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Continuiamo a pubblicare gli articoli di Deborah Fait, ebrea italiana già responsabile dei rapporti Italia-Israele. Rappresentano testimonianze vere, tratte da eventi vissuti su campo, talvolta sono grida di dolore strazianti, di gente che soffre. Secondo me, vale la pena leggerle.

 

...Cariche di ...un certo numero di furbacchioni, urlanti Free Gaza.
...Cariche di... nessuna medicina, ne' altri aiuti umanitari, a parte qualche apparecchio acustico, si sono tutti sordi a Gaza...forse perche' qualcuno li ha avvisati che Gazastan riceve tante medicine da Israele da fare mercato nero.
....Cariche di... 5000 palloncini colorati che hanno fatto volare sopra le onde del porto di Gaza cosi' riusciranno a far morire 5000 pesci o uccelli marini che li ingoieranno.
E Greenpeace dov'e'? E il WWF? Come possono permettere che 5000 pezzi di gomma non biodegradabile, finiscano nel Mediterraneo per soffocare flora e fauna marina?
Non basta che il mare di fronte a Gazastan sia avvelenato a causa della mancanza di filtri e ridotto a una fogna a cielo aperto?
Questi tipacci, sinistri in tutti i sensi, che stanno sulle due barche venute a provocare, si aspettavano  una pessima accoglienza da parte di Israele, si aspettavano un successo mediatico che sarebbe stato raggiunto se Israele avesse  impedito loro di avvicinarsi, si aspettavano i giornalisti di tutto il mondo schierati ad aspettarli.
Hanno incominciato a provocare mentre erano ancora in viaggio: "Israele disturba le nostre radio" urlavano.
Poveri inutili idioti, tra essi  la sorella di Tony Blair, anche un povero vecchio ebreo sopravvissuto alla Shoa', una suora di 81 anni, e poi i soliti antisemiti dell'ISM e del movimento americano Free Gaza, furbastri che speravano di essere affondati dalla Marina israeliana per poter poi gridare al mondo che Israele e' cattivo, che fa affogare vecchi ottantenni (probabilmente  portati con questa segreta speranza), che soffoca i poveri palestinesi liberati da hamas, che affonda barche di pacifisti cariche di palloncini di gomma .
I furbacchioni innamorati  degli  assassini di ebrei sono stati presi in giro  da Israele che non li ha semplicemente ignorati.
Saranno neri di rabbia, saranno furibondi: missione fallita miseramente.
Sto ascoltando i Tiggi italiani, nessuno ne ha ancora parlato, guardo la CNN parlano di Pechino...chissa' forse la BBC , da brava emittente antiisraeliana sempre e comunque, dira' qualcosa se non altro in onore della sorella annoiata di Blair.
Hanno scelto un momento sbagliato, la gente e' ancora in vacanza e se ne frega, le Olimpiadi sono piu' importanti degli eroi terroristi, Free Tibet in questo momento e' persino piu' trendy di Free Gaza.
In Tibet la gente muore a causa della violenza cinese, la cultura tibetana  e' stata stuprata, i dimostranti di Pekino sono stati malmenati e arrestati proprio durante i Giochi.

E sti quattro imbecilli vanno a Gaza dove  non muore nessuno se non ammazzato dai gaziani stessi, dove Israele manda aiuti quotidiani,  cosa che nessun altro paese al mondo ha mai fatto col nemico.  
Figura barbina per loro e per Hannyie'.
Al posto loro , per avere una copertura giornalistica decente, tornerei a Cipro a nuoto per andare poi con altre barchette in Georgia a prendersi le cannonate di Putin, in Egitto per essere presi a fucilate dai soldati egiziani, magari in Darfour dove muoiono davvero di fame.
Ma non si vergognano?
Non si vergognano di portare palloncini colorati a Gaza, col solo scopo di provocare Israele, mentre in Darfour muoiono come mosche, mentre in Georgia ci sono 2 milioni di profughi che ancora non sanno dove andare?
Mentre chi scrive Free Tibet in Cina viene sbattuto in galera?
Mentre a Gaza e' prigioniero da due anni e mezzo un ragazzo israeliano che nemmeno la Croce Rossa Internazionale puo' visitare?
No, non si vergognano perche' sono innamorati, sono perdutamente innamorati dei terroristi palestinesi, sono innamorati dell'odio per Israele, sono furbastri che vivacchiano di pubblica carita' come i loro protetti. Si sono fatti dare 300 mila $ per comprare medicine per "salvare" i gaziani e poi hanno comprato palloncini .
Forse credevano di andare a una Festa dell'Unita'. 

Questi pacifisti sono della stessa razza di quelli citati da Giuseppe Giannotti nel suo bel libro "Israele, verita' e pregiudizi":

"...un lettore...scende alla Malpensa dal volo di Catania e si imbatte in un gruppo di "pacifisti" reduci dal medio Oriente che gridano "ebrei ai forni" e altre piacevolezze "pacifiste". Il lettore si indigna e lo dice. E' immediatamente aggredito da una ventina di "amici della pace" che lo sbattono contro un auto, lo prendono a calci e lo coprono di sputi".

Questo fatto, avvenuto nel 2002, periodo in cui Israele era aggredito dal terrorismo piu' disumano e spaventoso cui il mondo avesse mai assistito, non fece grande clamore perche'  gli spacifisti, come li chiamava Piero ostellino,  erano ancora sacri e rispettati.
Era pericoloso dire che non erano altro che degli odiatori di Israele e degli ebrei e chi osava denunciarlo veniva subito tacciato di fascismo, come accadde spesso a chi scrive.
Oggi gli spacifisti delle barchette Free gaza e Liberty saranno a festeggiare tra i loro eroi ...ma domani dovranno ripartire e si dice che per farlo dovranno umiliarsi a chiedere a Israele di lasciarli entrare e andare fino all'aeroporto Ben Gurion....
Lo so che la mia e' una vana speranza, lo so che Israele e' sempre troppo tollerante verso i propri nemici, lo so ma io spero con tutte le mie forze che, se li hanno fatti entrare, non li lascino piu' uscire.
Stiano la' tra i loro eroi o si facciano venire a salvare dagli egiziani.
Cosa c'entra Israele?
Perche' Israele deve sempre aiutare i nemici e i calunniatori e i suoi odiatori?

Il Medio Oriente e' grande!
Arrangiatevi, barcaioli!

Deborah Fait
“Il risultato di questa elezione conferma l’identità di Nashville come una città accogliente ed amichevole”. Ecco come Karl Dean...

 

... sindaco della capitale del Tennessee, ha descritto il recente voto dei suoi concittadini che hanno votato contro il referendum di imporre l’inglese come lingua ufficiale della città.
Nashville si aggiunge allo Stato del Colorado a rifiutare i tentativi di gruppi di destra di imporre l’inglese come lingua ufficiale. In generale questi tipi di referendum a favore dell’inglese vincono facilmente dato che la lingua di Shakespeare domina il Paese nonostante la presenza di altre lingue.
Quando l’inglese perde vuol dire che qualcosa di significativo  sta succedendo. A Nashville gli elettori hanno rifiutato l’idea di schiaffeggiare psicologicamente gli immigrati i quali sanno molto bene che devono imparare l’inglese per avere successo negli Stati Uniti. Questa, infatti, è una delle “scuse” dei promotori dell’inglese come lingua ufficiale. Dicono che vogliono incoraggiare gli immigrati a imparare la lingua dominante del Paese. Inoltre si crede che promovendo l’inglese si risparmiano soldi dato che i governi non devono fornire documenti e servizi in diverse lingue. L’altra ragione per questi tipi di referendum è di cercare di controllare l’immigrazione illegale.
Già ventinove Stati hanno approvato l’inglese come lingua ufficiale ma in nessuno di questi posti l’immigrazione legale o illegale è diminuita. L’unico effetto è di dare una soddisfazione psicologica agli elettori di fare qualcosa contro i clandestini.
A Nashville però gli elettori hanno scelto l’inclusione invece della discriminazione. I cittadini hanno accettato l’idea che le lingue rappresentano un punto positivo e naturalmente i parlanti di queste lingue aiutano anche l’economia della città e in termini più ampli anche dello Stato. Non a caso la Camera del Commercio di Nashville si era opposta al referendum facendo notare che in città vi sono 206 aziende i cui proprietari sono stranieri. Questa attività economica crea 34.000 posti di lavoro. Si stima che queste aziende hanno contribuito notevolmente a non perdere posti di lavoro alla città di Nashville com’è successo invece in quasi tutti gli Stati Uniti ed anche in molti altri Paesi. Ovviamente alcune di queste aziende sono tedesche ma altre giapponesi che operano soprattutto nell’industria automobilistica.
La sconfitta dell’inglese a Nashville non vuol dire che la lingua dominante del Paese sia in pericolo. Sarebbe impossibile integrarsi negli Stati Uniti senza imparare l’inglese. L’indispensabilità di questa lingua si nota anche nel resto del mondo dove l’inglese si è già affermato come la lingua franca. Sfortunatamente gli americani conoscono poco il resto del mondo e credono che la presenza di altre lingue nel territorio nazionale crei problemi. La paura degli americani è che l'incremento degli immigrati, soprattutto gli ispanoparlanti, crei un paese bilingue alla Canada con tutti i "problemi" inerenti del paese al nord degli Stati Uniti. I gruppi che intendono difendere l’inglese vedono il monolinguismo come il mastice che mantiene l'unità del Paese e temono che il bilinguismo sgretoli gli Stati Uniti.
La realtà storica è diversa. Le lingue negli Stati Uniti sono sempre state fonte di energia rappresentata dagli immigranti i quali hanno costruito il Paese. Nonostante l’inglese sia l’indisputata lingua dominante vi sono più di trecento altre lingue parlate negli Stati Uniti. Alcune non hanno che poche centinaia di parlanti ma vi è poi lo spagnolo che conta quasi trenta milioni. Questi individui parlano in gran parte anche l’inglese. La presenza di questo multilinguismo non ha impedito al Paese di progredire e diventare la potenza mondiale. Persino il nuovo presidente americano ha radici globali dato che il padre di Barack Obama era nato nel Kenya.
La sconfitta dei promotori dell’inglese a Nashville è stata risentita soprattutto a livello nazionale dal gruppo ProEnglish che da anni sponsorizza con successo questi tipi di referendum. I cittadini di Nashville però hanno detto di No. Alcuni anni fa la città ha cambiato il suo nomignolo da “Music City U.S.A.” a “Music City”. L’eliminazione di U.S.A. non è stata a caso volendo suggerire che la città non è semplicemente americana ma, infatti, parte del mondo. Il rifiuto dell’inglese come lingua ufficiale riconferma questo concetto di inclusione ed abbraccio non solo agli stranieri residenti a Nashville ma in senso figurato anche al resto del mondo

Domenico Maceri, PhD della Università della California a Santa Barbara, docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria,
“Non si può essere dentro e fuori allo stesso tempo”.  Ecco come il parlamentare di sinistra Dennis Kucinich (democratico, Ohio) ha..
...descritto il piano di Barack Obama sul ritiro graduale delle truppe americane dall’Iraq.
Secondo il discorso del presidente americano davanti a un gruppo di marines in partenza per l’Afghanistan la maggioranza dei soldati americani in Iraq ritornerà a casa entro il mese di agosto del 2010. Un contingente di “forze residue”  di 50mila unità rimarrà però fino al 2011 per assistere e consigliare le forze irachene e proteggere gli interessi americani.
Kucinich non è stato l’unico a dimostrare il suo disappunto per la mancanza del ritiro completo delle truppe. La parlamentare democratica californiana Lynn Woolsey e il senatore democratico del Wisconsin Russ Feingold si sono schierati  anche loro contro il piano di Obama. Altri come il senatore Carl Levin si aspettavano che il numero delle forze residue sarebbe stato molto più basso.
Altri leader democratici hanno accolto il piano di Obama con parole di  cauto elogio. Ma il più forte supporto è venuto dai repubblicani. Il senatore John McCain, il quale aveva considerato irresponsabile il ritiro delle truppe durante la campagna presidenziale, ora vede il progetto come qualcosa che porterà al successo.
McCain riflette in grande misura le vedute del partito repubblicano. Dopo essersi presentati come il partito del “no” per la loro opposizione al pacchetto di stimolo approvato recentemente dal Congresso il Gop ora cerca di lavorare in maniera bipartisan. Obama si trova dunque fra un estremo e l’altro e quindi dà l’impressione di trovarsi al centro politico.
Nonostante il supporto del partito repubblicano al ritiro graduale delle truppe dall’Iraq i repubblicani insistono che Obama dia credito al presidente Bush per la sua implementazione del successo in Iraq mediante l’arcinota “surge”, cioè l’aumento delle truppe americane in Iraq. Ovviamente i repubblicani non riconoscono che  prima di tutto la guerra in Iraq si è dimostrata come innecessaria perché le armi di distruzione massiva, la “scusa” per la guerra, non esistevano. Una volta scoperto che Saddam Hussein aveva detto la verità sulla presenza di armi di distruzione massiva Bush ha cambiato “scusa” dicendo che il dittatore iracheno andava eliminato per le atrocità che aveva commesso. Inoltre Bush aveva iniziato la guerra con un insufficiente numero di soldati ed eventualmente la surge ha corretto il secondo sbaglio.
Dare credito a Bush per il “successo” nella guerra in Iraq sarebbe irresponsabile considerando la morte di tanti innocenti. Obama potrà solamente rimettere le cose a posto nel migliore dei modi correggendo gli errori disastrosi del suo predecessore. Obama dovrà continuare a riconoscere il valoroso sacrificio dei soldati americani senza però dare credito a Bush per la sua sbagliata decisione.
Il primo sbaglio originale dell’inizio della guerra fu il cavallo di battaglia di Obama durante le elezioni primarie democratiche ed anche durante l’elezione generale. Come si sa Obama fu uno dei pochi che si oppose alla guerra fin dall’inizio. Aveva ragione ovviamente.
Una volta eletto presidente Obama deve però correggere gli sbagli di Bush. Il ritiro delle truppe in un certo senso mantiene la sua promessa della campagna elettorale. Si tratta solamente di una questione di tempo sulla quale si potrebbe discutere.
Il governo iracheno, dominato dagli sciiti, crede che il piano di Obama funzionerà. I sunniti invece  si preoccupano perché temono che l’assenza delle truppe americane fornirà campo libero agli sciiti per perseguitare le minoranze etniche. La buona probabilità che il governo iracheno attuale dominato dalla setta sciita rafforzi i suoi legami con gli iraniani, anche loro sciiti, aggrava l’insicurezza dei sunniti.
Spencer Ackerman del Washington Independent ricorda che nel 2003 il generale David Petraeus chiese ad un giornalista che lo accompagnava di dirgli come andrebbe a finire la guerra in Iraq. Ora abbiamo la risposta. Finirà piano, piano. Troppo piano per la sinistra ma forse nel meno peggiore dei modi possibili.
Domenico Maceri

PhD della Università della California a Santa Barbara, docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria, California, USA.
Lunedì 10 Maggio 2010 10:29

Obama il conservatore? di Domenico Maceri

Durante l¹elezione presidenziale dell¹anno scorso Sarah Palin aveva
ingiustamente accusato Barack Obama di essere...
(di Domenico Maceri, San Luis Obispo, CA, USA)
...ultraliberal come dimostravano i suoi rapporti con  Bill Ayers ed altri  'terroristi'.
Ayers aveva fondato l¹organizzazione Weathermen nel 1969 che si opponeva alla Guerra del Vietnam
ed aveva dichiarato guerra contro il governo americano.

Dopo solo pochi mesi di governo il record di Obama riflette la
moderazione che il candidato democratico aveva promesso durante la campagna
elettorale. I suoi programmi finora sono stati attaccati sia dalla destra
che dalla sinistra.

Ovviamente si aspettavano divergenze con il Partito Repubblicano
nonostante la promessa di Obama di lavorare in termini bipartisan. Il Gop
però si è dimostrato fedelissimo alla sua ideologia di opposizione al nuovo
presidente. Il recente pacchetto di stimolo  è stato approvato infatti dalla
Camera dei Rappresentanti senza nessun voto repubblicano. Al Senato la legge
ha avuto quasi la stessa sorte ricevendo solo tre voti favorevoli del Gop.

Nonostante la continua popolarità di Obama anche l¹estrema sinistra
ha cominciato a dimostrare le sue insoddisfazioni con l¹operato di Obama. La
ACLU (American Civil Liberties Union), un gruppo che difende i diritti
civili e le libertà individuali, si è dichiarata contraria al programma di
Obama di mantenere le cosidette ³faith-based initiatives². Queste
associazioni caritatevoli di ispirazione religiosa furono iniziate dall¹ex
presidente George Bush e sono sempre state viste dalla sinistra come
problematiche perché discriminano. Questi gruppi religiosi che ricevono
fondi del governo selezionano il loro personale in base all¹appartenenza
religiosa  e quindi violano leggi federali che vietano la discriminazione
per ragioni di razza o religione. La Casa Bianca attuale ha però ribadito di
essere contraria alla discriminazione ed ha promesso di valutare tutti i
casi per assicurarsi dell¹uguaglianza di opportunità per tutti i cittadini.

La ACLU è anche preoccupata per il fatto che il dipartimento di
giustizia di Obama ha deciso di continuare il concetto di ³segreto di stato²
dell¹amministrazione di Bush per non rivelare informazioni importanti alla
sicurezza anche se ciò può violare diritti civili. La sinistra vede questo
meccanismo come un attacco particolare ai diritti dei detenuti di Guantanamo
i quali non sono stati accusati formalmente. Ciononostante Obama ha già
fatto delle mosse per chiudere Guantanamo.

La ricerca sulle cellule staminali ha anche causato dei grattacapi
alla sinistra. Obama aveva promesso di ripristinare i finanziamenti alla
ricerca sulle cellule staminali embrionali che Bush aveva vietato. Le ultime
dichiarazioni hanno fatto capire però che Obama non farà uso del suo potere
esecutivo per cambiare la rotta di Bush sul soggetto ma lascerà il compito
al Congresso. Ciò vuol dire che invece di risolvere la questione
immediatamente ci vorrà tempo e forse non vi sarà nessun cambiamento.

I sindacati  non sono nemmeno completamente soddisfatti
dall¹operato di Obama. Il nuovo residente della Casa Bianca non ha mostrato
molto entusiasmo per la campagna di spingere verso limiti di importazione
per incoraggiare la salute delle ditte americane. In ciò si aiuterebbero i
lavoratori americani dato che la prosperità delle aziende nazionali si
traduce anche in posti di lavoro per gli americani. Obama ha invece indicato
che il protezionismo non aiuterebbe a risolvere la crisi economica che non
si limita agli Stati Uniti ma coinvolge il resto del mondo.

L¹entusiasmo generato dall¹elezione del primo afroamericano alla
Casa Bianca non riuscirà a soddisfare tutti completamente. Dopotutto Obama
non ha la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi che si sono
accumulati negli  ultimi otto anni di governo repubblicano. La sinistra avrà
sempre qualcosa da ridire sull¹operato di Obama anche perché il nuovo
presidente vorrebbe governare in maniera bipartisan. In parte ciò è dovuto
alla realpolitik. Obama si rende conto che una politica intelligente cerca
di includere anche l¹opposizione. Sfortunatamente per lui il Partito
Repubblicano si è dimostrato finora riluttante a cooperare.

Ma la ragione principale per la quale la sinistra ultraliberale non
sarà mai totalmente soddisfatta da Obama è che lui si trova politicamente
lontano da loro. In un¹intervista al New York Times Bill Ayers ha detto che
i suoi contatti con Obama sono sempre stati casuali e che Obama sta
governando come moderato. Ha ragione.
Domenico Maceri
Roma, 24 Febbraio 2009
Sono le pari opportunità una delle priorità di Barack Obama, che oggi ha firmato la sua prima legge come presidente americano, approvando un provvedimento che mira a...


...facilitare azioni legali da parte delle persone discriminate sul lavoro. La legge, intitolata a Lily Ledbetter, una manager della Goodyear che aveva scoperto di essere stata pagata per vent'anni meno dei suoi colleghi maschi, estende di fatto il periodo in cui è possibile fare ricorso contro discriminazioni salariali. La donna si era rivolta al tribunale, ma nel 2007 la Corte Suprema ha stabilito che non aveva diritto al risarcimento perchè aveva presentato ricorso ben oltre i 180 giorni stabiliti dalla legge.
"Ho firmato questa legge per le mie figlie e per chi verrà dopo di noi", ha detto Obama alla cerimonia della firma nella East room della Casa Bianca: "la parità salariale non è solo una questione economica per milioni di americani e le loro famiglie, è una questione di chi siamo. E se viviamo veramente secondo i nostri ideali". Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha poi sottolieato che "tutte le persone sono create uguali" e per questo "meritano di ricevere pari opportunità".

da Libero-news.it
L’inaugurazione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti ha suscitato alcune polemiche  per la scelta di due pastori i quali hanno...
...offerto preghiere durante le cerimonie. Da una parte c’è Rick Warren, pastore evangelico conservatore della California, e dall’altra il reverendo Joseph Lowery, considerato il decano dei diritti civili. In effetti, Obama ha scelto due pastori che riflettono il suo spirito bipartisan.
La stessa strategia è emersa con il piano di stimolo economico approvato recentemente dalla Camera degli Stati Uniti che in grande misura riflette le vedute di Obama. Il pacchetto include carote sia per la destra che per la sinistra.

Il costo del programma si aggira su 825 miliardi di dollari ed include sgravi fiscali ma allo stesso tempo spese per l’infrastruttura che dovrebbero creare nuovi posti di lavoro. I tagli alle tasse dovrebbero fare sorridere i repubblicani mentre il resto consiste di investimenti considerati  solidi per una ripresa economica.

I tagli fiscali sono stati ridotti al di sotto del 40% del totale originale. Individui il cui reddito è inferiore a 75.000 dollari annui riceverebbero assegni di circa 500 dollari. Per le famiglie con reddito inferiore a 150.000 la cifra sarebbe di 1.000 dollari. Piccole aziende avrebbero anche benefici fiscali. La maggior parte del piano, 550 miliardi, verrebbe usato per investimenti in strade, energia, benefici per i disoccupati ma anche in forma di sussidi agli stati.

Non c’è dubbio che gli sgravi fiscali avrebbero un impatto limitato sull’economia dato che sono già stati provati dal presidente George Bush alcuni mesi fa. Quindi si crede che la loro inclusione sia poco più che un modo per “comprare” il supporto dei repubblicani.
La parte che molti economisti credono utile è concentrata sulle altre spese. Tutti sappiamo che l’infrastruttura americana ha bisogno di aggiornamenti. Sono cose che bisogna fare.  Si creeranno posti di lavoro ma allo stesso aiuteranno al rinnovamento strutturale del Paese. Un investimento quindi necessario nonostante l’aumento del deficit nazionale.
Il piano però ha critici sia dalla destra che dalla sinistra. Le voci stridenti di alcuni repubblicani hanno già gridato la loro preoccupazione per il deficit astronomico che le nuove spese spingerebbero a cifre stratosferiche.

Dall’altro lato Paul Krugman del New York Times ha detto che la cifra dedicata agli investimenti non è sufficiente per affrontare la crisi. Inoltre Krugman, recente vincitore del Premio Nobel per l’Economia,  ha affermato che gli sgravi fiscali non avranno effetti positivi.
Obama non ha rifiutato le idee di nessuno ed ha dichiarato che sarebbe disposto ad aumentare  le spese se ciò dovesse essere necessario. Ma il nuovo presidente ha insistito che bisogna fare qualcosa perché la situazione è critica.
Da buon politico Obama capisce che per governare bisogna creare armonia e stabilire rapporti anche con coloro che hanno idee diverse. Ecco some si spiega in parte l’inclusione di ex “nemici” nel suo gabinetto. Obama non ha paura di usare il talento di ex avversari come riflette in particolar modo la nomina di Hillary Clinton a segretario di stato.

Allo stesso tempo Obama riconosce che i repubblicani hanno un ruolo negli Stati Uniti. Nonostante la maggioranza democratica sia alla Camera che al Senato Obama capisce che il GOP potrebbe silurare i suoi progetti. Ovviamente non tutti i membri del partito di opposizione appoggeranno la politica del nuovo residente della Casa Bianca. Ma se una buona parte di loro non gli metterà il bastone fra le ruote allora sarà più facile governare. Ciò è valido non solo in questo periodo di luna di miele ma persino nel futuro  anche se il prezzo richiesto sarà di raggiungere compromessi.

L’approccio politico di Obama riflette una moderazione che ricorda l’amministrazione di Bill Clinton. Non a caso Obama ha scelto un numero notevole di clintoniani per il suo gabinetto. Clinton però non era riuscito a sviluppare un rapporto con i repubblicani. Obama ha capito che per il massimo successo bisogna neutralizzare l’opposizione e sforzarsi per conquistare l’energia degli avversari onde mettere in atto i programmi che porteranno benefici significativi al Paese ed al mondo.


*Domenico Maceri
San Luis Obispo, CA, USA
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PhD Università Santa Barbara California
docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria
California, USA.

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo una interessante testimonianza del giornalista Domenico Maceri, che illustra...
...l'attuale realtà della crisi automobilistica americana,c he potrebbe quanto prima interessare l'Europa e l'Italia.
____________

“Non siamo riusciti a tagliare il traguardo”. Ecco come Harry Reid il leader della maggioranza al Senato americano ha spiegato il fallito tentativo di  salvataggio dell’industria automobilistica. I senatori repubblicani, malgrado la loro minoranza, sono stati capaci di bloccare la proposta già approvata dalla Camera dei Rappresentanti la quale aveva anche il supporto del presidente George Bush.

Il piano di salvataggio avrebbe dato 14 miliardi  a General Motors, Ford e Chrysler, i tre colossi di Detroit, onde evitare la loro bancarotta. Dei tre sembra che Ford sia nella miglior posizione di mantenersi a galla nel vicinissimo futuro.

Il programma non è andato in porto perché in grande misura i senatori repubblicani volevano colpire il sindacato, la United Auto Workers. Per i senatori del GOP i membri del sindacato guadagnano troppo. Le altre ditte automobilistiche straniere che operano negli Stati Uniti si trovano in una condizione superiore perché non devono fare i conti con sindacati e i loro lavoratori guadagnano di meno.

Un’analisi superficiale rivela però che gli stipendi dei lavoratori dei tre colossi di Detroit sono solamente un po’ più alti di quelli delle ditte straniere con fabbriche negli Stati Uniti.  Ciò si deve al fatto del costo di pagare i benefici dei lavoratori già in pensione. I lavoratori di Toyota, Nissan e Honda negli Stati Uniti sono stati assunti più recentemente  e non hanno tanti pensionati.  I loro costi sono dunque inferiori. In alcuni casi i lavoratori delle ditte straniere hanno infatti guadagnato di più mediante i bonus di profit-sharing. C’è poi il fatto che il costo  del lavoro nella produzione di  un’automobile è solo il 10% del totale. Il 90% delle spese è dovuto alla ricerca e sviluppo, parti, pubblicità, marketing e costi di management.

Tutto ciò non interessa i senatori repubblicani che hanno bocciato il piano di salvataggio. Infatti, la maggioranza dei senatori contrari a mantenere in piedi l’industria automobilistica americana rappresentano cittadini del sud. Questa è la zona dove le ditte automobilistiche straniere hanno la stragrande maggioranza delle loro  fabbriche. In effetti, l’opposizione dei repubblicani al salvataggio aiuta le ditte straniere e continua la filosofia conservatrice dell’outsourcing dei lavori.

Il piano di salvataggio ovviamente avrebbe anche aiutato la classe dirigente delle ditte le quali sono in grande misura responsabili per  avere fatto scelte sbagliate. La loro enfasi sulle macchine grosse si è rivelata un grave errore ed ecco perché le ditte straniere sono riuscite a conquistarsi un maggior numero di clienti ed ingrandire la loro fetta di mercato. Ciononostante punire le ditte vuol dire anche colpire i lavoratori i quali non hanno fatto altro che fare il loro dovere.

Dopo il salvataggio di Wall Street che ha beneficiato in grande misura le grosse ditte di colletti bianchi, approvato in metodo bipartisan, si credeva che anche le ditte automobilistiche avrebbero ricevuto un sostegno. Ciò forse avverrà ancora dato che il presidente Bush ha l’opzione di usare parte dei 700 miliardi di dollari stanziati per  Wall Street e di indirizzare una piccola parte verso i costruttori di automobili.

Salvare le ditte automobilistiche è qualcosa che si sta facendo anche in Europa, vedi la Svezia e la Gran Bretagna. Altri Paesi come la Germania e l’Italia  avranno difficoltà a tirarsi indietro. Gli effetti della bancarotta dei tre colossi di Detroit sarebbero disastrosi non solo per i manager ed i lavoratori. Allo stesso tempo avrebbero un effetto negativo su milioni di persone che direttamente o indirettamente dipendono dalla produzione di veicoli. Inoltre si tratterebbe di un altro duro colpo alla recessione ed aumenterebbe l’insicurezza nazionale ma anche quella internazionale.

Gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere totalmente tutte le ditte che producono. La sicurezza nazionale richiede che il Paese produca  e non solo importi prodotti fatti all’estero. Durante le seconda guerra mondiale il governo americano chiese alle ditte automobilistiche di smetterla di costruire macchine e cominciare a costruire carri armati. Fu fatto. Aiutò notevolmente alla vittoria.

I senatori repubblicani sempre parlano di patriottismo ma il loro voto di opposizione al salvataggio di Detroit fa sentire l’odore di tradimento.

Domenico Maceri

PhD della Università della California a
Santa Barbara, è docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria,
California, USA, ha pubblicato su International Herald Tribune, Los Angeles
Times, Washington Times, San Francisco Chronicle,  Montreal Gazette, Japan
Times, La Opinión, Korea Times...
Lunedì 10 Maggio 2010 10:25

Obama: lettera al direttore

Caro Direttore, quante volte, quando eravamo piccoli, le nostre mamme, quando commettevamo qualche biricchinata, ci dicevano " attento che arriva l'omo nero "...

...Ebbene, dopo tanti anni, e tante battaglie condotte nell'ultimo quarantennio, gli Stati Uniti, famosi per la loro grande democrazia, che consente a tutti di arrivare in Cielo, finalmente è arrivato " l'omo nero ".
Costui, che risponde al nome di Barak Obama, è stato eletto Presidente degli Usa di parte democratica, battendo il competitore Repubblicano con un buon margine di voti.
Complimenti ed auguri a Obama.
Ora veniamo ai Nostri del PD e dintorni.
L'elezione di Obama ha scatenato entusiastici commenti, facendo intendere che.
- Obama cambierà la storia del mondo ( ce lo auguriamo tutti , se in meglio)
- Obama è l'espressione della sinistra mondiale ( meno male, ne aveva bisogno )
- Obama è nostro amico perchè pensa come noi ( tutto da dimostrare )
e chi ne ha più ne metta.
Bene, gradirei dire qualcosa di miko in proposito, da uomo della strada, mediamente colto, mediamente interessato alle vicende politiche, molto interessato alle vicende economiche.
Secondo il mio parere Obama, se vogliamo sarà anche di sinistra, cambierà il mondo, sarà amico di tutti, ecc. ecc, ma rimane sempre un " AMERICANO " dalla testa ai piedi, il che vuol dire che:
- Prima di tutto farà gli interessi degli americani ( mi sembra logico e giusto )
- In politica estera poco si discosterà da quella di Bush, primo perchè l'impegno assunto precedentemente lo ha trovato d'accordo, secondo perchè lasciare le varie campagne anti terrorismo vorrebbe dire una ritirata ingloriosa, perggiore di quella Russa sul fronte Afgano, e gli Usa, dopo il Vietnam, non hanno voglia di perdere ulteriormente la faccia in politica estera.
Poi perchè, anche Obama sa bene, che un paese Asiatico di prima grandezza, la CINA, vanta crediti nell'ordine di 1.600 miliardi di dollari ( attinto da un articolo de L'Espresso di alcune settimane addietro ), e che se questo credito fosse portato all'incasso, provocherebbe uno sconquasso peggiore di quello bancario di recente e attuale memoria.
Sembra che ha intenzione di mantenere lo scudo spaziale e l'alleanza con la Georgia, quindi anche con l'orso russo sarà difficile il rapporto ( però qui cambiamenti di rotta sono possibili, gli unici che si arrabbierebbero sarebbero gli europei, ma questi, per gli AMERICANI come Obama, come del resto Bush, contano ben poco, almeno finchè non saranna una forza politica vera ( chissà quando ).
Sicuramente farà belle cose in politica interna. Migliorerà l'assistenza sanitaria, diminuirà le tasse per coloro che guadagname meno di 250.000 dollari ( attenzione duecentocinquantamila, non 30.000 € come vorrebbero i nostri Pidiellini, che considerano ricco chi guardagna oltre 36.000 € lordi/anno). Cercherà di porre in essere azioni di protezionismo per la produzione USA ( in questo caso è veramente di sinistra come Tremonti )
In quanto ad essere amico di tutti, mi sembra giusto. E amico di tutti e di nessuno se non per raggiungere gli obiettivi prefissati, come dimostra la storia di questo grande popolo AMERICANO..
La storia è piena di fatti che dimostrano che il popolo americano pone in essere provvedimenti, di natura economica e non, soltanto se funzionali ai propri interessi. In caso contrartio se ne sta bello tranzuillo a casa sua, disinteressandosi di quello che avviene altrove.
Una ultima cosa.
Lo slogan PD è I CARE,  quello di Obama è WE CARE, qui sta tutta la differenza con i Pidiellini di casa nostra.
NOI e non IO caro UOLTER.
Ennio Mosci
Lunedì 10 Maggio 2010 10:24

Lettera a Stelio Venceslai

Caro Direttore desidero proporre alcune osservazioni a quanto scritto recentemente da Stelio Venceslai...
...Per quanto concerne "le incognite dell’energia":

  1. Putin. Al di la delle schermaglie da “gioco diplomatico” fra Putin e Berlusconi rimane il fatto che non solo l’Italia, ma la UE tutta non è ancor riuscita compiutamente a dotarsi di una politica degli approvvigionamenti energetici che la svincoli dall’eccessivo duopolio Russia-Algeria. E’ sperabile che ulteriori iniziative in tal senso  portino ad una situazione di minore rischio-prezzi per noi tutti. Paradossalmente la crisi economica, figlia della crisi finanziaria, ha portato ad un prezzo del barile al di sotto  dei 40 USD, con positivi riflessi anche su quello del gas, ad esso agganciato. Come si può notare la volatilità dei prezzi di gas e petrolio non è tanto collegata a fattori di domanda 8che non è scesa corrispondentemente), ma ai mutati scenari economico-politici. In tal senso il ricorso all’uranio è da privilegiare forse più per il nullo o modestissimo impatto ambientale che come generatore di minore domanda di combustibili fossili (leggi minore dipendenza>minore impatto sui prezzi).
  2. Obama non è una incognita in quanto ha già deliberatamente indicato che l’energia è uno dei settori nei quali gli USA dovranno investire per la creazione dei nuovi posti di lavoro e soprattutto perché ha proposto una politica energetica più attenta al risparmio e più decisa ad utilizzare le ingenti risorse fossili interne al paese. Ciò non implica, naturalmente, che potrà disfarsi di “seguire” la situazione in M .O. ed in Arabia Saudita in particolare nel più breve tempo possibile.
  3. Infine il disgelo polare non mi sembra una argomento che possa costituire una incognita con pesanti ricadute a brevissimo, superiori alla grana della crisi in atto. Certamente la geopolitica condiziona le ideologie, ma non penso che il disgelo possa oggi considerarsi una causa in tal senso.

Per quanto invece attiene a "Figaro qua e Figaro là":
devo dare atto che  Venceslai ha toccato un argomento scottante da tanto tempo che di sicuro qualcuno dovrebbe essersi scottato molto forte….ma non pare sia così.
Comincio col prendere spunto dalla sottile ironia contenuta nell’ondivaghezza dell’articolo (Figaro qua e là..).
In realtà in tema di concorrenza ci si scorna quando si tratta di regolarizzare od autorizzare fusioni, acquisizioni, aiuti di stato, all’interno di uno stato o di una serie di stati (UE) nei quali esiste una ben precisa norma antitrust. Ma il caso vuole che quando gli stati devono farsi concorrenza fra loro per sostenere le proprie produzioni, facciano orecchio da mercante. Il caso degli aiuti di 15 miliardi di USD alle aziende automobilistiche USA scottante, ma non sembra repentina la risposta né del nostro paese (meglio dire della UE), né del Giappone, ecc. In tali casi la teoria dei giochi dice che vince chi muove per primo (USA in tal caso). C’è poi una seconda importante osservazione. Se tutti i governi dei paesi principali produttori di auto, il risultato sarebbe una fortissima elisione degli effetti di sostegno sperati/previsti, quindi con un forte aggravio per i governi per ottenere ben poco.
Ma  l'intervento mi solletica un’altra osservazione questa volta diretta proprio al nostro governo. E’ possibile che non si riesca a strutturare una politica della concorrenza che impatti direttamente sui canali distributivi? In Italia l’aumento anomalo delprezzo di due beni primari (pane e pasta) potrebbe essere fortemente ricondotto a più accettabili misure se solo si intervenisse contro lo strapotere monopolitico delle multinazionali corporations (molto spesso di origine USA) e contro l’oligopolio dei centri di acquisto rappresentato dalla grande distribuzione, che determinano il prezzo.
Io credo che no ci vorrebbe molto a sviluppare una politica dei farmers shops che consenta ai nostri agricoltori di ritornare a coltivare le tante terre abbandonate utilizzando sementi autoctone - che a loro volta generano sementi da semina - ed a consorziarsi anche e soprattutto per la gestione della distribuzione delle derrate agricole, sia ortofrutta che grano, che mais per biodiesel….. Con evidenti benefici sul prezzo che pagheremmo, non solo per pane e pasta…
Anche se per ciò che concerne il biodiesel va specificato che si deve trattare di produzioni aggiuntive e non di sostituzioni di coltivazioni destinate ad uso alimentare.

Massimo Ortolani
Maurizio Navarra ha scovato per “il Movimento” un testo di grande interesse anche se riferito a fatti ormai lontani nel tempo e che, nonostante la sua lunghezza, pubblichiamo integralmente in fondo all’articolo.

 

Da una email di Giorgio Prinzi, giornalista ed osservatore sempre molto attento alle vicende italiane in tema di terrorismo, apprendo che su “L’Opinione” del 7 ottobre 2008 è riportata un’intervista, rilasciata da Francesco Cossiga a Menachem Gantz, che è stata pubblicata dal quotidiano israeliano Yediot Ahnoroth il 3 ottobre scorso. Il documento, di grande interesse anche se riferito a fatti oramai lontani nel tempo, riguarda un accordo di “diplomazia parallela” del quale Cossiga ammette l’esistenza. L’accordo sarebbe una sorta di “patto di non aggressione” stretto, negli anni caldi del terrorismo, tra il Governo italiano e l’OLP di Yasser Arafat.

 

Un lungo articolo. Una dettagliata esposizione che dovrebbe rivelare molto su un doloroso segmento di storia italiana e, di fatto, non rivela nulla di nuovo. Non è un mistero per nessuno, tanto meno dovrebbe essere un mistero per persone “addette ai lavori” ed attente alle vicende relative alla sicurezza del nostro Paese. Una parte politica italiana che non si identificava in uno schieramento, ma che comprendeva elementi di diversi partiti ha per un bel periodo “strizzato l’occhio” ai palestinesi fingendo di non vedere cose che accadevano sul nostro territorio. Non è mancato perfino qualche episodio non in linea con queste decisioni ben identificabile ad esempio come quello occorso nel novembre 1979 a Daniele Pifano arrestato mentre trasportava in Italia due missili terra - aria, o ad esempio come il dirottamento di un aereo Alitalia nel settembre 1979 ad opera di terroristi libanesi. Memoria corta da parte di qualcuno?
Bah! Certamente va aggiunto a questi ricordi un tassello che osservo essere mancante. Nell’episodio dell’attentato alla Sinagoga di Roma, la Comunità ebraica a Roma non fu abbandonata. La nostra Intelligence lavorò attivamente per tentare di dare nomi e volti agli attentatori i quali non furono arrestati in Italia soltanto perché avevano lasciato il nostro Paese.

Ovviamente la domanda non la può porre l’intervistatore. Sarebbe da chiedere però a Cossiga se quell’accordo che è chiamato in modo pessimo ed inappropriato “lodo Moro” ha o meno portato benefici al nostro Paese. Sarebbe bene, ancora, che qualcuno rammenti i fatti non con l’inutile senno di poi, ma provando al contrario ad esaminare la situazione di quegli anni per quel che era veramente. Nei confronti del fenomeno terroristico, va detto ad esempio, ciascuno dei Paesi europei  ha scelto una “sua” strada ed un “suo” modo per combatterlo guardando più ai risultati contingenti che alla forma.
Tra i Paesi europei comprendo, ovviamente, anche Israele che ha scelto ad esempio una modalità tutta “sua” per vendicare l’episodio di Monaco. Ripassando la storia di quegli anni, si direbbe anzi che il nostro Paese è stato uno dei più corretti, sotto il punto di vista della legalità dei mezzi. Rimettere tutto in discussione oggi senza riportarsi al clima di emergenza e di allarme di allora è esercizio inutile, forse fuorviante.

Maurizio Navarra



Il testo acquisito è così presentato:

“Il Presidente del Consiglio avrebbe firmato l'accordo segreto, i servizi segreti avrebbero obbedito tacitamente, e gli ebrei sono stati uccisi in attentati terroristici. La vergognosa storia dell'Italia. Vi abbiamo venduti. Lo chiamavano "L'Accordo Moro", e la formula era semplice: l'Italia non si intromette negli affari dei palestinesi, che in cambio non toccano obiettivi italiani. Tuttavia, ora si scopre che gli ebrei erano esclusi dall'equazione. In un'intervista speciale, l'ex Presidente Francesco Cossiga rivela come le Autorità di Roma avrebbero collaborato con le organizzazioni terroristiche negli Anni Ottanta, ed ammonisce: "Oggi c'è un accordo analogo con Hizbullah in Libano". Di Menachem Gantz””
L’intervista:
“”In casa di Francesco Cossiga, nel cuore del quartiere Prati di Roma, sventolano – l'una accanto all'altra – tre bandiere eleganti: quella dell'Italia, quella della Regione Sardegna e quella di Israele. Non sempre l'ex Presidente della Repubblica italiana – uno dei politici più noti e di buona fama del Bel Paese – era un tale amante di Sion. Una volta, negli Anni Cinquanta, fu lui ad inaugurare l'Associazione d'amicizia Italia- Palestina. Poi, quando era Presidente del Senato, ha persino dato, nel suo Gabinetto, asilo ad Arafat quando era stato emesso un mandato di cattura nei suoi confronti.
Ma oggi, a ottant'anni, Cossiga ama Israele. Questo è forse il motivo per il quale accetta quasi immediatamente, senza condizioni, di concedere un'intervista ad un giornale israeliano. Questo è forse anche il motivo per cui è disposto ad aprire, con raro candore, un vaso di Pandora tra i più stupefacenti e orripilanti dell'Italia, [che egli ha conosciuto] nei lunghi anni di servizio pubblico. Sarà forse l'imbarazzo, la volontà di riparare al male causato dall'accordo in cui l'Italia avrebbe di fatto permesso di sottrarre la vita di qualsiasi ebreo in quanto tale – sarà forse questo che lo porta ad aprire la storia per intero.
Tutto è cominciato lo scorso agosto, quando la maggior parte degli italiani inondava le spiagge per le vacanze estive. In un'intervista al Corriere della Sera, Bassam Abu Sharif, considerato il ministro degli esteri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina negli Anni Settanta e Ottanta, ha svelato che in quegli anni i Governi di Roma permettevano ad organizzazioni terroristiche palestinesi di agire liberamente in territorio italiano, in cambio [di un impegno] a non colpire obiettivi nazionali in Italia e nel mondo. L'accordo, secondo Abu Sharif, era stato denominato "L'Accordo Moro", riprendendo il nome di Aldo Moro, ex Presidente del Consiglio assassinato nel 1978, che ne era il responsabile.
Cossiga si è affrettato [in agosto] a confermare le asserzioni di Abu Sharif. "Ho sempre saputo – benché non sulla base di documenti o informazioni ufficiali, sempre tenuti celati nei miei confronti – dell'esistenza di un accordo sulla base della formula "tu non mi colpisci, io non ti colpisco" tra lo Stato italiano ed organizzazione come l'OLP ed il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina", ha ammesso in un articolo pubblicato dal Corriere.
Ma quella pubblicazione aveva lasciato dei buchi, degli interrogativi troppo grandi. Se l'Italia aveva ottenuto l'immunità dal terrorismo palestinese, come mai ebbero luogo nel Paese attentati sanguinosi contro obiettivi ebraici? Se c'era un accordo, come mai vi erano stati uccisi ebrei innocenti?
Ora Cossiga rivela tutta la verità. “In cambio di una “mano libera” in Italia”, ammette in un'intervista speciale, “i palestinesi hanno assicurato la sicurezza del nostro Stato e [l’immunità] di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici – fin tanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d’Israele”. In altre parole: gli italiani non si toccano, ma se sono ebrei – questo è già un altro paio di maniche.
"Per evitare problemi, l'Italia assumeva una linea di condotta [che le permetteva] di non essere disturbata o infastidita", spiega Cossiga, "Poiché gli arabi erano in grado di disturbare l'Italia più degli americani, l'Italia si arrese ai primi. Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L'Italia ha un accordo con Hizbullah per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmamento, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente".
Cossiga ammette di essere rimasto sorpreso per l'indifferenza con cui venne accolta in Italia la sua rivelazione. "Ero convinto che la notizia pubblicata in agosto avrebbe risvegliato i media, che magistrati avrebbero cominciato ad indagare, che sarebbero cominciate interrogazioni ai coinvolti. Invece c'è stato il silenzio assoluto. A quanto pare, nessuno se ne interessa qui. Lei è l'unico ad avermi interpellato in materia".
Tuttavia, scavare nella profondità di questo dossier potrebbe rivelare agli italiani molto sul loro regime e sulla sua condotta. E pare non ci possa essere persona più qualificata, esperta ed informata dei dettagli di questo ambiente che Cossiga. Ha ricoperto innumerevoli cariche: Direttore Generale del Ministero della Difesa, Ministro dell'Interno, Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica. Le riforme che portò a termine nei servizi segreti italiani gli hanno guadagnato il soprannome "Spy Master". Oggi non ha più un ruolo ufficiale, a parte quello di Senatore a Vita, ma le telefonate di Ministri ed alti ufficiali della Polizia, che interrompono continuamente l'intervista, dimostrano che la sua posizione è inalienabile. Cossiga continua a muovere i fili.
I rapporti complessi con il meccanismo del terrorismo palestinese, li ha conosciuti per la prima volta alla sua nomina a Ministro dell'Interno nel 1976. "Già allora mi fecero sapere che gli uomini dell'OLP tenevano armi nei propri appartamenti ed erano protetti da immunità diplomatica", rammenta, "Mi dissero di non preoccuparmi, ma io riuscii a convincerli a rinunciare all'artiglieria pesante ed accontentarsi di armi leggere".
Più tardi, quando era Presidente del Consiglio nel 1979-1980, gli divenne sempre più evidente il fatto che esistesse un accordo chiaro tra le parti. "Durante il mio mandato, una pattuglia della polizia aveva fermato un camion nei pressi di Orte per un consueto controllo", racconta, "I poliziotti rimasero sbigottiti nel trovare un missile terra-aria, che aveva raggiunto il territorio italiano per mare". Nel giro di alcuni giorni, racconta Cossiga, una sua fonte personale all'interno del SISMI – lui lo chiama "gola profonda" – passò al segretario del governo informazioni in base alle quali il missile andava restituito ai palestinesi. "In un telegramma arrivato da Beirut era scritto che secondo l'accordo, il missile non era destinato ad un attentato in Italia, e a me fu chiesto di restituirlo e liberare gli arrestati".
Cossiga stesso, va sottolineato, non era stato mai ufficialmente informato dell'esistenza di questo telegramma. Se non fosse stato per la sua fonte nel SISMI, non sarebbe stato consapevole di tutta questa storia. "Alle dieci di notte telefonai al capo del SISMI e lo rimproverai, "Mi stai nascondendo delle informazioni. Perché non mi hai informato del telegramma indirizzato a me?". Ma egli, a quanto pare, era partecipe dell'accordo con i palestinesi".
Il Presidente del Consiglio cominciò a sospettare che dietro all'evento di poca importanza si celasse qualcosa di più grande. "Col tempo cominciai a chiedermi che cosa potesse essere questo accordo di cui si parlava nel telegramma", racconta. "Tutti i miei tentativi di indagare presso i Servizi e presso diplomatici si sono sempre imbattuti in un silenzio tuonante. Fatto sta che Aldo Moro era un mito nell'ambito dei Servizi Segreti. Sin dalla fondazione della Repubblica fino ai miei tempi al Quirinale ho conosciuto tre politici che sapevano utilizzare i Servizi Segreti: il fondatore, io, e Aldo Moro. La gente gli giurava fedeltà, e continuava anche dopo finito l'incarico".
Ma le vere prove dell'esistenza de "L'Accordo Moro", e soprattutto i suoi raccapriccianti dettagli, si potevano trovare solo nella realtà. Ventisei anni sono passati dall'attentato al ghetto ebraico di Roma, ma la ferita è ancora aperta. Era il 9 ottobre 1982. La prima Guerra del Libano era in corso, e la comunità ebraica era esposta ad un'ondata di odio senza precedenti. "Sentivamo l'atmosfera", racconta uno dei vertici della comunità di quei giorni, "sentivamo che qualcosa di terribile si stava avvicinando".
Quel giorno, poco prima di mezzogiorno, un commando di sei terroristi si scagliò contro la sinagoga, sparando e lanciando bombe a mano sui fedeli che avevano appena finito la preghiera. Decine di persone furono ferite. Stefano Tache', un bambino di due anni, rimase ucciso per mano dei terroristi.
Dichiarazioni ufficiali di condanna da parte dei politici al vertice furono subito rilasciate, ma gli ebrei di Roma non ne rimasero convinti. La sensazione di abbandono era grave: quel mattino, all'improvviso, sparirono senza spiegazione le due volanti della polizia che durante le feste ebraiche fornivano protezione all'ingresso della sinagoga. Anche dopo l'attentato è continuato l'atteggiamento strano. A tutt'oggi non sono stati pubblicati i nomi dei terroristi. Con il passare degli anni, prende sempre più piede l'ipotesi che anche attivisti dalla Germania ed elementi delle Brigate Rosse avessero sposato la causa di assassinare ebrei, ma a Roma non c'è stato a tutt'oggi un governo che abbia ritenuto necessario portare i colpevoli in corte.
"Io non avevo un ruolo ufficiale in quell'epoca", chiarisce Cossiga, che allora aveva terminato l'incarico di Presidente del Consiglio e ancora non era stato nominato Presidente del Senato. "Ricordo di essere arrivato per primo sul luogo dell'attentato. Ho visto la pozza di sangue del bambino di due anni".
Solo uno degli attentatori fu catturato, e nemmeno dagli italiani. Avvenne un mese dopo l'attentato, quando Abd El Osama A-Zumaher fu arrestato in Grecia con esplosivi nella sua macchina. I greci lo liberarono dopo sei anni, ed egli scappò in Libia. Le Autorità italiane non ne chiesero l'estradizione. "Oggi", ammette Cossiga, "non si può più scoprire tutta la verità su quanto accaduto lì. L'Italia non chiederà mai la sua estradizione, ed i libici non lo consegneranno".
Cossiga sa perfettamente il significato delle cose che sta rivelando qui, ne conosce la gravità. Né cerca di giustificare coloro che presero le decisioni. Tuttavia, anche oggi torna a spiegare la logica di questo pensiero: l'Italia non si immischia in quanto non la concerne. A prova di ciò, presenta l'altra parte. "L'azione del Mossad contro gli assassini degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 è passata anche per Roma", dice. Come noto, Adel Wahid Zuaitar, il simbolo della furbizia dell'organizzazione del Settembre Nero, fu ucciso a Roma. "Crede che l'Italia non potesse, a suo tempo, arrestare i due agenti che lo fecero fuori? Un giorno, mentre rientrava in casa, due giovani lo picchiarono all'ingresso e lo fecero fuori con due pistole munite di silenziatore. Crede che gli italiani non sapessero chi fossero? È ovvio che lo sapevano, ma in questioni del genere è meglio non mettere le mani, ed è questa la linea che guidava il comportamento dell'Italia".
Lei paragona l'eliminazione di un terrorista all'assassinio di un bambino di due anni all'uscita della sinagoga?  
"No, assolutamente no. Se avessi saputo che le volanti della polizia erano state istruite ad andarsene quella mattina, nell'ambito di quell'accordo di cui mi hanno sempre negato l'esistenza, forse tutto sarebbe andato diversamente". La colpa, tuttavia, la attribuisce solo ed esclusivamente ad Aldo Moro.
Tuttavia, basta un ulteriore singolo sguardo sull'Italia degli ultimi trent'anni per scoprire che l'influenza dell'Accordo Moro non è finita lì. Nel dicembre 1985, quando Cossiga era già Presidente della Repubblica, avvenne l'attentato sanguinoso al banco della El Al all'aeroporto di Fiumicino. Fu un attacco combinato, a Roma e a Vienna, a firma delle unità di Abu Nidal, in cui morirono 17 persone, di cui 10 in Italia. Le Autorità di Roma, superfluo anche dirlo, non si sono considerate parte in causa.
Come si concilia l'attentato all'aeroporto con l'accordo di non colpire obiettivi italiani? "Non furono colpiti obiettivi italiani", spiega Cossiga, "fu la compagnia aerea israeliana ad essere attaccata nell'aeroporto".
Ma il territorio era italiano.
"I morti furono tutti israeliani, ebrei ed americani, non italiani. Gli scambi di fuoco non hanno incluso i nostri uomini, solo i palestinesi e gli addetti alla sicurezza di El Al e dello Shabak [servizi di sicurezza interna israeliani – Ndt].
Cossiga sa perfettamente il significato di ciò. Dal punto di vista dell'Italia, in fondo, l'attentato non era affatto una cosa che la riguardava. Fin tanto che non sono stati uccisi italiani non ebrei, tutto bene. "Non ho mai visto le carte, ma credo di sì. Così funzionavano le cose", ammette. Il capo del SISMI a quei tempi, Fulvio Martini, ammette in un libro che ha scritto che era stato ricevuto un vero e proprio avvertimento dell'attentato. "Qualcosa non ha funzionato con le forze della sicurezza italiane, che sapevano a priori dell'attacco", spiega.
Cossiga tiene a che si sappia che egli non era stato coinvolto personalmente nell'accordo. "Quando ero Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica non ne sapevo niente", insiste fermamente, "me lo tenevano nascosto. Io soltanto speculavo che un tale accordo esistesse, per via di quel telegramma da Beirut, ma tutti stavano zitti. Bassem Abu Sharif ha detto che l'Accordo Moro fu firmato a Roma e a Beirut e che gli italiani erano rappresentati dal capo dei servizi segreti dell'Italia che era in servizio in Libano, ma io non ne sapevo niente".
Tuttavia, Cossiga mostra un certo bisogno, forse incontrollabile, di difendere quell'Italia che avrebbe firmato l'accordo. Quella politica, egli spiega, era comune anche in altri Paesi. "La Germania ha liberato il commando dei terroristi che uccisero gli atleti a Monaco di Baviera, e anche la Francia si è comportata analogamente. Questa era la politica europea. Tranne gli inglesi, ovviamente. I palestinesi sapevano quel che facevano. Non ho mai incontrato un capo di un'organizzazione terroristica che fosse stupido. Arafat non era stupido.
Cossiga, per inciso, non è solo. Dopo la rivelazione del Corriere della Sera, il famoso magistrato Rosario Priore – responsabile in quegli anni dell'indagine di misteri come il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro e l'attentato contro Papa Giovanni Paolo II – ne ha ammesso i dettagli. "L'Accordo Moro è esistito per anni", ha dichiarato, "l'OLP aveva in territorio italiano uomini, basi ed armi. Anche fazioni autonome come quelle di Abu Abbas, il Consiglio della Rivoluzione e il Fronte di George Habash. Era stata una decisione politica fredda, che aveva come scopo l'immunità della nostra gente e dei nostri interessi in territorio italiano, in cambio [dell'accettazione] dell'immagazzinamento e del trasporto di esplosivi e di commandi terroristici che dovevano operare altrove".
Ebbene sì, anche l'uomo che oggi è membro della Corte di Cassazione di Roma, non ha incluso gli ebrei della città nella definizione "immunità della nostra gente".
L'elenco non termina qui. L'Accordo Moro, si scopre, ha avuto un'influenza decisiva sulla vita – e sulla morte – di molti.
Anche le circostanze del sequestro della nave italiana Achille Lauro rivelano un legame tra l'Amministrazione di Roma e le organizzazioni terroristiche, e anche questa volta – che sorpresa! – gli obiettivi erano ebraici.
Il 7 ottobre 1985, mentre la nave era in viaggio da Alessandria d'Egitto a Port Said, l'hanno sequestrata quattro terroristi armati del Fronte per la Liberazione della Palestina di Ahmad Jibril. I sequestratori, entrati in azione prima del previsto poiché erano stati smascherati da un membro dell'equipaggio, hanno minacciato di uccidere ostaggi se non fossero stati liberati 50 prigionieri palestinesi che erano incarcerati in Israele. Si sono diretti verso la Siria, ma questa non ne ha permesso l'ingresso nelle sue acque territoriali.
La vittima di quel sequestro fu Leon Klinghoffer, un passeggero ebreo americano, paralitico in sedia a rotelle. I sequestratori non ebbero pietà di lui: gli spararono e poi lo gettarono in mare ancora vivo, con la sedia a rotelle. La nave ritornò in Egitto, e dopo due giorni di trattative i sequestratori acconsentirono a lasciarla. Furono trasferiti verso la Tunisia su un aereo civile egiziano, che fu però intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare nella base NATO in Sicilia.
Questo evento è indelebilmente impresso nella memoria collettiva italiana. Forze italiane dei carabinieri da una parte, incursori delta americani dall'altra, in mezzo l'aereo con i sequestratori a bordo, e tutti che si minacciano a vicenda con le armi cariche, mentre si attende che i politici trovino una formula per uscire dalla crisi. L'evento è rimasto impresso nella coscienza italiana come un simbolo dell'indipendenza dell'Italia e dell'immobilità dell'allora Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, di fronte agli americani.
Solo che ora Cossiga rivela che il motivo della fermezza di Craxi era ben altro. Spiega che Craxi ha scelto di riservare ad Arafat un atteggiamento ruffiano. "C'era stato un accordo chiaro tra l'Italia e Arafat, secondo cui la nave sarebbe stata liberata dal commando terroristico in cambio della libertà di Abu Abbas, e così fu", svela.
I sequestratori furono arrestati dalle forze della polizia italiana ed all'aereo fu permesso di continuare il viaggio malgrado la richiesta americana di fermarlo – poiché tra i passeggeri liberi c'era anche l'uomo che era alla guida dei sequestratori, Abu Abbas. I quattro sequestratori furono processati in Italia e trovati colpevoli. Abu Abbas, invece, fu liberato.
La spiegazione ufficiale di Craxi e del governo italiano fu che le asserzioni degli americani sul coinvolgimento diretto di Abu Abbas nel sequestro erano arrivate troppo tardi, solo dopo il suo decollo dall'Italia in direzione della Jugoslavia. Cossiga, comunque, chiarisce che non fu proprio così. "Non è assolutamente andata così", dice, "tutto era parte dell'accordo con Arafat. Fu lui a convincere Abu Abbas, malgrado non facesse parte dell'OLP, di liberare la nave al Cairo, in cambio della sua libertà e di una promessa di incolumità. La posizione italiana, secondo cui questo lo si venne a sapere solo dopo la sua liberazione, è una frottola. Lo abbiamo liberato dopo".
C'è chi asserisce che egli sia rimasto a Roma alcune ore ed abbia persino incontrato alcune personalità.
"Io non ne so niente. Ero Presidente della Repubblica e a me dissero che era rimasto tutto il tempo all'interno dell'aeroporto. Le ricordo che tutta l'area era circondata da agenti della CIA".
Questo episodio, va sottolineato, è lungi dallo sparire dalla coscienza pubblica italiana. Proprio in questi giorni, la corte a Roma sta per discutere la domanda di uno dei sequestratori, Abdel Atif Ibrahim, liberato dopo vent'anni in carcere, di rimanere in Italia. "Gli permetteranno di rimanere qui, non c'è dubbio", afferma Cossiga, "ma la decisione, in definitiva, sarà politica, ed il Ministro dell'Interno dovrà decidere".
Se Lei fosse oggi Ministro dell'Interno e dipendesse da Lei, gli permetterebbe di restare?
"Io lo metterei su un velivolo militare diretto in Libano, atterrerei lì con la scusa di portare un diplomatico, spegnerei i motori, aprirei la porta, lo butterei sulla pista e decollerei di ritorno".
Nonostante oggi Cossiga tenga molto a presentarsi come un fermo oppositore del terrorismo palestinese, c'è ancora chi non dimentica la sua posizione favorevole ad Arafat quando contro questi era stato emesso un mandato di cattura in Italia. Anche da questa faccenda, le Autorità e i meccanismi della legalità in Italia non escono – come dire – brillantemente. "Arafat", spiega Cossiga, "era arrivato in Italia per il funerale del leader della sinistra italiana, Segretario Generale del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, che era mio cugino. Fino ad oggi c'è molta gente che non crede affatto che fossimo imparentati. All'arrivo di Arafat qui, lo attendeva un mandato di cattura del tutto folle emesso da un giudice italiano.
"A me chiesero di riceverlo a Palazzo Giustiniani, in qualità di Presidente del Senato, e permettergli di riposarsi. Stiamo parlando, Le ricordo, del 1984. Arafat partecipò al funerale e a tutta la cerimonia, alla quale era presente anche il Vice Segretario Generale del Partito Comunista di Mosca. Venne da me accompagnato dai Servizi Segreti italiani e dalle sue guardie del corpo. Contemporaneamente, una forza di polizia era partita alla sua ricerca per ordine di un giudice. Lei crede [veramente] che non sapessero dove si trovasse?"
Comunque sia, oggi Francesco Cossiga si identifica orgogliosamente come amico prossimo dello Stato di Israele ed entusiasta sostenitore degli Stati Uniti. Questo, forse, è il motivo per cui si permette ora di dire cose del tutto in ortodosse  riguardo alla condotta degli scaglioni che contano.
E se a qualcuno potesse sembrare che quei giorni bui siano spariti, il quadro che dipinge Cossiga è allarmante: l'Italia, egli crede, attua oggi un accordo analogo con Hizbullah. Le forze di UNIFIL sarebbero invitate a circolare liberamente nel sud del Libano, senza temere per la propria incolumità, in cambio di un occhio chiuso e della possibilità di riarmarsi data a Hizbullah. "L'Accordo Moro non mi fu mai esposto in maniera chiara, ne ho solo ipotizzato l'esistenza. Nel caso di Hizbullah posso affermare con certezza che esiste un accordo tra le parti", dice Cossiga con certezza, "Se verranno ad interrogarmi, deporrò davanti ai giudici che trattasi di segreti dello Stato, e io non sono tenuto a rivelare le mie fonti".
Cossiga ha dichiarato che intende sottoporre un'interrogazione al Governo riguardo all'esistenza di un tale accordo segreto, atto a proteggere il contingente italiano in Libano. Come noto, durante gli Anni Ottanta, le forze americane e francesi in Libano hanno subito gravi perdite, mentre nessun attentato è stato compiuto contro la forza italiana.
Il giudice Priore – di nuovo lui – ha osato addirittura portare le ipotesi di Cossiga un passo in avanti. "È possibile", ha dichiarato ad un'agenzia stampa italiana, "che esista oggi persino un accordo tra l'Italia e Al Qaida od un'altra organizzazione fondamentalista".
La maggior parte degli italiani sono rimasti, come ho detto prima, sorprendentemente indifferenti di fronte alla rivelazione. Ma prevedibilmente, la comunità ebraica ne è rimasta scossa. Reagendo alle nuove rivelazioni esposte su queste pagine, il Presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, fa appello al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di aprire un'indagine approfondita.
"È ovvio che non possiamo andare indietro nel tempo, e non si può cancellare questa vergognosa storia dell'Italia", ha detto a Yediot Aharonot, "ma bisogna esporre gli irresponsabili che hanno offerto gli ebrei d'Italia in sacrificio, trattandoli come stranieri, come immigrati di passaggio. Più di ogni altra cosa, esigiamo risolutamente la piena sicurezza per gli ebrei d'Italia e per le loro istituzioni".
È molto dubbio se Berlusconi darà ascolto ed inizierà l'intensa indagine che esige la comunità ebraica. È vero che il Presidente del Consiglio italiano ha modificato l'atteggiamento del suo Paese nei confronti di Israele, ma si possono ancora riconoscere incrinature nella comprensione che gli ebrei d'Italia sono parte radicale della vita italiana. Più di una volta, rivolgendosi agli ebrei, egli ha detto "il vostro governo" – intendendo il Governo dello Stato d'Israele, e non quello italiano. La buona volontà forse c'è, ma la strada è ancora lunga per assicurare che la storia non si ripeta.”””

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