Il Foglio del 24 settembre 2010 ha pubblicato un articolo che appare immediatamente di grande interesse per Il Movimento d'Opinione che ha organizzato recentemente un Convegno sul tema della Giustizia. Sarebbe istruttivo per tutti conoscere cosa pensano di questi fatti di cronaca giudiziaria i nostri lettori ed i nostri esperti pur nella certezza che, ovviamente, quanti operano nella giustizia possono sbagliare.
Redazione
"""Il clamoroso processo contro Vittorio Emanuele di Savoia e altri cinque imputati di associazione per delinquere, corruzione e falso ideologico, messo in piedi dal PM di Potenza Henry John Woodcock, è finito con un’assoluzione generale, “perché il fatto non sussiste”. Non è il primo procedimento avviato con clamore da questo procuratore che si dimostra alla fine basato solo su pregiudizi. Gli imputati hanno subìto oltre al processo penale, che alla fine ha reso loro giustizia, anche quello mediatico, che non è andato tanto per il sottile. Nessuno li risarcirà del danno patito e Woodcock continuerà indisturbato a produrre accuse. Che le precedenti fossero improbabili e comunque non provate, non fa differenza.
Un altro processo, quello ai dirigenti del porto di Genova, è finito più o meno allo stesso modo. L’ex presidente dell’autorità portuale, Giovanni Novi, è stato assolto da dodici imputazioni e condannato solo a una multa per la tredicesima, mentre molti coimputati sono stati prosciolti, sempre con la motivazione più ampia: “Il fatto non sussiste”. Giovanni Novi era stato arrestato in presenza della moglie, cardiopatica, che pochi giorni dopo è morta. Il PM Walter Cotugno, che aveva richiesto gli arresti, ha poi dileggiato la difesa definendo in una memoria “umoristiche” le sue tesi. Per una Volta però l’impunità non coprirà tutto: il procuratore generale Luciano Di Noto ha chiesto chiarimenti: “Se esiste l’ipotesi che il processo si sia svolto in maniera non corretta è nostro dovere intervenire”. Meglio tardi che mai.""""
Riceviamo e Pubblichiamo. Il giudizio su Arafat e su come abbia interpretato il suo ruolo politico è oramai affidato alla Storia. Alla nostra Storia contemporanea che non vede purtroppo ancora completato il percorso di pace di due popoli che molto hanno sofferto e che hanno subito lutti infiniti e dolorosi. Noi siamo per la pacificazione di una terra che da tutte e tre le Religioni monoteiste è definita "terra santa", vogliamo sperare che la vicenda israelo/palestinese, iscritta come precedenza sull'agenda politica del Presidente Obama, si concluda con una pace che porterebbe finalmente distensione in uno scacchiere strategico di importanza primaria.
Deborah Fait
Gentile Sindaco Alemanno,
Ho appena letto che una scuola del quartiere San Lorenzo di Roma ha esposto un targa commemorativa per Yasser Arafat. Sono rimasta scandalizzata ma non stupita conoscendo la venerazione che molti italiani hanno ancora da chi considero il peggior terrorista del 1900, morto nel 2004.
Ricordo che molti anni fa andai a parlare in un liceo di Trento e il preside mi accolse con questa frase "Non si permetta di criticare Arafat che per me e' un eroe".
Chi era, a mia opinione, Arafat. Un assassino, un fanatico, un furbo che aveva capito subito quale era il tallone d'Achille degli italiani e degli europei: l'odio per gli ebrei e lui conquistò l'Europa intera, il mondo occidentale intero (perché gli altri arabi lo hanno sempre odiato) piagnucolando, mistificando la storia, negando il diritto degli ebrei sulla loro Terra, negando persino l'esistenza del grande Tempio degli ebrei a Gerusalemme.
Piagnucolava in inglese la parola Pace e in arabo ordinava la morte.
Arafat, signor Sindaco, grazie al Lodo Moro ebbe facoltà di far scorazzare per l'Italia i suoi scagnozzi armati di missili; Arafat si guardò bene di mantenere le promesse fatte a Moro, mal ripagò l'indulgenza dell'Italia nei suoi confronti e la sconvolse col terrorismo.
Signor Sindaco Alemanno, Il 27 dicembre del 1985 un gravissimo attentato a Fiumicino fece 16 morti, italiani signor Sindaco.
Nello stesso giorno, stessa ora ecco un altro attentato a Vienna, due morti.
Nel 1985 Arafat, l'uomo cui viene dedicata una targa, ordino piu' di 600 attentati, e navi cariche di armi tentarono di arrivare sulle coste israeliane per ammazzare ebrei.
Arafat, il santo, il premio nobel della vergogna, fece catturare e ammazzare, le mani legate dietro la schiena quattro turisti israeliani a Cipro: un colpo alla nuca e via. Gli esecutori? La "Forza 17" dell'OLP al cui comando negli anni 2000 fu quell'altro santo tanto amato dagli italiani, Marwan Barghouti, in galera in Israele per i suoi delitti , chiamato Nelson Mandela dai suoi ammiratori che lo vogliono libero e presidente della Palestina.
Un criminale, un assassino, un barbaro.
Barghouti ordinò a Forza 17 la fucilazione di due ragazzi di Tel Aviv, fermatisi in una trattoria per un piatto di hummus, li trascinarono fuori, contro il muro , un colpo in fronte e via. Così e anche molto peggio hanno agito i palestinesi di Arafat, signor sindaco.
E una scuola italiana gli dedica una targa?
Non divaghiamo, vediamo gli altri attentati di quel sant'uomo in Europa, i maggiori e piu' crudeli perche' elencarli tutti e' impossibile.
Vorrei ricordarle l'Achille Lauro, signor sindaco: passeggeri sequestrati, un ebreo paralitico ammazzato a freddo e a bruciapelo e scaraventato in mare sulla sedia a rotelle. I terroristi furono arrestati ma l'aereo che li trasportava atterrò a Sigonella e a quel punto le Autorità italiane rifiutarono di consegnare agli americani i terroristi che partirono indenni per essere naturalmente accolti come eroi dai palestinesi e acclamati dagli italiani.
Del resto Craxi era innamorato di Arafat che paragonava a Garibaldi o a Mazzini a seconda dei casi.
E Andreotti? Andreotti era solito paragonare i palestinesi ammazzati in scontri a fuoco con gli israeliani alle vittime delle Fosse Ardeatine.
Con simili governanti cosa potevamo aspettarci, signor sindaco?
Potevamo aspettarci quello che e' avvenuto: Arafat divenne padrone dell'Italia, entrava e usciva dagli uffici dei governanti, tra inchini e sorrisi striscianti, sempre armato di pistola. Aveva il suo pistolone alla cintura persino quando e' entrato in Vaticano per essere ricevuto dal Papa, lo stesso Papa che ancora non voleva riconoscere Israele , che addirittura si guardava bene dal nominare la parola Israele...ma Arafat, si sa, era una specie di santo, persino per la Chiesa.
Ma oggi no, oggi non si puo' più venerare quella persona. Oggi no.
E' difficile ricordare tutti i morti provocati da questa guerra, ma voglio che lei sappia, signor sindaco che quella targa rappresenta un dolore per tutte le famiglie ebree in quanto il nome che la caratterizza identifica chi era comunque responsabile, per la sua parte, di una guerra. Molti, troppi morti:
Nel 1986, 6 settembre, strage in una sinagoga di Istanbul , 23 morti fra i fedeli.
Nel marzo del 1989 un autobus venne fatto precipitare in un burrone vicino a Gerusalemme, 14 morti carbonizzati.
Signor Sindaco, potrei anche raccontarle quello che Arafat e i suoi feddaiyn hanno fatto in Libano, si parla di 40.000 morti, forse 50.000 secondo il "Journal de Geneve".
Alla fine Arafat fu costretto a scappare protetto dalle Marine Militari francese e britannica e si rifugiò a Tunisi da dove, da bravo "padrino", continuò ad organizzare mattanze e stragi in giro per il mondo.
Parigi; sinagoga, 4 morti 12 feriti.
Vienna, sinagoga, 2 morti 19 feriti
Anversa, sinagoga. 3 morti 80 feriti
Parigi, ristorante kasher, 6 morti 21 feriti
Vorrei concludere questa mia lettera, Signor Sindaco, ricordando l'attentato piu' doloroso per noi ebrei italiani .
Era il 9 ottobre 1982, nella sinagoga di Roma c'era una festa, la benedizione dei bambini, secondo la tradizione.
I fedeli uscirono dal Tempio, le famiglie con i bambini per mano e furono accolti da una scarica di mitra e lanci di bombe a mano.
Stefano Gay Tache' , un bambino di 2 anni, mori' crivellato dai colpi, i feriti 35 di cui ancora oggi molti con le schegge conficcate nel corpo.
Il mondo va così, peggio non potrebbe, il Male sembra vincere sul bene.
La supplico, Sindaco Alemanno, non sia complice delle persone senza una corretta memoria dei fatti che hanno messo quella targa sgradevole in onore di una persona ancora in attesa di un giudizio da parte della Storia.
Non lo faccia, Sindaco Alemanno, onori invece la memoria del piccolo Stefano Tache', vittima innocente, facendo togliere quella che io ritengo una vergogna per una scuola di Roma Capitale.
grazie
Deborah Fait
Domenico Maceri 21 settembre 2010
San Luis Obispo, CA, USA
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Il punto
La Redazione - 3 ottobre 2010
Il Governo ha ottenuto la fiducia dai due rami del Parlamento. Si dovrebbe andare avanti con la legislatura, dunque. Eppure, è sotto gli occhi di noi tutti, la nostra classe politica non riesce a fare chiarezza. I fatti. Il PdL esce fratturato da un'estate vissuta al cardiopalma: Berlusconi è stato messo in discussione come leader che legifera più "pro domo sua" che per l'interesse di tutti, su Fini incombe una non ancora chiarita vicenda immobiliare (che lo mette in discussione sul piano personale) che di fatto fa fumo di sbarramento che impedisce di vedere chiaro sulle motivazioni che sono state all'origine della sua iniziativa, Bossi appare ossessionato dal concetto di una presunta supremazia "padana" che lo porta spesso ad uscire - a volte in modo estemporaneo - fuori dal giusto seminato. L'opposizione, come da copione, si è giustamente infilata a tutta forza in questa falla, ha ripreso non poco fiato anche se è anche lei con il fiato grosso per l'obbligo di rincorrere Di Pietro sul piano delle protesta plateale e sulla nota, aggressiva verbosità della sua polemica. Soltanto Casini sembra aver coerentemente mantenuto un atteggiamento pacato.
In questo frangente già del suo molto confuso, è balzato agli onori della cronaca il fallito attentato al giornalista Belpietro che ha dato modo a tutti di agitare lo spettro di una rinascita del terrorismo. Forse non è il caso di rispolverare questo spettro sanguinoso. E' tuttavia possibile e percorribile l'ipotesi che l'acuirsi degli scontri, dei toni della polemica, di taluni atteggiamenti secondo i quali l'avversario è rappresentato come il male assoluto, da abbattere per salvare il salvabile può influenzare qualche mente debole ed orientarla a compiere un gesto "eroico" contro il "tiranno" o contro i suoi scherani. Fin troppo facile collegare questo gesto a quello di Tartaglia che gettò contro il Premier un modellino del Duomo di Milano, ferendolo al volto. Su questo punto solamente un dato obiettivo. I nostri politici, tutti, hanno profittato per alzare ancor di più i toni dello scontro anziché discutere il fatto in modo pacato.
L'impressione che si ha da quanto accade e da quanto tracima dagli "ambienti del potere" è che il nostro Paese stia "navigando a vista", in un momento in cui la situazione economica contingente obbligherebbe a seguire una linea politica ferma e rigorosa. A complicare ulteriormente tutto ci si mette anche lo stesso Premier - al quale qualcuno della sua sicurezza dovrebbe finalmente far comprendere come ad un uomo della sua posizione non è concesso avere atteggiamenti rilassati, forse neppure nel privato - che rilascia espressioni estemporanee che possono "lasciare il segno". Ebbene è nostro dovere, da "Movimento" di cultura e, ci sia concesso, di élite intellettuale non lasciarsi assorbire da queste tendenze ed offrire, al contrario, un punto di riferimento preciso anche alla politica ed a quanti la praticano per convinta passione. La nostra rotta non ha subito mutamenti e continua ad essere indirizzata sul nostro Premier per poterne giudicare soltanto al termine naturale della legislatura l'operato. La nostra rotta prevede il confronto e la polemica accesa, ma nessuno di noi si sente in diritto di offendere chi non la pensa come noi sino ad affibbiargli epiteti da lite di osteria.
Angelo Mancini - Roma, 3 ottobre 2010
Occorre colmare velocemente il divario che separa la Regione Lazio dalle altre Regioni, particolarmente quelle del Nord, nella politica per la sicurezza e come già ho avuto modo di scrivere recentemente, occorre rilanciare fortemente l’attuazione della legge Regionale 1/2005 in materia di Polizia Locale.
La realizzazione di un sistema stabile e omogeneo per la formazione, la qualificazione e l’aggiornamento degli addetti ai corpi e ai servizi di polizia locale della Regione, in considerazione anche degli incarichi sempre più impegnativi che il personale è chiamato a svolgere, è sicuramente uno dei primi passi da compiere.
In tal senso, pur apprezzando l’impegno dell’Assessore della Regione agli Enti Locali e alla Sicurezza Cangemi, è necessario passare al fare e quindi che la Regione rediga rapidamente l’atto costitutivo e lo statuto dell’associazione riconosciuta e con personalità giuridica di diritto privato per realizzare quanto è previsto dall’art. 16 della citata Legge Regionale, la: “Scuola regionale di polizia locale”.
Soltanto dando vita alla Scuola, si potrà dar corso anche allo svolgimento di attività di formazione e qualificazione, in materia di politiche di sicurezza integrata del territorio, a favore di altri enti pubblici e dei privati che ne facciano richiesta.
La creazione della Scuola permetterà, tra l’altro, la stipula di convenzioni con le Università presenti sul territorio e l’opportunità di far nascere nella Regione Lazio, un polo di eccellenza nel settore della sicurezza urbana.
Scrive il Prof. F. Sidoti: ”… Il valore della sicurezza non è un valore fascista o autoritario: la sicurezza è la precondizione per vivere una vita decente in una società aperta. … Se si ritiene che la sicurezza sia un valore, allora è di grande valore anche l’intelligence, che ha come scopo supremo la salvaguardia delle vite umane, la protezione dell’interesse nazionale, la difesa dei beni e delle persone.”, rilancio qui quanto più volte asserito, la necessità di creare un network di soggetti pubblico-privati per la creazione delle agenzie territoriali d’informazione dove, per esempio, la Scuola, potrebbe essere individuata come l’entità istituzionale a cui l'agenzia regionale per l'intelligence fà capo.
L’Accademia di Polizia Locale dovrà essere l'istituzione destinata agli studi più raffinati e all'approfondimento delle conoscenze di più alto livello in materia di sicurezza urbana da dove usciranno operatori di polizia locale attenti e consapevoli del proprio ruolo, con capacità relazionali e di comunicazione.
L’uomo illuminato è il dono più prezioso che faccia alla nazione ed a se stesso il sovrano, che lo rende depositario e custode delle sante leggi. Cesare Beccaria
Roma, 3 ottobre 2010
Dott. Angelo Mancini
Esperto in sistemi di Prevenzione del Crimine
Per essere chiari il termine "zingaro" è una parola che assegna a tutto un popolo una valenza assolutamente negativa. Il termine esatto per indicare questa variopinta e diffusissima etnia è il termine con il quale loro stessi appartenenti amano essere chiamati cioè ROM o SINTI. Questa parola significa "Uomo" ed appunto uomini liberi amano essere ritenuti i ROM. Gente particolare, quindi. Gente che definisce GAGGIO' (quindi non - uomini) tutto il resto del mondo. Chi non appartiene all'etnia ROM è pertanto ritenuto una persona che ha rinunziato alla propria libertà e quindi debole, facilmente raggirabile, paurosa. Ne consegue che mentre noi finiamo con l'affibbiare il termine "zingaro" a questa gente pronunciando di fatto, soltanto con il nome, un giudizio morale che corrisponde a "straccione, disordinato, sporco" loro, di converso, affermano che noi tutti (i non ROM) siamo persone da non prendere seriamente in considerazione, non - uomini, facilmente raggirabili.
Si tratta di un popolo antico, di origine quasi sicuramente indiana, che ha cominciato a migrare nella nostra direzione quasi certamente (è opinione di molti esperti e storici) sin dal 1300. Il termine ROM, è fuori discussione, è da sempre stato legato più o meno giustamente al furto. Anticamente questi nomadi venivano accusati di rubare bestiame proprio in diretta relazione con il loro nomadismo ed alla scelta di una vita profondamente "diversa" e pertanto non compresa. Un luogo comune da sfatare, però, è che il ROM rifiuti il lavoro. Non è romanticismo a buon mercato questo. Questa gente, appunto con il suo vagabondare, frequentava fiere e mercati, vendeva e comperava animali e svolgeva lavori di piccolo artigianato, è più nota la figura del "Calderas" (l'artigiano che lavorava il rame). Una gente, quella ROM, sempre perseguitata appunto per la sua "diversità", facilmente accusata di furto, di stregoneria (l'arte di "leggere il futuro" era proibita molto severamente) e di altre malefatte. Una sorta di "parafulmine" sociale sul quale scaricare tensioni e colpe che, non lo si può escludere, erano state commesse proprio da chi accusava. L'ultima persecuzione subita, forse la più feroce, è stata quella attuata dal nazismo.
I ROM, questa secondo la mia opinione è la considerazione che più caratterizza questo popolo, hanno quindi traversato in Europa la storia di più di sette secoli senza mai rinunciare alla loro identità, al loro modo di rapportarsi con il resto del mondo, alle loro tradizioni: giuste o sbagliate, non importa. Spesso questa scelta è stata pagata a caro prezzo. Ed ecco i ROM arrivare nel ventunesimo secolo. Alcuni di loro si sono inurbati anche da molte generazioni, hanno un modo di vivere abbastanza simile a tutti i "non ROM". Per tutti gli altri, e sono quelli che destano maggiore allarme sociale, i cavalli sono stati sostituiti da autovetture, i carrozzoni da roulottes, gli spontanei accampamenti da appositi "campi" loro assegnati dai comuni. Ma nella sostanza delle cose non è tutto uguale a prima, e non per le differenze evidenziate.
La vita, l'organizzazione sociale moderna, quale spazio offre infatti a questa gente? Il vero ROM vive libero, difficilmente si integra (il ROM che si è dato stabile dimora viene considerato dagli altri ROM "gagè"), non manda volentieri i figli a scuola, di fatto quindi continua a rifiutare ogni tentativo di inserimento duraturo nel tessuto urbano o rurale dello Stato che li "ospita". E' gente che quindi vive in uno spazio sociale estremamente ristretto. Il piccolo artigianato di fatto è pressoché sparito, con enorme difficoltà viene cercato e concesso un lavoro: la sola strada per sopravvivere è quindi quella che è strettamente collegata alla emarginazione più totale. Non ho timore di essere ritenuto razzista se asserisco che molti ROM sono di fatto realmente ridotti ad essere veramente "zingari" ed a vivere in sistemazioni abitative assolutamente non sicure, a procacciarsi il necessario per vivere con il provento di piccoli furti, con l'accattonaggio, con la carità chiesta sulle strade, sovente impiegando bambini piccoli. Il ROM che vive in questo modo è realmente, così, "fuori del tempo", chiuso ermeticamente (ancora per sua scelta?) in un sistema che lo soffoca e non gli da più possibilità. E' gente abituata alle difficoltà, gente abituata ad essere perseguitata ed accusata: alcuni di loro hanno inventato il mestiere di andare a rovistare nei cassettoni della spazzatura dove si impossessano di quanto noi gettiamo via e lo caricano su qualsiasi mezzo munito di ruote. Non è una attività disordinata. Sempre gli stessi frequentano gli stessi cassonetti. Eppure la loro diversità genera inevitabilmente diffidenza e crea allarme sociale. La presenza di un campo nomadi è associata immediatamente alla presenza di criminalità diffusa che è di gran lunga il peggior sintomo di allarme sociale. C'è da dire che i "Gaggiò" non inventano molto e non basano il loro timore sul preconcetto in quanto il piccolo furto (borseggio, scippo, furto in appartamenti) caratterizza fortemente le "attività" degli "zingari" al punto che chi li guarda ancora con simpatia è elemento assolutamente raro.
In questo discorso, improvvisamente la Francia agisce. Nicolas Sarkosy decide di allontanare dal territorio nazionale chi realmente si comporta più da "zingaro" che da ROM. Scoppia un finimondo internazionale e la nazione francese, che pure ha nel suo dna l'ospitalità per i perseguitati viene messa all'indice ed in suo soccorso trova soltanto il nostro Presidente del Consiglio. Lo avessimo fatto noi, almeno è ciò che credo, sarebbe successo un vero putiferio assai peggiore. Eppure il problema ce lo dovremmo porre anche noi. Cosa fare di chi sfrutta, di fatto, le pieghe del nostro ordinamento giuridico e delinque ripetutamente, commettendo sempre lo stesso reato? Cosa fare di chi utilizza i minori per chiedere la carità o per commettere crimini sfruttando la loro impunibilità penale? Le nostre Forze dell'Ordine lo sanno bene: queste persone sovente non hanno identità, non hanno famiglia, fingono di non comprendere la nostra lingua e, se messe in luoghi di recupero e rieducazione vengono rapidamente "recuperate" dai loro familiari ed avviate di nuovo alla delinquenza. Sarà forse una asserzione dura, ma sempre di più lo spazio che vorrebbero occupare gli "zingari" continuando nelle loro tradizioni si restringe, l'opinione pubblica non li guarda più come persone tutto sommato romanticamente eccentriche, immerse in quell'alone di sogno fatto di fisarmoniche, balli ed avventure: i loro abiti colorati e sgargianti sono oramai ridotti a stracci.
Maurizio Navarra
settembre 2010
Sono diversi anni che ogni mattina, nel mese di maggio, dei merli che hanno fatto il loro nido sulla grata del balcone della mia casa, dove rigogliosa è cresciuta una pianta di ringosperna, mi svegliano con il loro cinguettio alle
Vorrei ancora dormire, ma come si fa a non alzarsi, giacché siamo in primavera inoltrata e non correre lungo il parco che si trova sotto la mia abitazione. La fortuna ha voluto premiarmi perché, affacciandomi sul davanzale, vedo le punte di tigli, pini, abeti, cipressi, cresciuti su questa parte del quartiere, lasciato a verde. E’ un rettangolo esteso, quasi a rassomigliare ad un lago, se solo si immagina che il verde si è sostituito all’acqua. Dicevo punte di alberi perché la palazzina dove abito al quarto piano, è stata costruita su di una collina ed a partire dal piano terra incomincia un pendio scosceso.
Allora sveglia, se penso solo che per l’igiene del mattino e la prima colazione impiego quasi un’ora.
Nella fretta, però, prima di aprire la porta, mi ricordo che debbo controllare se quel solito tordo, che trovo ogni mattina sul bordo della ringhiera, ha mangiato le foglie della mia rosa rossa.
Eccolo! Mi guarda con gli occhi furbi ed indifferenti. Si sente, forse, a casa sua?
– Buongiorno. Buona colazione. Vai via! Guarda un pò, le foglie delle rose tutte bucate.
E pensare che devono essere pure amare perché, se queste rose sono così belle, sono cresciute dopo che sono spuntate tante spine…. Mi rallegro, comunque, a guardare come ogni giorno il panorama che si presenta ai miei occhi. Uno sguardo a sinistra da dove nasce un nuovo giorno e luminoso vedo il Comune di Rocca di Papa adagiato sui colli Albani, con monte Antenne che lo sovrasta; a destra, da lontano, intravedo il circolo di tennis che frequento, circondato da eucalipti, magnolie e, dopo disuguali palazzine, immagino di vedere il mio amico: il mare.
Cammino, come sempre lungo il viale, mentre il sole è già alto e mi riscalda piano la pelle. Quanti fiori primaverili vi sono ancora, bagnati di rugiada.
Vado sempre a sedermi su di un sedile di legno, dove vi è un tavolo costruito con il tronco di una pianta, per fumarmi la mia prima sigaretta; mentre sto per arrivare, vedo un cagnolino con un pelo bianco come la neve e con il guinzaglio legato al tavolo. Le zampine allungate e, su di esse, la testa con il suo musino triste. Lo chiamo, ma non risponde, né scodinzola la coda come è loro natura, quando vedono una persona o, come in questo caso, felice di trovare un soccorso amico. Ha solo gli occhi tristi e quasi spenti, per farti capire che ha voglia di morire. Come è simile a tante persone il suo comportamento che muoiono anche loro, a poco a poco, perché l’amore che donono, non è corrisposto.
Lo invito ripetutamente a salire sulle mie gambe, ma niente. Mi resta solo di pensare chi potrebbe essere il padrone di questa bestiola. Sicuramente una persona ingrata.
Ho letto e sentito dire che tanti animali si muovono e agiscono per istinto. Ma chi l’ha detto? Se guardo il viso di questa bestiola, lo vedo solcato di lacrime. Io penso che se sentono affetto per l’uomo e gli sono fedeli è perché anch’essi hanno un’anima, perlomeno a livello sensitivo. In cambio del cibo e di una cuccia al riparo dal freddo ci danno il loro affetto, per sempre.
Crogiolandomi nel tepore di questa frizzante aria mattutina, mi accendo un’altra sigaretta.
I pensieri vanno e vengono nella mia mente. Guardando ancora questo cagnolino abbandonato ed indifeso, penso agli abitanti delle foreste dove vige la legge del più forte.
Immagino gli stambecchi, i cervi, o quella gazzella con gli occhi azzurri come il mare che ogni mattina si sveglia e corre nella foresta con il cuore pieno di gioia, nel vedere tanta bellezza; ma è a conoscenza che vive in una giungla ed essendo molto fragile, deve correre più degli altri. E di animali feroci ve ne sono tanti, e lei non vuole diventare tenera preda. Deve salvare la pelle, prima che giunga la notte. Sarà capitato, a volte, che un leone l’ha azzannata, ma con astuzia ha sviato il pericolo; un giorno, però, le ha spappolato una coscia, ma lei, dolorante, non si è rassegnata: sa come curarsi. Ha camminato a stento verso una sorgente che con le sue acque rigenera.
Il leone ha dormito profondamente felice del lauto pasto. La gazzella ha leccato la ferita, lavandosi con quelle acque pure e riposandosi ha aspettato l’alba radiosa del nuovo giorno. Ha rivisto la natura vestirsi di mille colori e felice si è rimessa a correre per prati verdeggianti. Spesso arrivano anche quei temporali estivi ma non ha più paura; per istinto, riconosce il rumore dei tuoni e sa che, ben presto ritornerà il sereno. Correrà ancora confondendosi, infine, nei colori dell’arcobaleno.
La gazzella ha vinto la sua battaglia, ma nella nostra società civile dove si è evoluto l’homo
sapiens, sapiens quante persone sono costrette a subire la prepotenza, l’arroganza di tanti che, cinicamente, distruggono la dignità degli uomini, profanano il nostro Io, quello che io chiamo: il Santuario del nostro essere. Vi sono tanti che si sentono frustati, flagellati, che si nascondono dietro un angolo oscuro, solamente per piangere e pregare. Quante persone rimangono in silenzio, solamente per quella educazione religiosa e quelle parole che hanno stampato nella loro coscienza: “Per un male che l’uomo riceve, vi sarà sempre una gioia futura”.
La sopraffazione è uno dei mali peggiori che l’uomo ha dentro, perché togliendo all’altro quel poco di buono che ha, strappandogli l’anima, gli toglie il sorriso.
Scaccio questi pensieri. Torno a casa. Per questo cagnolino non posso far altro che liberarlo e portargli dell’acqua, lasciandolo al suo destino. Troverà la via per una nuova casa?
Come sempre, io continuerò a dare un senso a questa giornata ed a quelle che verranno perché è nel mio essere. Camminerò sempre con il mio vento, che non so mai dove mi porta; come un gabbiano che non sa mai dove andrà a dormire.
Roma, 10 aprile 2007
Gaetano PICCOLELLA
In una news della Regione Lazio dei giorni scorsi, l’Ass. Cangemi, nel “…prendere atto che attualmente quasi nulla è stato fatto per l'attuazione della Legge regionale n. 1 del 2005 e che quasi sempre gli organi di Polizia Locale lavorano lontani gli uni dagli altri, con mezzi diversi, gravitando in orbite differenti pur con le stesse funzioni. ….” e che vi è la necessità di “ … di programmare forme di collaborazione e coordinamento tra i Corpi e i servizi di Polizia Locale anche predisponendo idonei servizi informativi unificati su base regionale. …”.
Leggendo questa notizia mi è tornata alla mente e la ripropongo, l’idea, da me fortemente condivisa, lanciata anni addietro dal Prof. Caligiuri, Direttore del Master di II livello in Intelligence all’Università della Calabria “Costituire servizi di informazione e sicurezza anche a livello regionale…Il processo di devolution proposto dal Governo prevede la costituzione della polizia regionale. In tale ambito, si potrebbero anche costituire delle ministrutture di intelligence regionali, coordinate e sotto la giurisdizione < all’epoca della dichiarazione> del Sisde. Le regioni avranno sempre maggiori funzioni e la sicurezza e' una delle premesse indispensabili per lo sviluppo.”
Da quando fu lanciata questa idea, elaborata e approfondita anche da Giovanni Nacci nel numero 36 anno 4 Luglio/Agosto 2003 di Analisi Difesa, ancora non era uscita la legge n. 124/2007 di riforma dei Servizi di Sicurezza, ma penso che l’idea sia ancora valida.
Le agenzie regionali per l'intelligence dovrebbero poter effettuare (o concorrere ad effettuare) qualsiasi tipologia di intelligence, da quella economica a quella per la sicurezza, fermo restando il vincolo del trattamento delle sole fonti aperte. Una delle principali funzioni operative che queste strutture dovranno essere in grado di attivare è quella relativa alla identificazione dei fornitori di OSINT sul territorio, alla loro valutazione ed alla creazione (e mantenimento) di un database dei soggetti più idonei (più utili) alla fornitura di informazioni aperte (centri di ricerca e studio, Università, Enti e amministrazioni locali/territoriali, imprese, ecc.).
La fase più delicata e critica di tutto il processo OSINT è la distribuzione, in quanto veicola il risultato ultimo di tutta la funzione di intelligence, dal sistema di produzione/scoperta al sistema decisorio (ossia chi sulla base di quelle risultanze dovrà prendere decisioni nel miglior modo possibile).
Appare chiaro come un modello tanto articolato e complesso, non possa prescindere da una diffusa e attenta opera di ascolto e confronto di tutti i soggetti che vi interagiranno. Sulla validità o meno di questa idea vorrei aprire un confronto con tutti coloro che vorranno partecipare.
Roma, 21 settembre 2010
Dott. Angelo Mancini
Esperto in sistemi di prevenzione del Crimine
Sempre più di frequente accadono episodi di malasanità nei nostri ospedali e ci chiediamo in parecchi se chi di dovere si decide finalmente a porvi seriamente rimedio.
Proprio in questi giorni nell’ospedale di Torino si scambia la sacca contenente il sangue per la trasfusione ed il paziente muore, mentre in quello di Messina due medici in sala parto arrivano addirittura a contendersi la paziente, per motivi non ancora chiariti e, mentre le cure sono arrivate in ritardo, puntuali e gravissimi invece sono stati i danni a madre e figlio.
Entrambi gli episodi sono censurabili e le autorità sanitarie e giudiziarie interverranno di conseguenza.
Mentre scrivo sono indignato e furente anche perché mi torna alla memoria l’anno 1971, il mese di luglio, caldo come può esserlo il caldo in Sicilia, la mia amata terra, dove mi trovavo in ferie, al mare.
Con mia moglie, incinta di otto mesi, ci ponevamo il dilemma se partorire a Messina (dove vivevano le nostre due famiglie) oppure al Nord, a Ravenna, dove io lavoravo in Fiat.
Durante una visita ginecologica di controllo all’ospedale Piemonte di Messina rimaniamo sconcertati e disorientati dal caos e dalla noncuranza che regnava nella struttura organizzativa, ma soprattutto dall’incredibile “disordine” (uso il termine disordine per carità di Patria) nei reparti.
Ma si trattava della nascita della mia terza figlia e di malavoglia, con grande dispiacere dei ‘nonni’ e parenti tutti, scelsi di tornare a Ravenna: decisione fortunata perché mia moglie ebbe una forte emorragia, prontamente gestita dall‘efficiente ospedale…tutto andò bene e mia figlia Barbara ha potuto così intraprendere il suo tragitto di vita e mia moglie continuare il suo!
Come faccio a non collegare, se pure con molto amaro in bocca, i due episodi, quello di scarso senso di responsabilità ancora oggi presente a Messina, dopo quasi quaranta anni, e quello che evidenziava la massima efficienza fin da quarant’anni fa a Ravenna?
Questo episodio strettamente personale mi ha fatto molto riflettere. Mi piacerebbe che ogni socio e simpatizzante de il Movimento, mi riferisco sia ai molti sanitari iscritti che ai cosiddetti ’pazienti’, affinché in vista del convegno che ci accingiamo a organizzare sulla Sanità, ci facciano conoscere quali siano, secondo il loro pensiero, le iniziative possibili da intraprendere per arginare il degrado presente nel nostro sistema sanitario, in particolare al sud. Il nostro sito sarà lieto di ospitare l'opinione di tutti.
Non vogliamo divenire promotori di chiacchiere o di critiche, di queste ne abbiamo piene le tasche, ma vogliamo essere portatori di proposte, soprattutto in tema di "prevenzione", un termine che sintetizza molteplici attività ed accorgimenti che noi italiani ignoriamo regolarmente.
Se non ricordo male ogni dottore in medicina presta il giuramento di Ippocrate, giuramento ignorato forse troppo di frequente. Ritengo che per la classe medica l’unico rimedio per rientrare a testa alta nel mondo dei pazienti e riconquistare la loro fiducia è riprendere il filo della buona pratica (attività medica come missione ) nonché attuare con rigore una gestione che comprenda anche i necessari controlli nella responsabilità della diagnosi e delle cure.
Temistocle Sidoti, presidente de il Movimento