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"Le sfide di Israele" - recensione di ANNA ROLLI L’ultimo saggio di David Meghnagi, storico dell’Università di Roma e psicoanalista, proposto recentemente al pubblico italiano dalla casa editrice Marsilio, non è semplicemente da leggere ma da rileggere e meditare a lungo, un libro da regalare a tutti coloro che, tra le nostre conoscenze, sono intenzionati a conoscere o a comprendere meglio la realtà straordinariamente complessa del Medio Oriente, a dispetto della cattiva, spesso falsa, informazione dalla quale ci ritroviamo quotidianamente quasi sommersi. Tutti noi, nella nostra vita di lettori, ci siamo trovati tra le mani libri nei quali, sebbene i concetti non mancassero di interesse, ciò che veniva esposto nel corso di 10 pagine, avrebbe potuto esserlo in molte meno, senza per questo perdere in profondità e in comprensibilità, acquistando anzi in incisività e soprattutto risparmiando al lettore la sensazione della noia. Nel mondo accademico dove spesso si fa carriera (e si aumentano gli introiti delle vendite agli studenti) in base al numero delle pagine pubblicate piuttosto che in base alla qualità delle stesse si tratta di un “ vizio” molto diffuso, non soltanto in Italia. Leggendo "Le sfide di Israele", si prova una sensazione esattamente opposta a quella appena descritta. Verrebbe da chiedere al prof. Meghnagi di dilungarsi un po’ di più, di tornare ancora su quanto già esposto, per lasciare al lettore un po’ di respiro. Il testo è caratterizzato dalla densità del periodare, 150 pagine che avrebbero potuto esserne 500, non una parola superflua o fuori posto, non una frase di troppo, i concetti si susseguono uno dietro l'altro: sintetici, nitidi, adeguati, come scolpiti nella pietra, ognuno necessario all'insieme di un discorso frutto di conoscenze approfondite e di una lunga rielaborazione. Il lettore è costretto ad uno sforzo di attenzione continua e ad una continua riflessione. "Le sfide di Israele" potrà essere utilizzato, certamente, come libro divulgativo e anzi va sicuramente raccomandato a chi pur conoscendo poco o niente sia interessato all’argomento, non si tratta però di un libro facile, si tratta di un libro appassionante, certamente, ma non facile o che possa essere letto mentre i bambini giocano nella stanza accanto o guardano la televisione o tra uno squillo e l'altro del telefono. A partire dalla fine degli anni ’40, centinaia di migliaia di ebrei inermi, spogliati di tutto, furono costretti dalle persecuzioni e dalle carneficine a fuggire in massa dai paesi arabi, nei quali vivevano da sempre, da ben prima dell’invasione araba del settimo secolo che li aveva ridotti sotto il giogo islamico. Erano molto più numerosi dei profughi palestinesi e furono in gran parte accolti in Israele grazie ad uno sforzo immane della società civile che vide in pochi anni più che raddoppiata la propria popolazione. Di loro e della loro vicenda non si parla mai. Come non si parla (o molto poco) dell’agonia di ciò che rimane delle civiltà cristiane in Oriente. La famiglia dello stesso Meghnagi, dopo essere scampata a tre pogrom in venti anni, riuscì a riparare in Italia dalla Libia, perdendo casa ed averi. I profughi palestinesi invece furono rigettati anche se erano stati costretti dalla guerra a spostarsi di pochi km o di poche decine di km dai villaggi di origine. Le società musulmane limitrofe in nome della comune religione e di un nazionalismo spietato rifiutarono loro qualsiasi possibilità d’integrazione. Avrebbero potuto essere considerati come gli altri milioni e milioni di profughi che erano stati costretti a fuggire, in varie parti del mondo, in conseguenza della ridefinizione dei confini che fece seguito alle vicende della seconda guerra mondiale e invece la loro condizione si trasformò in “ontologica” poiché “…la creazione di una patria ebraica nel cuore della umma islamica era una violazione degli ordinamenti divini e terreni…”( pag.13). Meghnagi, in quanto autentico psicoanalista, oltre che storico di valore, osserva la realtà senza prescindere dalle attitudini psicologiche dei protagonisti della Storia e ci pone di fronte all’accurata disamina del rapporto tra mondo ebraico e mondo musulmano, tra mondo occidentale e mondo ebraico e musulmano, analizzando il gioco delle reciproche identificazione e proiezioni, il gioco delle rappresentazioni e delle simbologie nella vita culturale e politica. A partire dalla guerra d’Indipendenza israeliana del 1948 e dalla vicenda dei profughi viene descritta la condizione di vita degli ebrei in Israele e nelle società arabe ed europee, coinvolte più o meno direttamente in un secolo di guerre quasi ininterrotte. I luoghi comuni dei quali viene infarcita la cattiva informazione che da decenni ci opprime vengono ad uno ad uno analizzati e spazzati via. Viene analizzato il delirante mondo della propaganda musulmana in paesi retti da spietate dittature o perlomeno da regimi autoritari, la dissociazione mentale delle sinistre europee che dietro la maschera dell’ antisionismo ripropongono i più vieti contenuti antisemiti del passato e le difficoltà nelle quali si dibattono gli intellettuali ebrei. In alcuni capitoli si affrontano, inoltre, sinteticamente molti aspetti fondamentali della antichissima cultura ebraica, in particolare alcuni nodi centrali che sarebbe importante rielaborare in funzione delle sempre più urgenti problematiche contemporanee. Di centrale interesse, per tutti noi, l’eterno: mors tua vita mea, riproposto continuamente dalle classi dirigenti arabe, ricchissime, corrotte, dispotiche e sprezzanti nei confronti del benessere delle proprie popolazioni, quelle classi dirigenti che da sempre sacrificano gli interessi dei palestinesi alle proprie mire personali, fino alle recenti, macabre, farneticanti affermazioni iraniane sulla scarsa rilevanza di ucciderne qualche milione pur di annientare l’entità sionista . "Quel che vogliamo noi arabi” affermava Ben Bella nel 1982 "e’ essere. Ora noi potremo essere solo se l'altro non esiste” ( pag.72). Ben Bella è stato, negli anni ’50, il principale dirigente della guerra di liberazione nazionale algerina contro la Francia, lo stesso che, dopo la vittoria, si rifiutò di concedere l'emancipazione alle donne algerine, abbandonandole alla violenza e all’oppressione delle aree rurali e tribali di appartenenza, aree tribali alle quali lasciò invece ampio spazio. Tutti sanno ciò che è stato poi dell’Algeria. Agghiaccianti nella loro chiarezza, le sue parole sembrano riassumere tutta la tragedia di un mondo arabo nel quale non si è voluto riconoscere che "l'affermazione... non è solo un programma omicida. È una scelta suicida.” Così commenta Meghnagi “Se l'altro non esiste, è il sentimento dei limiti a venire meno e con esso la capacità di controllare la distruttività interna ed esterna. L'esistenza dell'altro è la condizione per l'esistenza di ognuno. La negazione dell'altro è la morte dello spirito religioso più autentico, il trionfo di un culto necrofilo...." . Non sarebbe ora di rendersi conto che il mors tuo vita mea appartiene ad un passato barbarico di spaventosa distruttività, le cui conseguenze nella Storia hanno toccato il loro apice con il nazismo dei campi di sterminio? Non sarebbe ora di cominciare ad affermare, in particolare nella sinistra nostrana, ma non solo, che l'unica dialettica degna di un essere umano e quella del vita tua vita mea ? Giustamente Meghnagi ricorda che l’ atteggiamento della sinistra europea nei confronti di Israele costituisce la cartina al tornasole della sua capacità di mantenere un rapporto esatto con la realtà internazionale ed interna. La sinistra attraversa attualmente una crisi di identità profondissima, a tutti evidente. Nonostante questo, in brevissimo tempo, le verrà richiesto di confrontarsi con gli innumerevoli problemi di convivenza civile sollevati dalla presenza sempre più massiccia di minoranze portatrici di differenti retaggi culturali. Molto presto sarà necessario riflettere in modo ben più approfondito sulla natura dell'essere umano, delle relazioni interumane, e sui valori etici che dovranno guidarle nel futuro. Meghnagi, con estremo rigore, analizza un mondo di violenza e di immenso dolore, nonostante questo è capace di riproporre pagina dopo pagina la speranza in un futuro di pace, un futuro di pace certamente possibile, perché una pace duratura si è instaurata innumerevoli volte tra popolazioni che pure nel passato erano state acerrime nemiche. Se il futuro è nel lavoro dei costruttori di pace questo libro, sicuramente, rappresenta un ottimo contributo. Di Anna Rolli Marsilio Editore |
di Salvatore Giuliano Franco
Operare per il “Made in Italy” comporta anche, secondo me, il rendere palesi le proprie convinzioni e i propri futuri comportamenti, anche se certi principi possono apparire molto opinabili, se non addirittura contestabili.
Non mi sottrarrò per questo dal palesare i miei convincimenti.
Debbo risalire al 1993 quando, il quel di Malta, ero in stretta relazione con i vari ministri dell’isola in quanto direttore di una erigenda industria alimentare.
Ricordo che, richiesto del mio parere, sconsigliavo l’ingresso nella futura moneta unica e caldeggiavo la costituzione di un organismo multinazionale coinvolgente tutte le sponde del Mediterraneo.
Ero comunque contrario alla imminente globalizzazione come scrivevo anche nelle pagine finali del mio progetto per la costituenda azienda.
A chiarimento di ciò riporto di seguito integralmente le mie affermazioni di allora, commentate anche nel corso di una visita all’azienda della televisione locale.
Quei concetti li riportai in un progetto per la Sardegna del 1998 e quindi, sul mio PC, la data di stesura risulta spostata dal 1993 al 1998.
Alla fine del progetto c’erano queste
DIVAGAZIONI SULLE “FINALITA’ GENERALI”
Oggi, in questa nostra societa’, non esistono piu’ certezze (questa esclusa), e con ragionamenti non privi di logica, ma che assomigliano tanto ad un lavaggio del cervello, anche quella che era ancora una certezza, il posto di lavoro, viene ora a mancare.
Ci sono individui che amano il rischio ed altri, e sono la maggioranza, che anelano invece ad una tranquilla serenita’.
Questo nuovo dettato del consumismo, propagandato come una conquista, e’ in realta’ un fatto gravissimo, che portera’, inevitabilmente, non essendoci piu’ alcuna garanzia del domani, a vivere senza poter piu’ accarezzare progetti, piccoli o grandi che siano ; si dovra’ vivere con orizzonti limitati e il “carpe diem” diverra’ la nostra nuova legge.
Tutto cio’ puo’ sembrare logico e addirittura auspicabile, in un’ottica da societa’ industrializzata, ma quanto e’ lontano da “c’e’ un tempo per la semina ed un tempo per il raccolto, “un tempo per la fatica ed un tempo per il riposo”, “un tempo per la realta’ ed un tempo per i sogni”.
Nessun ciclo di studi, o specializzazione, o periodo di lavoro, sara’ piu’ sufficiente a garantire un minimo di tranquillita’ : gia’ oggi un medico e’ obsoleto in sette anni, un ingegnere in cinque ed un esperto informatico in meno di tre.
Domani tutti saranno obsoleti nello stesso istante della sospirata assunzione, perche’ altri, alle loro spalle, avranno gia’ una maggiore conoscenza degli stessi problemi che essi hanno appena cominciato ad affrontare, e si dovra’ combattere con le unghie e con i denti per essere sempre adeguati alla posizione conquistata o per candidarsi altrove.
Il colpo piu’ grave lo subira’ certamente l’istituto della famiglia, che non potra’ perdurare in una realta’ priva di riferimenti sicuri, dove il vivere diventa, ineluttabilmente, arte del sopravvivere.
Non basterebbe un volume per solo affrontare il problema in tutta la sua vastita’ e per sviscerare i danni irreversibili che il nuovo sistema portera’ con se’, ma certo non e’ questa la sede piu’ indicata.
Alla luce di queste nuove “conquiste” sociali, quella che era solo una intima convinzione diventa ora un obbiettivo da perseguire.
Ritengo che sarebbe giusto distribuire il 50% del pacchetto azionario, di qualunque futura realta’ societaria, basata sul lavoro di molti, proprio a coloro che operano all’interno di essa e che potrebbero, da questo fatto, trarre forti certezze per la propria vita e il desiderio di sempre meglio operare, senza essere costretti a correre, senza una vera meta, e sempre sul filo di un rasoio.
La % pro capite diminuirebbe man mano che l’azienda, crescendo, dovesse incrementare il numero dei propri dipendenti, ma non per questo diminuirebbero i profitti pro-capite, ed ogni decisione nei confronti dei singoli verrebbe demandata al consiglio degli “azionisti dipendenti”.
Il problema e’ davvero ampio e presenta molte sfaccettature : quello che c’e’ di simile al mondo non e’ mai cristallino perche’, in realta’, cela sempre il predominio assoluto del capitale sull’uomo ; un giusto e sincero compromesso non e’ ancora stato tentato ; il sistema delle cooperative ha realizzato qualcosa di simile, ma partendo da concetti e realta’ diverse.
Si spera che in terra Sarda, con l’aiuto di capitali pubblici e privati, con il sostegno di tradizioni che sono un modo di vivere, ma soprattutto con l’ausilio di persone che, senza colore di partito (e questo e’ pregiudiziale), abbiano davvero a cuore il bene collettivo, si potra’ collocare il primo coraggioso tassello del piu’ grande puzzle oggi possibile.
ANCORA DIVAGAZIONI
Si vorrebbe qui sostenere con ulteriori argomentazioni la validità della tesi che ci ha convinto a propugnare l’idea dei Punti di Vendita collegati direttamente alla Ditta Madre Produttrice.
Ipotizziamo allora una grande Società sovranazionale che abbia impiantato, in una qualunque nostra regione, una certa realtà produttiva ; il concetto di “villaggio globale” porterà la grande Società ad esplorare modi e percorsi diversi per una sua autonoma crescita senza alcuna preclusione territoriale.
In un qualunque Stato, sia pure ai nostri antipodi, potrebbe trovare, ad esempio, manodopera ad un costo molto più basso ed anche un sistema di tassazione più equo o addirittura premiante ; è davvero facile ipotizzare il passo successivo : cessazione della precedente attività ed apertura di una nuova realtà produttiva.
Questa operazione, che sembra in fondo logica e naturale, anche se spiacevole, è in realtà profondamente assurda, proprio in riferimento al “villaggio globale”.
Si vengono a creare, dove prima c’erano occupazione e benessere, povertà e disoccupazione, ma indotti questi da un doppio ordine di motivi : la prima causa è quella diretta, intuitiva, dovuta alla cessazione di una attività, ma è la seconda ad essere più grave e distruttiva della prima ; infatti i nuovi costi, assai ridotti rispetto ai primi, generano e determinano l’impossibilità della concorrenza, della ripresa, della rinascita : la prima realtà produttiva ha così termine, definitivamente ; il “villaggio globale” diventa, obiettivamente, più povero.
La grande Società ipotizzata, dovendo competere con altre a lei simili, deve utilizzare il fiume di proventi attivi, mai ridistribuiti, per incrementare costantemente e necessariamente la propria crescita, perché, come ben sanno gli economisti, la stasi è sinonimo di morte.
Si tratta di un vero processo cancerogeno, perché la crescita e la distruzione sono in esso connaturati, e solo quando il processo di appiattimento verso il basso sarà stato ultimato, si avrà finalmente il “villaggio globale”, ma esso sarà privo di vita.
Sappiamo che è impossibile liquidare un tale immane problema in così poche righe, ma si voleva qui solo spezzare una lancia a favore delle Realtà Produttive ben radicate sul territorio, con il buon utilizzo delle risorse locali, naturali ed umane, e la conseguente salvaguardia degli usi e dei costumi del luogo ; ed è proprio questo che, insieme al culto dei morti, fa, di un insieme di genti un popolo, con la sua storia e il suo divenire, disposto sempre all’aiuto ed al confronto con i meno fortunati, ma mai rassegnato alla perdita della propria identità, delle proprie specificità, dell’antico e ancestrale senso della famiglia, della speranza.
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Conclusioni attuali
Questo mio pensare di allora non è oggi mutato, anzi, si è maggiormente radicalizzato.
Un terzo del nostro debito nazionale è stato determinato dal modus operandi del mai abbastanza deprecato Grande Agnello.
Le partite attive della Fiat venivano investite altrove mentre sullo Stato veniva scaricata la cassa integrazione e le necessità di sempre nuovi finanziamenti.
Oggi nulla è cambiato.
Tutti gli utili che le grandi società italiane producono all’estero non ricadono certo né sugli operai italiani né nelle casse dello Stato.
Ricordo che, a Malta, due grandi aziende che producevano pantaloni Jeans, ed una terza che produceva famose camicie con tessuti cinesi, lo facevano per nostri grandi marchi al costo di massimo 3000 vecchie lire al pezzo: c’è forse mai stata qualche ricaduta attiva di quel flusso di guadagni in Italia?
La delocalizzazione è il vero cancro di questo schifosissimo nuovo mondo industriale.
Quale allora la soluzione?
L’operare con mano d’opera locale, utilizzando prodotti locali, per la vendita in aree vicine a quelle di produzione, o in ambito nazionale.
Se poi dall’estero c’è richiesta dei nostri prodotti, bene venga la domanda, ma senza mai delocalizzare le aziende, e questo con la protezione non di apposite leggi, che l’Europa non ci consentirebbe, ma con altre forme di aiuti che, un fisco intelligente e secondo a nessuno, saprebbe mettere in opera.
Produzione e trasformazione dell’agroalimentare e industria del turismo, questi sono i veri assi vincenti della nostra certa futura ripresa economica.
salvatore giuliano franco
di Annamaria Calamuneri
Abbiamo appena archiviato un 2010 non facile dal punto di vista scolastico e dell'Università. I dodici mesi appena trascorsi, infatti, hanno lasciato una traccia importante: partenza della riforma delle superiori e approvazione della legge di riforma dell'Università.
Sul piano politico, il 2010 si è concluso con la fiducia conquistata dal Governo dopo una profonda crisi tra gli schieramenti politici. Crisi che ha inevitabilmente messo in secondo piano problemi di fondamentale importanza come la riduzione del potere d'acquisto del reddito di dipendenti pubblici e pensionati, l'oppressione fiscale, il disagio della scuola. Ioltre, i provvedimenti governativi consistenti in tagli al personale e alle risorse alle istituzioni scolastiche, hanno acuito quella "piaga" che porta il nome di precariato.
Nelle città del nord, per fare un esempio, sono stati migliaia i contratti a tempo determinato (solo a Brescia, oltre tremila). Posti di lavoro destinati a rimanere scoperti da personale che potrebbe essere stabilizzato mediante una nomina a tempo indeterminato.
Per uscire quindi da questa situazione critica, il Governo dovrà adesso porre al centro dell'agenda politica la realizzazione di un concreto progetto per la scuola che sia in grado di rispondere alle esigenze della società e che miri anche alla valorizzazione del personale docente.
Ad oggi, infatti, gli stipendi del personale del settore Istruzione e Università sono i più bassi di tutto il pubblico impiego ed è prevista un'ulteriore riduzione della spesa per l'istruzione per il prossimo triennio.
Una riflessione da parte del mondo politico è adesso più che mai obbligatoria.
La scuola deve diventare una priorità nazionale per il compito che nella società è chiamata a svolgere (istruire, formare, rendere libero ciascun individuo). Occorre coprire i posti resi vacanti a causa dei tagli drastici agli organici, offrire la prospettiva di un futuro ai giovani laureati ed assorbire i precari inseriti nelle graduatorie ad esaurimento. Ed è proprio a questi ultimi che va, obbligatoriamente, l'augurio per un 2011 più sereno, meno on-off (on quando arriva il contratto, off quando scade) e quindi decisamente più concreto.
Annamaria Calamuneri - 16 gennaio 2011
di Cecco d’Ascoli
Pubblichiamo questo articolo del nostro Cecco D'Ascoli a conferma che tutte le opinioni sono da noi ritenute rispettabili anche se non totalmente condivise (Red)
Adesso, possiamo stare tranquilli. Le feste sono passate, il cappone digerito, le tasche vuote, ma possiamo dormire sogni tranquilli. Il nostro eroe ha fatto sapere che non è mai andato a letto con una di sinistra.
Per chi pubblicamente sostiene che la vita di un uomo pubblico è un fatto privato, è un po’ curioso che poi faccia certe affermazioni pubbliche sulle sue divagazioni notturne. Ma, in fondo, è giusto. E’ bene che gli Italiani sappiano che il loro eroe è ancora valido a letto, che ci va con donne e non con uomini e che non sono mai di sinistra. Le lenzuola possono essere di colore diverso, ma le femmine del Presidente, no.
L’arte di tacere non è difficile, ma irrefrenabile è quella di dire stupidaggini. Ne abbiamo vistosi esempi politici e non soltanto. Queste dichiarazioni presidenziali sono importanti. Il Palazzo si affannerà, come al solito, a dire che c’è stato un travisamento dei fatti e delle dichiarazioni. Povero Presidente! E’ sempre male interpretato! C’è una congiura contro questo fine parlatore, alimentata da spettri siberiani.
Il mondo gli è ostile, ma lui se ne frega. E’ solo invidia, pensa. Ha i soldi, ha il potere. Se gli succede qualcosa se ne può sempre andare in qualche sua bella villa ai Caraibi e lì si godrà le sue ultime escort. Alla faccia di chi gli ha creduto ed ha votato per lui.
Ogni tanto ci dice che ha la maggioranza. Bisogna credergli. Forse gli è costata un po’, ma il secondo ventennio dell’era forzista continua. Certo, non ha risanato le Paludi Pontine, non ha costruito l’Eur, non ha fatto le autostrade, non ha creato un Impero (solo Mediaset). Ci prova a far la guerra (la chiamano missione di pace), i morti tornano a casa, poveri giovani stroncati dalla smania tutta italiana di partecipazione (il piccolo Cavour alla guerra di Crimea), ma è un ventennio di chiacchiere, una montagna di esternazioni fasulle, lo strascico inverecondo di una prima repubblica affogata nel fango della corruzione.
La guerra al Presidente è inutile. Personalizza un vuoto politico generalizzato. E’ il fantoccio del baraccone sul quale tutti tirano le palle. Se lo colpiscono, guadagnano un orsacchiotto. Par di sognare. In questo vuoto egli troneggia, impera, si auto esalta. E come dargli torto? E’ il meglio fico del bigoncio. E’ sempre un fico, ma gli altri sono sfatti ed immangiabili.
Il 2011 si apre con uno scenario di mutui non soddisfatti, di tasse pagate e di tasche vuote. Ma siamo tutti contenti, perché il Presidente ha l’occhio fino. Finché dura.
Intanto, lo schiaffo di Lula ha generato il ruggito del topo. L’Italia è molto seccata, il Brasile trema ma, ha assicurato l’ineffabile Frattini, le relazioni italo – brasiliane resteranno le stesse.
E allora? Dov’è il concerto degli Stati amici, tenuti in piedi dalle relazioni personali del nostro eroe? Il nulla. D’altro canto, quando si seminano chiacchiere, chiacchiere si raccolgono. E i nostri assassini, in Brasile, vengono messi in libertà. Alla faccia dei famigliari delle vittime.
Dall’altra parte, il maggior nemico del Presidente è il doctor subtilis della Destra “moderna”, Fini. E’ tanto sottile che appena si parla di lui meno che bene, ricorre alle querele. Come se non sapesse che sono del tutto inutili. I Magistrati, che ora difende, con sottili distinguo, dalle ire berlusconiane, quando vedono una querela, si mettono a ridere. Ne hanno a milioni, e in un Paese litigioso come il nostro dire” Ti querelo”, ha un oscuro senso di minaccia. Ma la realtà è ben diversa. Non servono a nulla. Si archiviano tutte, dopo anni di polvere.
Cercare di capire cosa voglia dire Destra “moderna” è del tutto superfluo. Qui, di moderno, c’è solo Internet. Il resto è roba vecchia. Tradotto nel linguaggio politico italiano significa: Berlusconi fuori, Fini alla Presidenza del Consiglio, con una maggioranza abborracciata assieme all’ultimo minuto. Fuori, per decenza, solo Di Pietro.
Adesso la tempesta continua,. Ruby è il fiore all’occhiello dei talk show televisivi. All’estero, vengo dall’Olanda, il giornale più in voga titola: Il bordello italiano. É una situazione insostenibile, sul piano morale, sul piano politico, sul piano delle nostre relazioni estere. Il Governo c’è, ma non si vede. Una stabilità di carta stampata.
Ci fu una volta, tanto tempo fa, che un Ministro delle Finanze italiano, accusato di essersi portato a casa una matita (una matita!), fu costretto a dimettersi. Sembra di sognare! Certo, non si trattava di mignotte, ma di matite. Il rispetto dei diritti umani è molto forte, in questo nostro disgraziato Paese.
Ma la Befana, una volta tanto, invece di portar via le feste, perché non se li porta tutti via?
Cecco D'Ascoli Gennaio 2011
di Temistocle Sidoti
La Fiat torna a fare il suo mestiere, cioè guadagnare per sé ed i suoi dipendenti, senza essere a traino dello stato.
Era il 1976 ed ero Direttore alla Fiat della Magliana a Roma,stabilimento di 1250 dipendenti per la vendita ed assistenza di vetture e camion Fiat ed Iveco e a quel momento l'Azienda era in difficoltà economiche.
Siamo stati costretti a rivolgerci ai nostri concessionari per poter pagare i dipendenti: si riuscì a superare l'impasse con l'aiuto non disinteressato di personaggi che s'erano ingrassati per generazioni (con le ricche provvigioni di vendita).
Com'era possibile?
In verità, più volte dopo il '70, la Fiat avrebbe dovuto portare i libri in tribunale, era in crisi ricorrente che si ripeteva puntualmente ogni 3/5 anni.
Ma come si evitò di chiudere i cancelli di Mirafiori?
Intervenne la politica a dare ossigeno all'azienda!
In un Paese normale, la Fiat avrebbe dovuto portare i libri in tribunale affrontando di volta in volta le conseguenze di un pericoloso dramma sociale.
Ma intervenne a più riprese Prodi come Presidente dell'IRI, regalando alla Fiat l'Alfa Romeo (invece di venderla alla Ford) ed inventandosi pure la "rottamazione" che tutt'ora funziona da cassa di compensazione nei momenti di crisi.
Ecco che ora arriva Marchionne che dice che un'Azienda "viva" deve fare quattrini e non bruciarli!
Questa è musica per qualsiasi benpensante con la testa sulle spalle (e quanto mi dispiace essere in pensione,avrei lavorato con un capo come Marchionne come ho lavorato diretto di Ghidella).
Marchionne cancella la figura di Agnelli, la ridimensiona e ne fa emergere i limiti; Agnelli lasciò un'impresa fragile che sopravviveva grazie ai soldi pubblici; alla sua morte lasciò l'Azienda sull'orlo del fallimento e schiava della politica; aveva un rapporto invidiabile con Lama che avrebbe dovuto essere suo mortale nemico.
Io sono testimone del clima terribile dell'autunno sindacale del '68 quando occupazioni e scioperi furono tollerati invece di contrastarli a muso duro.
Marchionne invece ha capito che al sindacato piace un'Azienda cedevole perché gli dà importanza e lustro e pure ai politici piace perché gli dà meno grane.
Marchionne ha scelto la strada dei conti che debbono tornare per il bene dell'Azienda: per questo è criticato e demonizzato, dal sindacato e dalla politica.
A mio parere,Marchionne è sulla strada giusta e non deve abbandonare il timone neanche per un istante, mantenendolo sempre dritto (e noi italiani gliene dobbiamo essere grati).
Temistocle Sidoti, 24 gennaio 2011
di Domenico Maceri
La recente vittoria repubblicana alle elezioni di midterm con la loro conquista della Camera dei rappresentanti ha già causato una svolta politica a destra. Il più ovvio esempio è l’accordo fra il presidente Barack Obama e i repubblicani che fra l’altro ha continuato gli sgravi fiscali agli ultraricchi.
Sembrerebbe dunque che il Paese si sia spostato verso la destra. Ciononostante un recente sondaggio della Associated Press rivela una situazione progressista che nonostante alcune preoccupazioni vorrebbe mantenere programmi sociali.
Il 61% degli americani favorisce l’aumento delle tasse per evitare i tagli al Medicare, il sistema governativo di sanità per gli anziani.Anche quelli di fede repubblicana hanno detto che preferirebbero l’aumento delle tasse per evitare i tagli al Medicare (53% a favore delle tasse).
Persino i giovani fra i venti a trenta anni sono favorevoli a pagare tasse più alte (61%) per mantenere il Medicare.
Quest’ultima cifra è di particolare importanza perché il 60% dei giovani crede che il programma andrà a bancarotta nel futuro e loro non riceveranno i benefici.
Questa paura che il Social Security avrà la stessa tragica sorte è confermata da un altro sondaggio di GfK Roper. Solo un terzo dei giovani ha fiducia che il Social Security sarà funzionale quando loro andranno in pensione Ciononostante il 90% di questo stesso gruppo considera il Social Security importante e lo vede come “uno dei più rilevanti programmi governativi”.
Lo stesso sondaggio ha rilevato che fra i non ancora pensionati la metà sarebbe disposta a pagare tasse più alte per mantenere il Social Security.
La propaganda repubblicana sul Medicare e il Social Security negli ultimi anni li vede come insostenibili e quindi meglio varrebbe eliminarli. Ecco esattamente cosa ha proposto il parlamentare repubblicano del Wisconsin Paul Ryan, il nuovo chairman della commissione al bilancio. Secondo lui si potrebbero sostituire entrambi il Social Security e il Medicare offrendo un voucher mediante il quale ognuno potrebbe comprarsi una pensione privata. Il piano di Ryan includerebbe inoltre profondi tagli alla difesa, la pubblica istruzione, la Fbi, ecc. Così facendo si eliminerebbe il deficit federale.
La leadership repubblicana non ha mostrato molto entusiasmo per questa “road map” estremista sapendo benissimo che ci sono programmi governativi difficili da eliminare perché troppo popolari con la società americana.
La politica repubblicana si è dunque limitata a minare i programmi governativi in generale cercando di erodere i fondi per spingere al mito che il Social Security andrà in bancarotta e che il Medicare è insostenibile considerando il deficit e soprattutto il debito nazionale.
La maniera usata dai repubblicani per minare i programmi governativi è stata di demonizzare le tasse considerate simbolo di sprechi. Non solamente le tasse vanno sempre abbassate ma nemmeno parlare di aumentarle perché ciò è diventato un peccato mortale. Anche i democratici hanno dovuto piegarsi al concetto di non aumentare le tasse. In California, il neoeletto governatore Jerry Brown, che deve affrontare un deficit di più di venti miliardi di dollari, ha proposto in linee generali tagli profondi ed aumenti di tasse ma solo se approvati dai californiani. Non sarà colpa sua se le tasse saranno aumentate.
Brown ha dimostrato un po’ di coraggio se così si può chiamare. In effetti, i repubblicani con la loro filosofia controllano i programmi sociali direttamente ma anche indirettamente mediante la paura imposta con il più mortale dei peccati che per loro è aumentare le tasse.
Non hanno buona memoria essendosi spostati talmente a destra che persino i repubblicani classici del passato non si riconoscerebbero in questo partito. Ronald Reagan, per esempio, icona del Partito Repubblicano, aumentò le tasse non una ma due volte quando era governatore della California. Un tipo come Reagan di questi giorni non riuscirebbe a vincere primarie repubblicane perché i Tea Partiers lo etichetterebbero di liberal.
La leadership repubblicana, partito di minoranza negli ultimi due anni, è stata compatta ed ha avuto notevole successo a frenare anche se non bloccare completamente l’agenda legislativa dei democratici. Ma l’influenza più profonda dei repubblicani è stata la loro imposizione di una visione di governo come sprecone quando in realtà i sondaggi rivelano che il popolo americano vuole servizi ed è anche disposto a pagarli. Facendosi eleggere, i repubblicani riescono a “vendere” un prodotto che gli americani rifiutano. Si tratta di efficacia politica. Sfortunatamente è una politica che serve i benestanti e dimentica il bene comune che include quelli meno fortunati.
Domenico Maceri - gennaio 2011
La Redazione de "Il Movimento d'Opinione" ha intervistato il Professor Francesco Battaglia, Docente di ruolo presso il
Dipartimento di Ingegneria dei Materiali e dell'Ambiente nella Facoltà di Bioscienze e Biotecnologie della Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Lo scopo dell'iniziativa è tracciare un primo punto di sintesi sull'energia nucleare in Italia e sulla possibilità di realizzare centrali sul nostro territorio nazionale. Il tema ha appassionato ed appassiona molti nostri lettori che si sono chiesti, nel corso dei due convegni che il nostro "Movimento" ha dedicato a questo argomento specifico, se sia logico rifiutare centrali sul territorio nazionale per il rifiuto di questa fonte di energia e poi approvvigionarsi all'estero da reattori che sono collocati a pochissima distanza dai nostri confini.
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Domanda: Professore, lei è stato relatore nel nostro ultimo convegno sul nucleare, nel corso del quale appariva sicura la ripartenza di questa fonte energetica. I progetti concreti di realizzazione sono ancora chiusi in qualche cassetto?
Risposta: Diciamo che si sta procedendo coi piedi di piombo. Molto di piombo.
Domanda: C'è ancora qualcuno o qualcosa che "rema contro" il nucleare in Italia?
Risposta: E' da 20 anni che noi paghiamo alla Francia, ogni anno, l'equivalente di un reattore nucleare, come dire che un quarto del parco nucleare francese l'abbiamo pagato noi, contribuenti italiani. Il nucleare, poi, è la prima fonte di produzione elettrica in Europa. La prima. C'è da chiedersi, siamo o no in Europa?
Domanda: Come persona di scienza, quale messaggio trasmetterebbe ai nostri lettori per convincerli sulla validità della scelta nucleare?
Risposta: Innanzitutto, occorre combattere la convinzione che anche eolico e fotovoltaico possano contribuire alla produzione elettrica: non soltanto ciò è impossibile, ma provare a farlo costa un occhio della testa. Pensi che a parità di energia annua prodotta, se un impianto nucleare costa 5 miliardi, uno eolico ne costa oltre 10 e uno fotovoltaico quasi 100 miliardi. Il guaio è che anche se questi impianti fossero gratis, essi sarebbero inutili e non consentirebbero la chiusura di alcun impianto convenzionale.
Domanda: E' azzardato tracciare una previsione sull'esito del nuovo referendum voluto da Di Pietro?
Risposta: A proposito di questo argomento, la parola d'ordine deve essere: NON ANDARE A VOTARE. Il nostro referendum è una istituzione quanto mai antidemocratica: consente ad una minoranza (anche il 25%) di cancellare una legge voluta da una maggioranza parlamentare, a sua volta espressione da una maggioranza elettorale.
Domanda: Esiste, che lei sappia, un piano energetico nazionale capace di analizzare fabbisogni, produzione, costi e distribuzione? Se esiste un piano energetico quale collocazione ha il nucleare e quali risorse vengono dedicate alla sua realizzazione?
Risposta: È da oltre 20 anni che l'Italia non ha alcun piano energetico.
Domanda: Le cosiddette "energie alternative" hanno una loro logica per un impiego mirato o veramente sono soltanto una perdita secca per il portafoglio degli italiani?
Risposta: Sono una perdita non secca: secchissima.
Domanda: Cosa dovrebbe essere fatto per superare la possibile resistenza degli Enti locali alla installazione delle Centrali?
Risposta: Informare, informare, informare. Inoltre, il territorio che ospita un reattore nucleare fa un grande servizio al resto del paese, ed è giusto che per questo ne venga beneficato con tariffe elettriche agevolate
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Franco BATTAGLIA è nato a Catania il 15.12.1953. In Italia, ha conseguito il diploma di Maturità Classica (56/60) e la laurea in Chimica (110/110 e lode). In USA, presso l'University of Rochester (Rochester, N.Y.) ha conseguito il Ph.D. in Chimica Fisica (summa cum laude). Ha svolto attività di ricerca in chimica fisica all'estero (per 7 anni) e in Italia. In particolare è stato: - 1980-81: Reasearch Associate al Max Planck Institut di Goettingen (Germania) - 1981-85: Research Associate all'University of Rochester (Rochester, NY, USA) - 1987: Research Associate alla State University of New York at Buffalo (Buffalo, NY, USA) - 1992-93: Visiting Professor alla Columbia University (New York, NY, USA). - In Italia è stato, prima, ricercatore alla Seconda Univesrità di Roma "Tor Vergata", poi, docente di Chimica Teorica e di Chimica Quantistica all'Università della Basilicata, quindi, docente di Chimica Fisica all'Università di Roma Tre. - Attualmente è docente di Chimica Ambientale all'Università di Modena, ove insegna anche Elementi di Statistica e Chimica Fisica. Ha pubblicato numerosi risultati di ricerca in riviste internazionali nei seguenti campi: teoria delle collisioni molecolari in fase gassosa e su superfici, termodinamica dell'adsorbimento di gas su superfici, fondamenti di meccanica quantistica, e tecniche perturbative diagrammatiche.
Da "Informazione corretta"
di Deborah Fait
Nella settimana appena trascorsa le notizie si sono accavallate come sempre quando si parla di Medio Oriente , di islam e di Israele ma credo che quello che ha impressionato di piu' sia stata la strage di cristiani copti ad Alessandria d'Egitto.
Ventitrè morti nel giorno del Natale copto.
La cosa piu' triste, dopo la strage, e' stata la reazione del mondo che, passato il primo momento di orrore, si e' esibito in un'ennesima calata di brache di fronte all'islam, richieste di perdono non dell'islam ai cristiani ma dei cristiani a cristiani, fratellanza, comprensione, e menzogne sbalorditive e vergognose come quella di Vittorio Messori che , con sprezzo per la verita' e il buon senso e' arrivato a scrivere:
" sino a tempi recenti la convivenza, cementata da tanti secoli, non è mai stata messa seriamente in discussione. Che è avvenuto, dunque, da qualche tempo? (...) In effetti, tutti i governi di tutte le nazioni islamiche sono sotto lo tsunami che ha avuto come detonatore l’intrusione violenta del sionismo che è giunto a porre la sua capitale a Gerusalemme, città santa per i credenti quasi alla pari della Mecca.".
Gerusalemme citta' santa per i musulmani al pari della Mecca?
Ma se non e' mai nominata nel Sacro Corano la città santa di Gerusalemme!
Di cosa vaneggia Messori? Cosa c'entra il sionismo con gli assassini musulmani?
Insinuazioni subliminali?
Cristiani ammazzati a causa dei perfidi giudei che hanno fatto incattivire i bravi e pacifici musulmani?
Intrusione violenta del sionismo che e' giunto a porre la sua capitale a Gerusalemme ...
Terrificante, signor Messori!
Questa strage mi ha fatto ricordare un'altra, passata facilmente in cavalleria, parlo del massacro di ebrei a Nataniah durante il Seder di Pesach del 2002, 15 morti, 130 feriti alcuni molto gravi. Un kamikaze e' entrato nell'albergo dove erano riunite famiglie per il Seder ( la cena in cui viene letta la Haggada', la storia degli ebrei fuggiti dall'Egitto) e mentre un poliziotto insospettito lo prendeva per la spalla, lui ha tirato la cordicella e si e' fatto saltare spargendo nel locale fiamme, chiodi, biglie di acciaio e morte.
La vittima piu' anziana aveva 92 anni ed era una sopravvissuta alla Shoa'.
Il massacro non e' stato uno dei più tremendi perché altri attentati hanno fatto molte più vittime ma colpì profondamente gli ebrei perché avvenuto proprio il giorno di Pesach, una delle festività maggiori dell'ebraismo, come e' il Natale per i cristiani.
I media dell'epoca diedero poca eco alla strage, controllando su Google ho visto che molti quotidiani parlavano "solo" di cinque morti, Repubblica scriveva addirittura "sfiorata la strage" come se 15 vittime, aumentate nelle settimane a seguire, man mano che morivano i feriti più gravi, non fossero abbastanza.
il mondo reagisce così agli assassini islamici, meglio non parlarne troppo e se se ne parla meglio sminuire, diluire, parlare di colpe altrui, nel caso di israeliani sempre e comunque occupanti e meritevoli di ogni punizione, assassinio compreso, oppure parlare di perdono e di fratellanza nel caso di cristiani ammazzati che devono comunque, e chissà perché, offrire l'altra guancia.
Tragedia nella tragedia, e, se non fosse per i tanti poveri morti, ci sarebbe da sorridere amaramente, anche gli egiziani tentano, come fa Messori, di incolpare Israele della strage di Alessandria ma non solo, anche delle stragi nelle chiese in Pakistan, nelle moschee in Iraq, in Afghanistan.
Chi e' stato? Chi è? Chi sarà sempre?
Israele, il Mossad, naturalmente. Potevamo avere dei dubbi?
Il Mossad , ovvero Israele, è sempre dietro ogni disgrazia che accade nel mondo e molti ne sono fermamente convinti, odiare Israele è così semplice e credo che molti occidentali sarebbero pronti a vendere la propria madre pur di difendere le belve islamiste, i tagliagole e i "martiri" urlanti Allahu Achbar.
Anni e anni di propaganda sono pur serviti a qualcosa e si sa che non ci si mette molto ad odiare gli ebrei e Israele, è una delle cose più facili del mondo.
Basta dire "sono stati gli ebrei" ed è fatta.
Basta dire "E' stato Israele" ed è fatta.
Nessun dubbio sfiora le coscienze.
Gli arabi lo sanno, mica sono scemi, lo sanno e cavalcano la tigre del loro odio contro tutti gli infedeli, ammazzano i cristiani, anche perché sono pochini gli ebrei nei paesi islamici, fanno ricadere la colpa su Israele e così hanno i fatidici due piccioni con una fava e il mondo, tirando su le brache appena calate, incomincia a inveire contro il capro espiatorio di sempre, Israele.
Oltre agli attentati sopracitati, facciamo una veloce carrellata dei più recenti crimini di Israele, secondo gli arabi:
Tzunami in Oriente? colpa di Israele che fa esplodere bombe nel fondo degli oceani.
Torri Gemelle? colpa di Israele naturalmente, mica i terroristi islamici.
Tra le Torri Gemelle o l'oggi ci sono stati attribuiti terremoti vari, guerre e guerriglie nel mondo, traffico di organi, chi più ne ha più ne metta, lo zampino di Israele e' dovunque, siamo pochini ma molto attivi.
Ultimamente e' arrivato il turno dello squalo addestrato dal Mossad a mangiare turisti europei a Sharm el Sheickh. Non lo ha detto il droghiere sotto casa, nossignori, lo ha affermato il Governatore del sud dell'Egitto.
E, last but not least, ecco, signore e signori, l'avvoltoio catturato in Arabia Saudita.
Chi e' questo povero avvoltoio?
E', udite udite, addirittura un agente del Mossad con le ali e il becco, una spia che probabilmente languirà in una prigione saudita dalle sbarre molto strette per non farlo volare via se già non e' stato giustiziato per spionaggio.
Anche la notizia dell'agente segreto avvoltoio non e' stata data da un pizzicagnolo saudita ma dal capo della polizia.
Siamo messi bene vero?
Alcuni mesi fa siamo stati persino accusati dal Libano e dall'Egitto di volerci appropriare della "cultura" araba perché mangiamo i Falafel, quelle buone polpettine di ceci che in Israele, ladrone della cultura araba, trovate ad ogni angolo di strada.
Amici miei, come se non bastasse l'odio che circonda Israele nel mondo, siamo tanto fortunati che abbiamo anche all'interno del paese chi vuole minare la nostra sicurezza, la nostra vita, la nostra reputazione.
Parliamo dunque delle ONG israeliane pacifinte, filoarabe e filoterroriste cui Israele chiede di rendere noti i loro introiti provocando enormi reazioni all'estero dove veniamo accusati addirittura di Maccartismo.
Beh, diciamo che in confronto alle accuse di essere nazisti, hanno fatto un passino indietro.
Queste organizzazioni, B´tselem, Yesh Din, Breaking the Silence, Adalah, Yesh Gvul e decine di altre, sono tutte in assoluto finanziate da paesi europei: Inghilterra, Irlanda, Germania, Unione Europa ed è quindi lecito pensare che chi viene pagato da qualcuno cerchi di accontentare il suo "padrone".
Queste organizzazioni approfittano vilmente della democrazia israeliana per accontentare l'antisionismo europeo e allora giù a diffamare, demonizzare, calunniare il Paese che le ospita. Pacifisti? No pacifinti, avvoltoi, jene che sguazzano nella melma del loro odio antiisraeliano e antidemocratico.
A me più che i soldi che ricevono sta sullo stomaco quello che fanno, sono dei mercenari che hanno trovato il modo per arricchirsi e diventare famosi alle spalle di un paese in guerra che li ha sempre lasciati fare il loro sporco lavoro in nome della libertà che in Israele e' sacra.
Io parlo spesso degli anni della seconda intifada perchè sono stati anni terribili per il terrore che ci colpiva e perchè non voglio che quello che è accaduto sia dimenticato ma sono stati anche anni tristissimi e tragici per l'odio e l' incomprensione del mondo intero che ci feriva l'anima come il terrorismo dilaniava i corpi.
In quei giorni il capo di B'tselem, Uri Avneri, mentre in Israele si spegnevano le fiamme delle carcasse degli autobus fatti esplodere dal kamikaze di turno, si seppellivano i corpi delle vittime e si piangeva, lui, il capo-pacifista amato e divinizzato dai filoterroristi di tutto il mondo, andava da Arafat e si faceva fotografare, sorridente, al Mukata abbracciato al raiss assassino.
Con Avneri in testa, un lungo pellegrinaggio di tutti i pacifinti arrivati dal mondo occidentale per dare sostegno al terrore che colpiva Israele e congratularsi col mandante.
Me li vedo ancora davanti agli occhi, in fila come bravi soldatini, sorridenti e commossi, per baciare la mano di Arafat che poi li prendeva e se li stringeva al petto, sbaciucchiandoli, felice come non mai di poter ammazzare ebrei e di essere ringraziato e adorato per questo.
Mai nessuno di loro, europeo o israeliano pacifinto, si e' fermato davanti ai nostri morti per un atto di pietà.
Nessuna pietà per Israele, ne' allora, ne' mai.
Leggendo i media, giorno per giorno, navigando in internet quotidianamente, rendendomi conto dell'ignoranza che da origine alla malattia endemica dell'odio antiebraico, quindi antiisraeliano, posso solo benedire l'esistenza di un sito come Informazionecorretta che cerca di ricomporre la verità, di smascherare le menzogne e di chiarire gli argomenti a chi è disposto a capire e a ragionare.
Senza Informazionecorretta, tutti indistintamente sarebbero facile preda della propaganda antiisraeliana che non ha limiti e le conseguenze sarebbero drammatiche.
di Franco Battaglia
(da Il Giornale, 14.01.2011)
Il governo, che è dov’è perché ha vinto regolari elezioni, sta cercando di far ripartire in Italia la produzione di energia elettronucleare. Lo aveva nel programma; e quel programma è stato approvato dalla maggioranza degli italiani nel momento stesso in cui questa ha voluto a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi. Il quale, in campagna elettorale, aveva più volte evocato la necessità che il nostro Paese mettesse una pietra tombale sugli errori del passato. Siccome Berlusconi ha vinto le elezioni, allora il nucleare lo vuole la maggioranza degli italiani, essendo essa con Silvio Berlusconi.
A dire il vero, sul punto specifico anche una buona parte dell’opposizione è a favore. Lo è certamente Casini, che più di una volta si è espresso in tal senso. E così si sono espressi alcuni pezzi da novanta del neonato Fli (spero di aver scritto giusta la sigla), tipo Adolfo Urso e Giorgio La Malfa. Avrei voluto poter aggiungere Gianfranco Fini, ma su di lui non potrei metterci la mano sul fuoco: fino ad alcuni mesi fa era pro-nucleare, oggi chissà cos’è e domani chissà cosa sarà. Infine, una nutrita schiera di scienziati vicini al Pd (alcuni dei quali parlamentari o senatori, attuali o trascorsi, della sinistra) ha recentemente fatto pervenire al segretario Bersani una lettera dai toni decisamente “berlusconiani”: «dobbiamo mettere una pietra tombale sugli errori del passato e riavviare il nucleare», hanno scritto. Bersani a costoro non ha neanche risposto. Probabilmente perché una parte dei suoi la vede diversamente. Sicuramente perché non ha gli zebedei per imporsi su costoro.
Insomma, sul tema, il Paese e il Palazzo starebbero a fatica rinsavendo: abbiamo necessità di garantire ai nostri figli e nipoti la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, e questa sicurezza non l’avranno senza avere impianti nucleari in casa. Punto.
Da questo clima, tutto sommato abbastanza “normale”, potrebbe uscire, alla fine, un Paese più moderno e che avrà saputo correggere gli errori del passato e pensare alle future generazioni. Se non fosse per il fatto che v’è una mina che vaga per il Paese e cui del Paese poco importa. Essa va dove la porta il cuore, e il cuore di mina ha un solo fremente anelito: esplodere. Così, per il puro gusto di far danno. Né la si può biasimare: è una mina, appunto. E far danno sul nucleare è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Questo è Antonio Di Pietro: una mina vagante.
Per affermare la propria natura, la nostra mina ha raccolto le firme per un referendum abrogativo delle norme che ha approntato il governo per il riavvio del nucleare. Mi chiedo dove viva quest’uomo. Nel 1987 ci fu un referendum che non fu –– né, a norma di Costituzione, poteva essere – contro il nucleare, ma che tale fu interpretato dai politici di allora, che assomigliavano moltissimo ai Bersani di oggi: senza zebedei. Abbandonammo il nucleare, ma non vi rinunciammo: ne facemmo un altro bene d’importazione. Nessuno avrebbe oggi il coraggio di sostenere che non fu un errore. Per dire: è da allora che paghiamo alla Francia più di un reattore nucleare l’anno in importazione d’energia elettrica; detto diversamente, un quarto del parco nucleare francese l’abbiamo pagato noi italiani. I Paesi che hanno votato analogo referendum sono tornati sui propri passi. Lo votò la Svezia nel 1980, quando aveva 11 reattori nucleari: i reattori svedesi oggi in esercizio sono 10, uno ogni milione di abitanti. Lo votò la Svizzera, nel 2003, ma lo bocciò. Anzi, la Svizzera intende costruire 3 nuovi reattori, in modo da averne, anch’essa, uno ogni milione di abitanti. La Germania, che 10 anni fa, coi Verdi al governo, decise di chiudere i propri reattori nucleari, non solo non ne ha chiuso neanche uno, ma ha di recente esteso di altri 15 anni la vita di quelli in esercizio. Dei 63 reattori nucleari oggi in costruzione nel mondo, 14 sono in Europa (1 in Finlandia e in Francia, 2 in Slovacchia, 10 in Russia) e 27 in Cina (la quale ne pianifica 50 entro il 2030 e ne propone 110 entro il 2050).
Ripeto la domanda: dove vive Di Pietro? La nostra mina vagante. Probabilmente farà flop anziché bum, ma un po’ di scompiglio lo avrà creato, e già solo di questo ne sarà soddisfatta. E soddisfatta vagherà per altri mari in cerca di fare altri danni.
Prof. Franco Battaglia