locali, uccisero 33.771 ebrei in due giorni, 29 e 30 settembre del 1941. Dopo le proteste degli ebrei di tutto il mondo la municipalità di Kiev ha accantonato l'idea ma solo l'averla pensata è la dimostrazione del disprezzo verso gli ebrei che alberga nella testa e nel cuore della gente.

A Babi Yar esiste soltanto una Menorah messa dalla Comunità ebraica, né l'URSS prima né l'Ukraina dopo, avevano mai pensato di ricordare la strage.

Probabilmente se il poeta russo Yevgeny Yevtushenko, nel 1961, non avesse scritto un poema sul massacro solo noi ebrei lo avremmo ricordato.

Il poema si intitola Babi Yar e incomincia così: «Non esiste nessun monumento a Babi Yar».

 

Gerusalemme, Israele.

Rivolta sul Monte del Tempio perché loro, i signori palestinesi, non hanno permesso a 15 ebrei, ben quindici, pensate, numero da paura, di entrare a pregare nel luogo più sacro dell'ebraismo dove, secondo chi crede, esiste il Santo dei Santi, l'area più sacra in assoluto.

Nel 2000 l'ANP decise che nessun non musulmano poteva salire sul nostro Monte del Tempio e chi lo fa vive un'esperienza schizofrenica nel vedere la grandezza del luogo e nel pensare alla storia di questo Monte che per 1000 anni fu un tutt'uno col Popolo Ebraico, fino alla distruzione del Secondo Tempio.

Per 2000 anni gli ebrei hanno sognato di ritornarvi e adesso che il Monte fa parte di Israele proprio ad essi è proibito salirvi per pregare, in favore degli occupanti arabi.

Si occupanti, incomiciamo a chiamarli col loro nome perché occupano i nostri luoghi sacri e pretendono di essere considerati autoctoni mentre la maggior parte di loro è arrivata qui meno di 60 anni fa!

Gli arabi se ne sono appropriati come sempre fanno dove riescono ad allungare le mani.

Arabi e arabi palestinesi famosi, tra uno sgozzamento e l'altro, per la loro tolleranza nei confronti delle altre fedi.

Il nostro Monte è tanto grande che potrebbe contenere migliaia di fedeli di ben più di una sola religione, quella islamica naturalmente, se solo loro fossero esseri umani e non bastardi che impediscono a chiunque non sia musulmano di salire, pena la vita.

 

Abbiamo incominciato Kippur con l'amaro in bocca per  il rapporto Goldstone che persino l'ong antiisraeliana B'tselem definisce esagerato, sbilanciato, inadeguato.

Abbiamo incominciato Kippur con un senso di allarme per le minacce iraniane e il giorno dopo Kippur ci ha dato il benvenuto la solita perfida Albione dove un giudice arabo voleva arrestare per crimini di guerra il Ministro della Difesa Barak appena arrivato a Londra.

Siamo arrivati al punto che in Eurabia sono pronti  ad arrestare un ministro israeliano.

Ma roba da matti!

Si spellano le mani per applaudire Ahmadinejad, hanno baciato in bocca Arafat per 40 anni e più ebrei ammazzava più veniva sbaciucchiato ma un Ministro di Israele corre il pericolo di essere arrestato.

Roba da matti.

Sembra di vivere in un incubo eterno, l'incubo viscido e schifoso della gente che odia gli ebrei e in essi Israele.

Di tutto questo, oggi, dobbiamo ringraziare coloro che hanno ereditato l'ideologia nazicomunista che va per la maggiore, questi sono gli arabi e nel particolare i palestinesi che sono talmente potenti nel mondo da riuscire a muovere i governi degli altri paesi come dei burattini.

Chi ha detto che i palestinesi sono stupidi e nullafacenti?

Sono bravissimi, tengono il mondo in mano, hanno convinto tutti di essere un popolo e soprattutto, colpo grosso grossissimo, hanno convinto di essere un popolo vittima degli ebrei.

È questa la formula vincente, quella che il mondo voleva per lavarsi una coscienza un pò sporchina e loro, gli arabi, hanno capito che dopo la  Shoa' potevano ribaltare la situazione, cancellare i sensi di colpa degli europei accusando gli ebrei di ogni bruttura e da quel momento hanno avuto il mondo ai loro piedi.

Ordinano ai governi cosa fare e come comportarsi contro Israele e naturalmente tutti obbediscono con un certo timore, guardandosi alle spalle, controllando sotto la sedia, dietro le porte che, Dio ne guardi, non ci sia qualche kamikaze in erba.

Hanno tanti soldi e tanto potere e io, senza  sembrare cattiva e malfidente, andrei a dare un occhiata al conto in banca di Mister Goldstone, l'ultimo ebreo antisemita della cronaca.

Ho scritto tante volte che odiare Israele paga, diffamare gli ebrei paga e l'essere di sinistra e antisemiti significa assicurarsi il futuro e quello che propri discendenti.

Deborah Fait

Roma: sabato 3 ottobre 2009

di Domenico Maceri

Certi toni non sono giustificati neppure dalla divergenza delle opinioni e dalle contrapposizioni ideologiche e politiche

“Il modo più facile di ottenere i quindici minuti di fama è di essere rude con qualcuno”. Ecco come Barack Obama ha reagito al grido di “tu menti” urlato da Joe Wilson, un parlamentare della Carolina del Sud, durante il suo  recente discorso al Congresso.

L’ex presidente Jimmy Carter ha detto che gli attacchi velenosi all’attuale residente della Casa Bianca sono tinti di razzismo. Obama ha preso le distanze dicendo che le critiche sono dovute alla politica e non al fattore razziale.

Ambedue hanno parzialmente ragione poiché conoscono i problemi razziali sia dal punto di vista politico che personale. Carter era cresciuto durante il periodo delle leggi di discriminazione razziale di Jim Crow. Obama ha subito la discriminazione al livello personale. Nel suo memorabile discorso sulla questione della razza durante l’elezione dell’anno sorso, Obama ha parlato della sua amatissima nonna, una bianca, la quale aveva dimostrato dei comportamenti non privi di razzismo verso gli afroamericani.

La giornalista Maureen Dowd del New York Times ha centrato il bersaglio scrivendo che la frase urlata da Wilson (You lie) era incompleta dato che le mancava la parola “boy” (Tu menti, ragazzo). La frase completa era abbastanza tipica del sud degli Stati Uniti che i padroni usavano con i loro schiavi.

La Dowd ha in un certo senso ragione perché l’accusa non era di dire solo “una bugia” quando il presidente ha spiegato che i clandestini non riceverebbero sussidi governativi per l’assicurazione medica. L’uso del tempo presente suggerisce un’abitudine. Voleva indicare che il presidente è un bugiardo in tutte le situazioni. L’uso del verbo invece del nome è molto più forte e gli dà la qualità di una nerbata.

È possibile che l’autore non intendesse accusare il presidente di essere un mentitore abituale ma l’ascoltatore attento come la Dowd non può ignorare il messaggio ricevuto anche se non intenzionale.

Il figlio dell’urlatore ha, infatti, dichiarato che non c’è “neanche una goccia di razzismo” in suo padre. Avrà ragione.

Ciononostante il parlamentare in questione aveva fatto parte dei Sons of Confederate Veterans e si era battuto per mantenere la bandiera confederata sul Campidoglio della Carolina del Sud. L’urlatore aveva anche etichettato una calunnia il fatto che una donna afroamericana aveva rivelato di essere figlia di Strom Thurmond. Il senatore della Carolina del Sud, come si sa, aveva militato nel Ku Klax Klan, un’organizzazione di stampo spesso terroristico che sosteneva la superiorità della razza bianca.

Ma lasciando da parte il possibile razzismo del parlamentare urlatore rimane il fatto  che almeno una piccola parte degli americani non può digerire l’idea di un afroamericano come presidente.

Data la storia politica del Paese, il Partito Repubblicano ha risentito l’accusa. In una riunione di possibili candidati del GOP per l’elezione del 2012, Gary Bauer, uno degli aspiranti alla nomina, ha dichiarato che i repubblicani devono rifiutare “vigorosamente l’accusa” di razzismo.  Ha ragione. In parte ciò è questione di giustizia ma allo stesso tempo si traduce in buona strategia politica.

Il GOP non ha avuto molto successo ad attrarre elettori afroamericani non importa se il candidato è di pelle bianca o nera. La stragrande maggioranza degli afroamericani vota sempre per il Partito Democratico.

Ma a volte i repubblicani calpestano i propri piedi come hanno fatto nel recente voto di censura all’urlatore nella Camera. Nonostante le scuse chieste da Wilson, accettate dalla Casa Bianca, la Camera dominata dai democratici, ha deciso di censurare il maleducato membro. La maggior parte dei parlamentari repubblicani ha votato contro la censura. Il voto non aveva niente a che fare con la questione di razzismo. Mirava solo a ricordare ai parlamentari che quando il presidente visita la Camera gli si deve il dovuto rispetto, anche se sostiene delle cose non condivise da tutti.

In tutta questa situazione Obama ne è uscito alla meglio perché ha continuato a concentrarsi sulle questioni importanti. Per lui la rabbia dell’urlatore Wilson riflette in grande misura l’insicurezza dei tempi e i dubbi che la gente ha sul ruolo del governo. Dopo i soldi spesi per il salvataggio di Wall Street e gli altri fondi per pagare lo stimolo dell’economia, molti vedono un governo troppo attivo con l’etichetta di socialismo che diviene una realtà.

L’elezione di Obama a presidente dimostra che il Paese ha certamente maturato nella questione dei rapporti fra le razze. Se l’economia si riprenderà nel vicino futuro  e una buona legge sulla sanità verrà approvata, Obama potrà cantare vittoria. Non farebbe piacere a tutti ma toglierebbe la maggior parte delle scuse per gli attacchi dell’opposizione

Domenico Maceri

Roma: mercoledì 30 settembre 2009

di Domenico Maceri

Una radicata cultura liberista, individualista e libertaria impedisce di distinguere la sostanziale differenza tra sociale e socialismo.

Nell’elezione presidenziale del 1972 il candidato democratico George McGovern fu surclassato dal suo avversario repubblicano Richard Nixon. Una delle ragioni principali fu la presa di posizione sulla guerra del Vietnam che McGovern voleva finire immediatamente. Era una buon’idea ma troppo estremista per gli Stati Uniti dell’epoca.

McGovern in un recente articolo pubblicato sul Washington Post propone un’altra buona idea sulla sanità che non verrà messa in pratica nemmeno perché rappresenta anch’essa una posizione estremista per gli americani. Secondo McGovern, il governo dovrebbe aprire il programma del Medicare a tutti gli americani invece di limitarlo solo ai maggiori di sessantacinque anni di età.

In effetti, McGovern creerebbe un sistema sanitario simile a quello canadese e quelli tipici di molti paesi europei. Si tratta di un sistema sanitario in cui il governo diverrebbe responsabile per la sanità di tutti i cittadini.

Il programma del presidente Barack Obama sulla sanità si avvicina un pò all’idea di McGovern in quanto includerebbe un’opzione pubblica di sanità che tutti potrebbero usare oppure continuare a comprare l’assicurazione da aziende private.

Ma persino l’idea moderata di Obama non è stata gradita dato che non pochi l’hanno già etichettata di socialismo. Nel suo recente discorso al Congresso Obama ha accennato ad alcuni programmi governativi come il Social Security ed il Medicare. Ambedue sono stati creati dal governo e nonostante alcuni problemi hanno avuto molto successo. Questi due programmi sono stati realizzati da governi democratici ma con l’appoggio dei repubblicani. Negli ultimi cinquant’anni il Partito Repubblicano ha però cercato di indebolirli. Si è anche creato il mito della loro possibile bancarotta.  Per “salvare” il Social Security, l’ex presidente George Bush aveva cercato di privatizzarlo ma gli americani si sono opposti cogliendo appieno i pericoli di quella strada. Molti piccoli investitori hanno perso una buona parte delle loro pensioni private con il crack di Wall Street.

Quando l’iniziativa privata fallisce, il ruolo del governo è di risolvere i problemi. Lo si è visto l’anno scorso durante la crisi a Wall Street. Il governo dell’ex presidente Bush ha preso misure per salvaguardare l’economia che l’attuale presidente Obama ha continuato. Naturalmente, come dice McGovern nel suo articolo, le compagnie di assicurazione non hanno gridato socialismo quando i cittadini hanno contribuito parecchie centinaia di migliaia di miliardi per impedire il fallimento delle istituzioni finanziarie e le aziende produttrici di automobili.

Il sistema di sanità privato ha anch’esso fallito. Oltre ai 47 milioni di americani senza assicurazione medica gli aumenti stratosferici dei costi sulla sanità sono divenuti una minaccia anche per coloro che hanno l’assicurazione. Negli ultimi dieci anni il costo della sanità è aumentato del 131% comparato all’inflazione del 38%. Una famiglia tipica con assicurazione del datore di lavoro ha dovuto assorbire buona parte di questi aumenti (media di 3.500 dollari annui). Da aggiungere quasi 10.000 dollari contribuiti dai datori di lavoro per una spesa totale di 13.500. Più del doppio di ciò che spendono altri paesi occidentali.

Quando il governo cerca di risolvere i problemi creati dall’iniziativa privata i programmi vengono etichettati di socialismo. Ciò fa paura politicamente. Ecco perché Obama nel suo discorso non ha sottolineato il fatto che il Social Security e il Medicare sono successi del governo.

I candidati politici che vogliono vincere le elezioni non cantano mai le lodi del governo. McGovern naturalmente non è un “buon” politico e si può permettere di dire la verità. Ha fatto la stessa cosa quando nel 1972 perse l’elezione presidenziale. Il vincitore invece, Richard Nixon, si è dovuto dimettere nel 1974 per anticipare l’imminente impeachment causato dallo scandalo del Watergate. Perdere con onore forse è meglio di vincere.

Obama riuscirà a fare approvare un programma di sanità avvicinandosi dunque all’idea di McGovern. Il passo più importante però sarebbe di cominciare a “riabilitare” il concetto positivo del ruolo del governo nella vita dei cittadini.

Non sarà facile dato che per molti anni i repubblicani hanno attaccato tutto ciò che fa il governo. Ronald Reagan ripeteva sempre che “il governo è il problema e non la soluzione”. Si sbagliava.

Quando si tratta di questioni fondamentali come la sanità, l’iniziativa privata è divenuta il problema e la soluzione la può offrire solo l’azione del governo.

Domenico Maceri

Roma: mercoledì 30 settembre 2009

di Deborah Fait

Si è a tal punto perso il senso del reale significato dei concetti da comportarsi in pratica esattamente all'opposto dei valori ai quali si afferma di richiamarsi.

Non capisco perché Barak Hussein Obama si sia messo ad abbaiare contro il mostriciattolo iraniano al quale fino a un mesetto fa si inchinava e quasi gli baciava l'anello!

La situazione è cambiata di colpo e il presidente iraniano ha gettato tutti nel panico parlando di una nuova centrale nucleare vicino alla città santa di Qom!

Fronte comune contro l'Iran, tutti in agitazione, aiuto che paura che paura, Il santo subito Presidente americano giura che ogni opzione verrà presa in considerazione pur di fermare gli ayatollah.

Ma come! Ho ancora nelle orecchie le risate sarcastiche ogni volta che Israele metteva in guardia il mondo contro l'Iran, tutti a prendere in giro, tutti a sghignazzare "sti ebrei vedono nemici dappertutto, persino El Baradei dice che Ahmadinejad non prepara l'atomica ma si limita a giocherellare, sti ebrei ridicoli!!!"

Adesso, dopo che il nanerottolo ha rivelato dal podio dell'ONU che l'Iran sta finendo la sua bombetta nucleare, il mondo sprofonda in un'isteria generale che fa persino ridere, forse qualcuno sarà anche molto arrabbiato con El Baradei che si è intascato fior di milioni per anni per andare a bere il chai alla menta coi vari capi e capetti naziislamici senza mai trovare nemmeno un petardo!

Com'è strano il mondo, fino a ieri Ahmadinejad era non dico amato ma tollerato come possibile amico.

Ahmadinejad, il mostro che vuole spazzare Israele dalla mappa del mondo.

Ahmadinejad che nega l'Olocausto, ospitato come una star alla Columbia University.

Ahmadinejad abbracciato da gentaglia come lui, anche se occidentale e apparentemente democratica.

Ahmadinejad che quando ha parlato all'ONU esponendo le sue solite abominevoli idee, ha fatto andar via solo 12  nazioni. Elenchiamo i nomi perché meritano rispetto: l’Italia, la Francia, la Germania, la Danimarca, l’Ungheria, l’Inghilterra insieme agli Usa, al Canada, all’Argentina, all’Australia, alla Nuova Zelanda, oltre, naturalmente, a Israele.

Tutti gli altri paesi membri sono rimasti ad ascoltarlo, le nazioni arabo islamiche e alcune nazioni europee come l'Austria....beh...e la Svezia....aribeh.....

È tutto molto chiaro.

Bibi Netaniahu nel suo meraviglioso discorso al Palazzo di Vetro ha chiesto a quelli rimasti in sala mentre parlava il malefico: "Non avete vergogna? Non avete la minima decenza?"

No, non ce l'hanno e il comportamento della Svezia ne è la dimostrazione: tutto si accetta per la libertà di parola, anche le menzogne, anche le minacce, anche gli inviti al genocidio degli ebrei, secondo e definitivo.

Brava Svezia! Degna del suo passato e del suo presente.

Quale passato? Eliminazione di migliaia di portatori di handicap, shhhhhhhhhh, non si dice.

Quale presente? L'aver rifiutato di ritirare le menzogne scritte sul giornale Aftonbladet contro Israele, in nome della libertà di stampa.

È strano il mondo, si è strano, molto strano.

Israele viene ghettizzato e demonizzato, boicottato, fatto quotidianamente oggetto di Blood Libel, professori israeliani vengono scacciati da un progetto solare spagnolo perché alcuni di essi provenienti dall'Università; di Ariel, per gli antisemiti spagnoli Ariel è territorio occupato.

A Israele succede di tutto, l'odio più feroce contro di noi.

L'amore più' incondizionato è invece  per i dittatori e più sono feroci più vengono adorati.

È di oggi la notizia che i parenti delle vittime della strage di Lockerbie, credo 270 persone ammazzate dai libici agli ordini del Colonnello terrorista che solo Arafat superava in bruttezza, questi parenti, dicevo, sono andati a omaggiare Gheddafi e lui li ha abbracciati facendo loro le condoglianze.

È stato un incontro molto commovente, dicono i giornali.

Ma un certo senso del ridicolo, no eh?

Un pò di decenza nemmeno?

Ormai l'abominio fa parte del vivere quotidiano, si odia una democrazia, si omaggia un assassino esattamente come facevano quegli europei infami quando andavano a

fare da scudi umani all'altro mostro, Arafat, Arraffa per gli amici.

Il mondo è strano, molto strano e fare terrorismo paga sempre, ce lo dice anche Mister Goldstone.

Deborah Fait

Roma: mercoledì 30 settembre 2009

di Temistocle Sidoti

Se si continua a partecipare alle cosiddetta missioni di pace, bisogna prendere atto che si tratta di una etichetta mistificatoria sulla pelle dei militari. Sono missioni conflittuali e a tale contesto devono venire ripuntualizzate le cosiddette regole di ingaggio.

La strage di 6 soldati italiani in Afganistan  ci pone drammatici interrogativi: continuare a combattere o lasciare il campo di battaglia possibilmente con dignità?

Non è infatti possibile mantenere il nostro contingente in un paese di terroristi spinti all'estremo attraverso i kamikaze, senza avere la possibilità di combattere ad armi pari,esposti al rischio quotidiano di essere uccisi.

Ad oggi, il numero dei soldati italiani sacrificati per la causa afgana è di 20 morti mentre il bilancio dei soldati stranieri caduti è di 1403 vittime.

Volontari si, ben pagati si, ma è assurdo che le condizioni d’ingaggio non autorizzino a rispondere al fuoco o organizzare qualsivoglia rappresaglia.

È una situazione assurda: siamo in piena guerra pericolosa perché subdola ed imprevedibile e dobbiamo comportarci come delle crocerossine!

Vogliamo ricordarci l’atmosfera del dopo l’11 settembre 2001 quando gridavamo “siamo tutti Americani” e quando tanti 'soloni' ci spiegavano perché “dovevamo” andare a Kabul senza sapere a cosa andavamo incontro?

Assurdità della politica: inventarsi prima la “missione di pace” per nascondere i rischi reali, salvo poi svegliarsi e pentirsi ed accorgersi, ipocritamente, che siamo in guerra.

È quindi più doloroso il sacrificio di questi soldati in 'beffarda' missione all’estero per preservare e difendere l’immagine dell'Italia, immagine di che? di un popolo che manda a morire i suoi ragazzi senza manco dargli l'opportunità di difendersi?

Non possiamo abbandonare l’impresa  perché vanificheremmo i sacrifici fatti finora, non possiamo chiedere il ritiro perché non decidiamo da soli ed abbiamo responsabilità ed accordi internazionali.

Dobbiamo infatti tener conto che da ieri l’Italia pullula di superesperti che parlano di “exit strategy”, cioè 'tutti a casa' ma l’uscita, se uscita dovrà esserci, dovrà essere meditata perché non diventi una vergognosa sconfitta.

Temistocle Sidoti

Roma: martedì 29 settembre 2009

Lunedì 10 Maggio 2010 13:16

De profundis per l’Europa

di Franco Salvatore Giuliano

Un'Europa che non riesce ad esistere sacrificata sull'altare dell'intesa tra Stati Uniti d'America e Federazione Russa.

Il discorso che il Presidente Obama ha tenuto in questi giorni all’ONU ha messo un punto fermo alla politica estera seguita, per 80 anni, dai massimi responsabili della politica, dell’industria e degli apparati militari degli Stati Uniti.

L’Europa senza lo scudo missilistico e l’apertura all’Iran è come dire all’Europa: “ora fai da te”.

Questo sarebbe un fatto positivo se esistesse un’Europa, ma l’Europa non c’è.

Ora davvero l’Islam potrà lavare il sangue delle sue scimitarre nelle fontane di San Pietro.

La Russia, a cui è stata data carta bianca, non è in grado di difendere nemmeno se stessa.

L’Italia, tra i distinguo di Fini, il pattume di Repubblica, i veleni dei Santoro, gli sbrachi dei dipietristi, la tossicità di una inesistente Giustizia, un’opposizione il cui unico collante è una bava livorosa, ebbene, questa povera Italia, è già terra di conquista dei peggiori fondamentalismi.

Prima dei missili Iraniani potremo godere delle lapidazioni in piazza, dei tagli delle mani e delle teste, e dei drappi neri che avvolgeranno, come sudari, le nostre donne.

Obama è un pragmatico, “l’America agli americani” è un detto che non ha inventato lui, ma certo ne è lui il miglior interprete.

Quando avremo abbandonato al suo destino l’Afganistan, e questo avverrà molto presto, lo vedremo fondersi con il Pakistan e convogliare, ancora più massicciamente, armi e droga, in quel piccolo loro caposaldo che è il Kossovo, da noi riconosciuto come stato indipendente il 21 febbraio 2008 grazie all’irresponsabilità di quel minus habens di Prodi.

Il Parlamento Europeo è inesistente, mentre la Commissione misura la lunghezza e la curvatura delle zucchine e lascia ai suoi portaborse il compito di bacchettare la nostra eccellente politica estera.

L’ONU assomiglia ogni giorno di più a un grande pollaio il cui necessario becchime viene principalmente fornito dagli Stati Uniti; spero che presto questi si stancheranno di foraggiare un’assemblea autoreferenziale e priva di qualsiasi effettivo potere, se non quello di decidere sanzioni economiche che, molto spesso, sono davvero a pene di veltro.

Ma, tornando all’Europa, speriamo almeno che qualche genio musicale del Rap elabori un De Profundis all’altezza del Requiem mozartiano.

Franco Salvatore Giuliano

Roma: martedì 29 settembre 2009

di Giorgio Prinzi

L'ipocrisia del politicamente corretto non regge più di fronte alla dura evidenza della realtà delle missioni in cui sono impegnati i nostri soldati.

Siamo in guerra e lo siamo ben da prima dell’11 settembre 2001, anche se con l’ipocrisia del politicamente corretto si parla di missioni di pace, di missioni di mantenimento della pace, di missioni di imposizione della pace.

Mi sembra importante riaffermare questi punti fermi, nel momento in cui mi appresto a scrivere sull’attentato di ieri mattina in Afghanistan dove un (sembra che in realtà fossero due) miliziano suicida (non uso la parola terrorista, che non rientra neppure nel linguaggio dei nostri Contingenti in missione all’Estero) si è fatto saltare in aria con un pesante bilancio per i nostri militari (6 morti e 4 feriti gravi) e la popolazione civile afghana che conta allo stato attuale delle notizie 15 morti e 60 feriti.

A leggere il bollettino delle perdite viene da chiedersi se si è trattato di un attentato verso le forze dell’Isaf o contro la popolazione afghana, tanto duramente colpita. Ed è proprio questo il punto di partenza su cui richiamo l’attenzione dell’opinione pubblica, in particolare di quella che rifiuta la violenza sino a farne una scelta di coscienza apodittica e in assoluto.

L’islam nasce come ideologia (religione) di guerra; è la spada lo strumento di “evangelizzazione”, l’infedele non ha alcun diritto neppure quello del rispetto alla sua personale esistenza. L’espansione islamica inizia nel 632, pochi anni dopo la conquista della Mecca, e si estende alla Spagna già a partire dal 711, per venire poi fermata al di la dei Pireni con la Battaglia di Poitiers del 732. La fine dell’occupazione in Spagna si avrà dopo molti secoli, ben oltre il periodo delle crociate, con la caduta di Granada nel 1492.

Nel 1519 gli islamici sono alle porte di Vienna e solo nel 1571, con la vittoria di Lepanto, il pericolo verrà definitivamente allontanato dall’Europa anche per la loro incapacità ad adeguarsi alla modernità, nello specifico in campo militare.

Dopo due secoli di quiescenza in seguito alla vittoria di Lepanto, il risveglio dell’Islam tradizionale e bellicoso riprende ad opera di Muḥammad ibn ‘Abd al-Wahhāb al-Tamīmī al-Najdī che si caratterizza per l’impostazione fondamentalista, a tal punto da vietare il culto dei santi e dei martiri, perché contraddittorio con il principio di un solo dio, e la raffigurazione di immagini, in questo simile agli iconoclasti della tradizione cristiana. Più di recente la confessione si scagliata contro ogni forma di modernità, sia esterna (radio, televisione, musica) che interna (rilettura aggiornata del corano) allo stesso islam.

Il ritorno alle eroiche e pure origine dell’islam costituisce una sorta di ripiegamento interiore che nasce dal forte complesso di inferiorità, dovuto in parte alla sconfitta di Lepanto, ma, soprattutto, alla consapevolezza di una profonda arretratezza in tutti i campi nei confronti dell’Occidente progredito e moderno, per contrappasso dipinto come satanico e corruttore, pertanto non da imitare, ma da combattere e distruggere.

Osama bin Laden, come altri leader, ad esempio negli spezzoni dell’ex Unione Sovietica, protagonisti dell’attuale e più recente “risveglio armato” sono (erano se defunti) wahabiti. Si ricorderà ad esempio l’accanimento iconoclasta dei talebani, che sono un misto di convinzioni confessionali tra cui quella wahabita, contro le due statue giganti del Buddha di Bamiyan, dichiarate patrimonio dell’umanità e distrutte a cannonate.

Altra componente confessionale del mondo islamico che si caratterizza per una forte aggressività contro l’Occidente è quella sciita, che la maggioranza considera eretica e persino peggiore degli stessi infedeli. L’Iran, di confessione sciita, è assurto a stato guida di questa componente islamica, estendendo la sua influenza su hezbollah e alcune componenti della guerriglia palestinese. Questo senso di accerchiamento minoritario all’interno dello stesso islam lo rende ancora più aggressivo e pericoloso. Si trova infatti a battersi su due fronti.

La differenza fondamentale sotto il profilo della conflittualità e, quindi, del contrasto militare a queste due componenti è che quella sunnita/wahabita non ha un vero e proprio stato di riferimento, mentre al contrario quella sciita lo ha nell’Iran di Ahmadinejad. Inoltre per la maggioranza sunnita, di cui i wahabiti sono la confessione estremista ed oltranzista, chiunque si imponga come tale più diventare califfo (capo politico e spirituale) della comunità islamica; al contrario, gli sciiti ritengono che solo un discendente diretto di Maometto potrebbe aspirare a tale titolo, per cui nel mondo sciita prevale l’attesa di un redentore, il mahdi, figura di capo politico, religioso e militare, non dissimile nel carisma a quella del califfo, nella quale cercano di farsi identificare quanti di confessione sciita, come appunto l’attuale Presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad, aspirano a conquistare la supremazia nell’intero mondo islamico. Ecco i suoi atteggiamenti da “giustiziere” (il mahdi che dovrebbe riportare la Giustizia in Terra), in primis contro lo stato di Israele considerato usurpatore, o peggio ad usare il colorito linguaggio del leader sciita. Ha suscitato ironia persino all’interno dello stesso Iran la pretesa di Ahmadinejad di accreditarsi come avvolto da un’aurea divina mentre soggiogava con la sua parola i delegati in una assise internazionale. Risultato: il quotidiano che aveva pubblicato una allusiva vignetta satirica è stato chiuso.

Queste diversità di credenza religiosa e politica (nell’islam vi è integrazione tra i due campi) spiegano il diverso approccio verso l’annientamento dell’Occidente da parte del wahabita Osama bin Laden, che con l’attacco alle Torri Gemelle intendeva mettere in atto un evento eclatante che gli desse un ruolo da protagonista, primo passo verso la conquista del titolo di califfo, da quello della sciita Mahmoud Ahmadinejad, che non può aspirare a proporsi come califfo, ma deve con azioni concrete, quali ad esempio la cancellazione di “Israele dalle carte geografiche”, presentarsi come “il restauratore” della Giustizia in Terra, il mahdi a cui si riconosce nella prospettiva sciita la stessa sottomissione che si ha verso il califfo.

Perché questa lunga disquisizione di “catechismo” islamico? Perché se non si capisce da quali pulsioni siano spinti i maggiori leader antioccidentali islamici e i loro seguaci, non si riesce neppure a concepire quale reale minaccia essi rappresentino e perché l’Occidente si sia mobilitato militarmente, sia pure con l’ipocrisia del politicamente corretto dell’esportazione della democrazia, per combattere una guerra che non è né di tipo classico, né di conflitto tra civilizzazioni, ma più semplicemente è una guerra non convenzionale tra gruppi insorgenti fortemente radicati su una vasta area tribale in particolare tra Afghanistan e Pakistan per quanto riguarda la componente di ispirazione wahabita, e un’azione perora solo di contenimento senza l’uso diretto della forza militare contro l’Iran, stato attualmente sotto una dittatura teocratica sciita, il cui monolitismo e consenso interno fortunatamente (o disgraziatamente?) comincia a venire compromesso. Presumibilmente, comunque, non vi sarà alcuna azione militare fintanto che l’Iran non sarà prossimo al confezionamento del primo ordigno nucleare e/o allo sviluppo di credibili vettori, con cui oggi è però già in grado di colpire Israele sia pure con testate convenzionali. Perora non usa direttamente la forza contro Israele, ma lo fa indirettamente, coadiuvato dalla Siria, come stato sostenitore di miliziani quali Hamas e Hezbollah, in quanto agisce nella logica di uno stato costituito, la cui scomparsa, se non altro come classe dirigente, sarebbe decretata da una sconfitta militare classica sul campo a cui sa di esporsi sferrando un primo colpo diretto. Per questo il nostro Contingente militare schierato in Libano si trova attualmente in una situazione di relativa tranquillità sconosciuta nello scenario afghano. Si tratta di una condizione precaria garantita dalla “elasticità” delle regole di ingaggio. Siamo però seduti su una polveriera, che qualora deflagrasse, ci esporrebbe al rischio di un intervento militare classico di ampio spettro.

Torniamo ora alla realtà afghano/pachistana. L’attacco sferrato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 presenta notevoli analogie, ma anche sostanziali differenze, con l’attacco giapponese del 7 dicembre 1941 a Pearl Harbor. In entrambi i casi l’attaccante ha cercato di infliggere al nemico un colpo da lui ritenuto mortale, destinato a mettere in ginocchio l’Occidente (identificato principalmente con gli Stati Uniti d’America) ritenuto corrotto, flaccido e incapace di una adeguata reazione. In entrambi i casi si è ottenuto l’effetto psicologico opposto, su entrambi i casi è poi fiorita una fantasiosa dietrologia a prendere la quale per buona sembrerebbe che i giapponesi nel 1941 e al Queda nel 2001 fossero delle marionette ai voleri del governo statunitense. C’è chi crede a queste assurdità.

Le differenze, sostanzialmente una sola, sono però abissali. L’attacco di Pearl Harbor ha provocato l’ingresso di una nuova potenza militare in un conflitto tra coalizioni di stati in guerra secondo i canoni classici, che avrebbe avuto termine con l’annientamento del potenziale militare del nemico e/o della sua volontà di combattere, per Germania e Giappone spinta sino al limite del suicidio collettivo.

La parte convenzionale della guerra ad al Queda si invece è esaurita in pochissimo tempo con l’annientamento a Tora Tora, ritenuta inviolabile, dell’esercito di bin Laden, il quale ha corso personalmente il rischio di rimanere ucciso o di venire catturato. Da questo momento però il conflitto ha cambiato connotazione, divenendo una guerra non convenzionale a bassa intensità, in cui una coalizione di stati, tra cui l’Italia, combatte una eterogenea compagine di miliziani su un vasto territorio con ampie sacche da questi controllato, ma con aeree non sotto il loro controllo diretto in cui agiscono mimetizzati tra la popolazione, con senz’altro una rete di complicità, ma anche in dispregio a quanti tra loro non sono disposti al martirio nello “sforzo” contro gli infedeli che, per aggravante, calpestano il “sacro suolo” dell’islam, portando modelli inconcepibili per quella cultura estremista. Basti pensare alla presenza di donne in armi in un paese in cui la donna viene considerata alla stregue di un essere inferiore.

Le azioni dei miliziani, come peraltro previsto e affermato con dichiarazioni pubbliche da parte anche di responsabili ed esperti italiani, si sono intensificate proprio a cavallo di elezioni, forse non regolari come quelle in paesi di consolidata democrazia, ma comunque tali, con il prevalere di un principio fondamentale, da minare alla base la struttura di quel tipo di cultura e di società. Un aspetto sottovalutato nell’analisi dell’attentato di ieri sulla strada dall’aeroporto a Kabul è stato quello che a bordo dei blindati bersaglio dell’attacco avrebbero potuto esserci dei giornalisti, categoria nell’ottica di quella cultura estremista più pericolosa degli stessi militari. Non dimentichiamo la campagna a sostegno della dignità delle donne in Afghanistan, che vede in prima linea la stampa. In questo sito abbiamo, ad esempio, dato risonanza e sostegno alla campagna della collega giornalista Daniela Binello, che con i suoi reportage ha documentato la condizione di vita delle donne afghane, sforzandosi di mobilitare a loro favore l’opinione pubblica italiana.

Possibile che i talebani ci abbiano letto? Direttamente certo no, però la guerriglia dei miliziani è resa possibile per il sostegno ad essi fornito da gruppi presenti in apparati istituzionali di stati islamici, persino di taluni i cui governi sono sinceramente vicini all’Occidente, persino nella volontà ufficiale di combattere l’estremismo in armi. Sono queste reti che forniscono il supporto finanziario, di rifornimenti, in particolare di armamenti, e di competenze in campo militare senza il quale i miliziani non sarebbero in grado di mettere in atto certe loro azioni, compresa quella che ieri ha inflitto gravi perdite al nostro contingente, ma ancora più gravi alla stessa popolazione civile afghana. Un aspetto questo – lo ribadisco –  che non viene messo nel dovuto risalto.

Ecco perché di fronte ad un normale evento luttuoso di guerra, non bisogna cedere alle lusinghe del disimpegno che cominciano inesorabili a levarsi. Non è una questione di prestigio o di interesse economico, vero o presunto che sia. È una questione di logica dei conflitti, dai quali non si può e non si deve uscire che vincitori.

Ritirarsi vorrebbe dire riconoscere una vittoria strategica all’estremismo islamico, che, tornato ad avere il pieno controllo delle sue aree di radicamento, si attrezzerebbe per esportare nel cuore dell’Occidente, Europa ed Italia compresa, la strategia di rivincita su Lepanto. Certo, i servizi di sicurezza occidentali sono efficienti ed in continuo allarme, ma a proteggere le nostre città da attentati tipo Londra e Madrid o da azioni a cui è di frequente fatto bersaglio Israele è stato il dato oggettivo che mentre è pagante colpire con stillicidio di vittime i contingenti in missione all’Estero, in quanto nelle opinioni pubbliche dei singoli paesi impegnati fa in questo modo presa l’idea del disimpegno, non è in questo scenario pagante colpire direttamente le società occidentali perché si innescherebbe un devastante effetto controproducente, compresa una forte ripulsa anti islamica, che comprometterebbe i disegni futuri di queste menti violente, ma finemente strategiche.

Purtroppo l’unica alternativa è sconfiggerli a casa loro. Si tratta di un’impresa non facile e dai tempi lunghi, nella quale bisogna mettere in conto dei pesanti colpi di coda, tra cui attentati sul nostro territorio di Occidente, quando la partita dovesse cominciare inesorabilmente a volgere verso la sconfitta dell’estremismo islamico aggressivo e bellicoso.

Per questo dobbiamo rimare ed essere solidali con i nostri militari impegnati in guerra, sia pure in un conflitto non convenzionale e di più o meno bassa intensità. Per fare questo è urgente, come peraltro di recente richiamato dal ministro per la Difesa Ignazio La Russa, ridefinire il quadro giuridico in cui queste missioni si svolgono, dal momento che è assurdo e controproducente definire queste missioni solo e semplicemente di pace, anche se non sono di guerra in senso tradizionale e convenzionale.

Infine, siccome l’uso della forza non è mai da solo in grado di risolvere le questioni alla radice, bisogna incrementare gli sforzi in campo politico e sociale. Si tratta di una strategia difficile e delicata, perché proprio questo è quello che provoca le più violente reazioni dell’estremismo islamico, che cerca con ogni mezzo di tenere la propria gente lontana da “contagio” della cultura occidentale, anche a costo di mutilare chi, con estremo coraggio, si reca a compiere quello che da noi viene considerato l’esercizio di un elementare diritto civile, quello di scegliere con il proprio voto.

Giorgio Prinzi

Roma: venerdì 18 settembre 2009

Lunedì 10 Maggio 2010 13:14

Troppe lacrime in Israele

di Deborah Fait

Gli eventi e gli uomini sembrano in sintonia nell'essere avversi ad Israele ed al suo popolo.

In Israele si piange troppo e si piange tutti insieme, il dolore di uno è il dolore di tutti, un figlio morto è il figlio di tutti. Un figlio, un ragazzo bello, bravo, brillante è morto e quando la sua bara è stata calata nella terra un singhiozzo ha unito le  migliaia di persone presenti al cimitero per  onorare Assaf , sua madre e i suoi fratelli.

Sarà un tragico Rosh HaShanà per Rona e i suoi tre figli.

Shlomo Artzi è un un musicista molto amato in Israele, è considerato l'icona della musica  ed è il primo musicista che io ho conosciuto nei giorni della mia alià.

I giovani, ancora oggi, impazziscono per lui.

Prima di concludere il suo ultimo concerto, circa una settimana fa, Artzi chiamò accanto a se il figlio Yonatan e insieme hanno cantato la sua più bella canzone "King of the World", Il Re del Mondo, dedicandola a Gilad Shalit, il giovane israeliano da tre anni  e mezzo ostaggio dei maledetti terroristi palestinesi.

Tra il pubblico, con il volto rigato di lacrime, mentre cantava a voce spiegata, c'era Assaf Ramon.

"Assaf,- ha sussurrato Yftah Ramon al funerale del fratello maggiore -, solo alcuni giorni fa  eravamo insieme al concerto di Shlomo Artzi  e la nostra felicità toccava il cielo. Durante tutta la durata dello spettacolo io ho pensato a Papà e a quanto mancava nelle nostre vite. Adesso tu riposi  accanto a lui e io so che voi due, da lassù, ci guardate e ci proteggerete".

L'ultima strofa della canzone dice " Dovunque tu vada, qualsiasi cosa tu voglia diventare, tu sarai sempre per tua madre il re del mondo".

Rona, mamma di Assaf, moglie dell'eroe di Israele, l'astronauta Ilan Ramon, piangendo lacrime senza consolazione, ha detto "Assaf, Io so che Papà ti sta guardando e ti sta abbracciando. Assaf, Tu sei il Re del  Mondo."

Sulle note di questa canzone abbiamo dato  l'ultimo disperato addio ad Assaf, morto dentro il suo F16  A precipitato sulle brulle colline di Hebron, un tragico destino ha unito in morte Assaf a suo padre, l'astronauta morto nel disastro del Columbia,  l'eroe che con un'azione fulminea aveva distrutto nel 1981 il reattore nucleare iracheno. Ilan, prima di morire, aveva commosso tutta Israele quando passandoci sopra la testa coll'astronave aveva salutato il suo paese "piccolo ma bellissimo anche da quassù " e, pur essendo laico, aveva santificato lo shabat stringendo tra le mani la Bibbia e la bandiera di Israele.

Poi lo schianto. Tutti morti.

Assaf, dopo aver assisitito felice al concerto di un suo beniamino, è salito sul suo aereo da guerra per un'esercitazione, era tranquillo e felice, alcune settimane fa aveva ricevuto dalle mani del Presidente Peres il diploma con la Lode.

Poi lo schianto e Assaf ha ritrovato suo Padre, lasciando sua madre e i fratelli nella disperazione. Lasciando Israele tutto attonito e sconvolto.

Troppe lacrime in Israele, lacrime di dolore, lacrime di disperazione ma anche lacrime di rabbia.

Rabbia perchè Gilad Shalit passerà il suo quarto Rosh haShana rinchiuso in qualche prigione sotterranea ostaggio dei palestinesi che hanno già avvisato che non gli sarà consegnato nessun pacco mandato dai suoi genitori.

Parlo di palestinesi senza precisare Hamas o Fatah, senza distinguere tra terroristi e sostenitori perché sono tutti uguali, gentaglia.

Siano maledetti per l'eternità.

Lacrime di rabbia per il Rapporto Goldstone sulla guerra di Gaza, un rapporto di più di 500 pagine in cui Israele viene accusato di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, dove nessuno parla se non  marginalmente degli 8000 missili mandati, in tempo di pace, contro la popolazione civile di Israele, dove non si parla di terroristi ma di gruppi armati.

Rapporto che si è basato totalmente sulle testimonianze dei palestinesi, delle organizzazioni per i diritti umani che te le raccomando, oltre ad avere membri neonazisti, sia di estrazione occidentale che islamica, si è scoperto essere finanziate non solo dall'Europa ma anche dall'Arabia Saudita.

Credibilissimi quindi, questi gruppi, credibili per una sola cosa: il loro odio profondo per Israele.

Il professor Asha Kasher, autore del codice etico dell'IDF, ha dichiarato che questa critica così estrema  è motivata da comune antisemitismo. Un pogrom politico dunque, un pogrom che onora il terrorismo, che incoraggia i terroristi , che, per evitare altri rapporti demonizzanti, potrebbe impedire a Israele di difendersi in futuro dagli attacchi arabi.

Tante, troppe lacrime in Israele.

Deborah Fait

Roma: venerdì 18 settembre 2009

Lunedì 10 Maggio 2010 13:13

Con le stellette scolpite nel cuore

di Maurizio Navarra

Un ricordo per i nostri militari caduti a Kabul da chi è stato militare per un vita e lo è ancora nello spirito.

Proprio non si riesce a comprendere fino in fondo i nostri militari e lo spirito che li anima. Non ci si riesce neppure quando il pericoloso e complesso lavoro che svolgono li fa incontrare con la morte. Scrivere, in queste tristi circostanze, è estremamente rischioso. Si può cadere nella vuota retorica delle grandi parole dette fuori della convinzione sincera, si può cadere in un poco dignitoso piagnisteo dei “poveri figli”, magari del sud, che si sono arruolati soltanto per guadagnare la pagnotta. La sensazione che ho avuto oggi 17 settembre 2009, ascoltando i notiziari che annunciavano l’attentato che ha provocato la morte di sei nostri paracadutisti della Folgore ed il ferimento di altri quattro, è stata la stessa sconcertante sensazione che accompagnava ed accompagna sin dal tempo del terrorismo i bollettini d'informazione che commentano la morte di servitori in armi dello Stato. Non voglio parlare del dettaglio di quanto è accaduto e non desidero fare cronaca. Mi limito a qualche mia riflessione.Ho portato le stellette per una vita intera. Chi mi conosce bene dice che ancora le porto ed ha perfettamente ragione perché quando le stellette sono una professione finiscono per essere tutt’uno con la pelle ed a rimanere impresse indelebilmente. Un tatuaggio scolpito nel cuore. Cerchiamo di capire cosa è successo oggi a Kabul, cerchiamo di capire perché è successo e renderemo un grandissimo, sincero, omaggio a questi nostri militari che vengono mandati, sempre e da sempre, a mettere in gioco la loro vita, tutti i giorni, in una normale routine che è intrisa di pericolo, di costante rischio e che talvolta si colora di sangue. La prima considerazione da fare è che i nostri militari sanno, sin dai primi momenti del loro addestramento, che il loro è un mestiere rischioso, che richiede coraggio non soltanto individuale in quanto un combattente si sente sicuro soltanto se il compagno che gli sta vicino non si lascia vincere dalla paura, dalla disattenzione o dallo sconforto. I nostri militari sanno che in zona di operazione rischiano la pelle e sanno che in terra afgana devono affrontare un nemico subdolo, difficilmente individuabile, che non ti affronta armi in pugno vestendo una uniforme diversa dalla tua. I nostri militari sono ottimi professionisti, apprezzati in tutto il mondo, equipaggiati al meglio per fronteggiare una guerra moderna. C’è di più. Le famiglie dei nostri militari sono consapevoli che il mestiere svolto dal marito, dal figlio, dal fratello, dal fidanzato è un mestiere rischioso ed hanno la fierezza di testimoniarlo.Stabilito questo punto fermo, il resto. Il nostro contingente è in Afganistan non per una gita parrocchiale a distribuire caramelle e pacchi dono e neppure per la volontà del Governo italiano. I nostri soldati sono lì in armi , a combattere una vera e propria guerra contro un nemico non facile da affrontare. Ciò per una Risoluzione dell’ONU provocata dalla provata considerazione che il regime “talebano”, allora al governo, aveva di fatto ridotto in schiavitù la nazione privando i cittadini delle libertà fondamentali e ponendosi come sponda e rifugio del terrorismo internazionale di matrice islamica. La guerra che si combatte è dunque una difficile guerra che deve garantire la libertà di un popolo e la sua capacità ad autodeterminarsi sottraendosi ad un regime di radice tribale e teocratica. Questo nemico ostenta, come spesso accade per le guerre, uno scudo religioso. Si combatte “il grande Satana” occidentale che corrompe il popolo dei fedeli all’Islam; si combattono gli “infedeli” che calpestano il suolo sacro di un territorio islamico. Peccato che se si solleva questo scudo, se si distoglie per un attimo l’attenzione da questo comodo paravento, lo scenario cambia nel profondo. In Afganistan si produce oppio ed hashish e la produzione di queste droghe è nelle avide e capaci mani di realtà tribali. Ovviamente chi coltiva trae da questa attività appena il sostentamento. Il contadino deve mantenere una situazione di latente schiavitù o di rigido servaggio. Nessuno deve migliorare la propria posizione sociale. Nessuno deve arricchire oltre la ristretta cerchia di persone che controlla, ricavandone ricchezza vera, i traffici. Su questo nodo si inserisce il terrorismo internazionale di matrice islamica che riesce a trovare in ciò anche un contenuto religioso in quanto esistono imam che sostengono che coltivare droga destinata ad essere spacciata in occidente è attività meritoria. Questa è la guerra che combattiamo. Questo è il nostro nemico. Non ha senso alcuno sostenere, all’indomani di un attentato, che questa guerra è inutile e non serve a nulla. Chi combattiamo conta proprio su questo effetto quando ci rende bersaglio di un attentato. Chi combattiamo teme che la situazione possa normalizzarsi mettendo in grado un governo afgano liberamente eletto di governare e controllare il Paese. Questa guerra la dobbiamo continuare per difendere gente che ha avuto il coraggio di andare a votare vincendo paure e minacce. E’ per questo motivo che i nostri giovani militari non sono morti invano, che non hanno sacrificato la vita per nulla ed inconsapevolmente. Chi combatte per la libertà lo fa perché crede in questo valore e non sarà mai dimenticato, finché nel mondo ci saranno uomini liberi. Le famiglie che hanno subito il dolore di perdere queste vite belle e preziose non potranno mai essere consolate. Nulla e nessuno potrà mai colmare questo vuoto. Possiamo soltanto dire oggi, in umiltà di fronte ad un fatto così grave, che “il Movimento” è solidale a questo dolore e che non dimenticherà.Maurizio NavarraRoma: venerdì 18 settembre 2009
di Anna Rolli

Dal diario di una recente visita di studio in Israele.

Passeggiando per  Sderot inverosimilmente calma e rilassata, mentre ci dirigiamo nel centro commerciale  dove un localino serve le migliori falafel e il migliore humus della zona, osserviamo i numerosissimi rifugi sparsi per la città, gli shelter di cemento armato dipinti di giallino, raggiungibili di corsa dagli abitanti nei 15 secondi disponibili tra l’allarme e l’esplosione. Ce ne sono davanti alle case e nel bel mezzo di tutti i giardinetti pubblici tra le altalene e gli scivoli dai quali i bambini sono stati addestrati a scendere immediatamente per correre al riparo. Da mesi a Sderot non cadono più le bombe e la gente finalmente ha ripreso a vivere normalmente.

Anche nel kibbutz di Nahal Oz tutti sembrano molto sereni, qui sono proprio sul confine e di secondi a disposizione ne avevano soltanto 10, così ogni famiglia ha costruito il suo piccolo shelter : un cubo di cemento di tre metri per tre sulla facciata di ogni casetta con un minuscola finestrella fornita del vetro antiproiettile più resistente del mondo, quello brevettato e fabbricato dagli ingegneri del kibbutz di Sasa, in Alta Galilea, un kibbutz che (opinione universale) sta diventando ricco vendendolo ovunque. Nello shelter  della famiglia Rahamim  stanotte dormo io, giacchè, da quando c’è la calma, grazie all’imbattibile senso pratico degli israeliani, sono stati trasformati  in graziose camere per gli ospiti.

La guerra iniziata alla fine di dicembre è durata tre settimane, da allora, sulle case, non è caduta una sola bomba. “ Ne sono cadute due o tre nei campi e questo è tutto!” mi dice Deganit Tuvian, la bellissima e fiera segretaria del kibbutz che conosco da tanti anni e aggiunge che, di recente, alcune famiglie hanno addirittura deciso di trasferirsi qui perché il kibbutz è verde e coperto di fiori e come tutti i kibbutz rimane il luogo ideale per crescere i bambini.

Per sette anni tutta la zona ha vissuto sotto i bombardamenti dei terroristi di Hamas, in sette anni sono caduti 11.000 kassam che hanno portato la gente all’esasperazione. Dopo innumerevoli e inutili tentativi di trovare un accordo è stata necessaria una guerra crudele con più di mille morti e migliaia di case distrutte a Gaza per fermarli.

“La guerra è stata terribile, adesso continuano con le minacce ma hanno capito che la nostra pazienza è finita.” mi dice Dany Rahamim dal quale vengo ospitata, un agronomo  che vive qui da più di trenta anni, uno di quelli che si spremono le meningi sempre alla ricerca di una soluzione pacifica. “ Per la popolazione araba è stata molto dura. Noi avevamo evacuato le mamme con tutti i bambini ad Asòrear , un kibbutz del  Nord, e tentavamo di continuare a lavorare nonostante il rumore assordante che  scuoteva le case dalle fondamenta, nonostante i soldati che avevano una base qui e attraversavano  continuamente le nostre terre e ci faceva ammattire ma loro cosa potevano fare?”. Dany aveva amici arabi residenti a Gaza e il giorno del suo matrimonio aveva invitato anche loro, amici irraggiungibili oramai da molti anni e perduti forse per sempre. “ Provo molta pena per i palestinesi che hanno avuto la casa distrutta e ancora di più per quelli che hanno perso familiari e amici ma non avevamo scelta.  Continuavano a bombardarci e nell’ultimo periodo sulle nostre case cadevano  anche 4 o 5 bombe in una giornata. Non potevamo più vivere, non potevamo più lavorare, non sapevamo più cosa fare. Probabilmente con elezioni libere oggi Hamas non vincerebbe. Anche Hezbollah ha perso le elezioni per colpa della guerra. Ovunque la gente vorrebbe  vivere in pace.”

Ma perché non è stato possibile un accordo prima della guerra? Perché con Hamas non è possibile trattare mi dicono tutti, come trovare un accordo con chi non ha altro obiettivo che quello di ucciderti?

Parlo con l’ufficiale di guardia all’uscita del kibbutz, sul confine, a poche centinaia di metri dal valico di Karni, il più importante per il trasporto delle merci a Gaza. Ha gli occhi nerissimi e annoiati ed è di poche parole come  di solito gli ufficiali  “Non credo che ci sarà la pace con gli arabi. Non nel breve periodo. La maggioranza di loro sono poveri ma i dirigenti sono molto molto ricchi grazie agli “ aiuti umanitari” che arrivano dall’Europa. Che interesse hanno a porre fine alla guerra? Fin quando possono continuare a non cambiare e a dipingersi come vittime…”

Intanto Gilad Shalit è ancora nelle loro mani e la Croce Rossa Internazionale non ha mai potuto  verificarne le condizioni di detenzione perché Hamas non rispetta la Convenzione di Ginevra, vale a dire le leggi internazionali che garantiscono i diritti dei prigionieri di guerra.  Gilad è stato rapito, nel giugno  2006,a pochi km da qui in una località che, ironia della sorte,  si chiama Kerem Shalom: il giardino della pace. Era allora un giovane soldato di 19 anni. Dopo interminabili trattative tutto sembra di nuovo fermo mentre noi  ne parliamo riflettendo su come organizzare manifestazioni di solidarietà, in questa sera di shabbat, il giorno che gli ebrei di tutto il mondo dedicano ai valori della pace e della fraternità umana.

Anna Rolli

Roma: venerdì 18 settembre 2009

Chi siamo

Il Movimento d'opinione nasce nel 1998 da un'idea di Temistocle Sidoti e Roberto Fait come...
29 Maggio 2011, 22.26

Convegni

In questa sezione potrete trovare tutte le notizie relative ai convegni realizzati da il Movimento
29 Maggio 2011, 23.32

Documenti

L'area del sito dedicata ai testi, documenti e pubblicazioni riguardanti il Movimento...
29 Maggio 2011, 23.52

Tesseramento

Informazioni utili e modulistica per partecipare attivamente alle iniziative de il Movimento Per...
30 Maggio 2011, 00.02
Testata giornalistica del PLI in attesa di registrazione al
Tribunale di Roma. Le foto presenti sul sito sono state prese da Internet e quindi valutate di pubblico dominio.
Per chiederne la rimozione scrivere alla redazione del sito. Le collaborazioni sono su richiesta della Direzione e,
salvo quando espressamente dichiarato dalla Proprietà, a titolo gratuito.
Testata giornalistica de Il Movimento d'Opinione in attesa di registrazione al Tribunale di Roma. Le foto presenti sul sito sono state prese da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Per chiederne la rimozione scrivere alla redazione del sito. Le collaborazioni sono su richiesta della Direzione e, salvo quando espressamente dichiarato dalla Proprietà, a titolo gratuito.